troppi tossici in giro, amoruso.
le prime ombre della sera si accingevano ad occupare gli spazi che le ultime ombre del giorno avevano abbandonato. pur condividendo le stesse aree e sembrando aver molto in comune quelle ombre vivevano realtà diverse, come una coppia arrivata in fondo alla propria storia. il marciapiede si era svuotato quasi del tutto, tranne che per i tossici che ancora lo affollavano. amoruso, seduto sul cornicione del tetto del suo condominio, dopo una lunga concentrazione mollò una cicca che andò a cadere tra i ricci di un eroinomane addormentato sui gradini dell'ingresso del palazzo, quindi si stiracchiò e scese nel suo appartamento.
aperta la porta d'ingresso e scavalcati decine di cartoni di pizza e lattine di birra amoruso guardò, per abitudine più che per curiosità, la segreteria telefonica: riportava un. nuovo. messaggio. era Franti, un collega dei tempi andati che ancora era ispettore, il che rendeva bene l'idea del suo curriculum: aveva più denunce lui per violenza che non craxi per concussione. amoruso mise un maglione enorme sulla maglietta e ginzi che indossava, infilò un paio di scarpe da tennis marce ed uscì di casa.
al caffè mazzini li guardavano tutti. in quella corte dei miracoli di mignotte, avvocati e commercialisti i due si stagliavano notevolmente. anche perchè entrambi avevano i piedi poggiati sul tavolino, visto che quando il cameriere aveva chiesto a Franti di toglierli Amoruso aveva aggiunto i suoi mentre ordinava due fernet con acqua gassata. Franti aveva bisogno d'aiuto:
"sono tre mesi che, l'avrai notato, le strade sono piene di tossici. ma piene è dir poco. qui stanno tutti fatti dalla mattina alla sera. e non quelli che rubano o che comunque hanno i soldi: qui anche il più sfigato dei tossici si permette sballi da mille euro al giorno. non ci capisco un cazzo. pensavo fosse una nuova droga, economica, ma questi sono fatti di tutto: ero, coca, mdma, lsd, tutto.".
amoruso promise che avrebbe cercato di dargli una mano, si scolò il fernet e andò al cesso a tirarsi una botta dalla sacca generosamente gonfia che franti gli aveva passato. non certo per pagamento, era un normale omaggio tra amici. era grassa e saporita e uscito dal cesso amoruso si scolò un nuovo fernet prima di recarsi al parco. voleva vedere come stava er miccetta. cazzo, er miccetta era il tossico più disgraziato di tutti: se pure lui era nelle grazie del Grande Loto qualcosa di strano c'era sicuramente. amoruso si avviò con passo incerto ma spedito.
er miccetta sta fuori come un balcone. sotto al cespuglio dove dormiva, al riparo di cartoni e teloni di plastica, grufolava con la bava alla bocca e una congiuntivite agli occhi tale da far sembrare lagrimasse pus. c'era decisamente qualcosa che non andava, sembrava fosse li a rantolare da giorni: era sdraiato in un mare di merda e piscio. er miccetta soldi per procurarsi giorni e giorni di sballo non ne aveva mai avuti in vitra sua. amoruso si voltò e si avviò verso l'uscita del parco, quando vide sull'asphalto dei segni fatti col gesso che solo gente di vecchia scuola avrebbe riconosciuto. seguì le indicazioni per quello che avrebbe dovuto essere uno spaccio d'altri tempi.
non aveva percorso neanche cento metri che vide un negro all'ingresso di uno di quei buchi che a roma spesso si vedono tra i ruderi, una specie di grotta. amoruso fece un cenno al negro che fece strada spostandosi di lato. amoruso cominciò a scendere nel buco che, persorsi pochi passi, dopo una curva si trasformò in un corridoio pulito e illuminato, le pareti di un bianco così bianco da sembrare azzurrino. al termine del corridoio un cartello sotto un campanello: "droga illimitata permanente - citofonare qui". amoruso citofonò.
due assistenti in camice lo fecero accomodare, quindi gli chiesero dieci euro. amoruso ci rimase: droga illimitata permanente a dieci euro? in quel momento i braccioli della sedia scattarono e amoruso rimase imprigionato. una risata riempì quello che a uno sguardo più attento si rivelò un laboratorio. e quella risata... dio quella risata... il dottor Bellamorte uscì da una zona d'ombra, sempre continuando a ridere.
"sapevo che prima o poi saresti arrivato, amoruso. vuoi anche te il servizietto?". amoruso tirò su col naso cercando conforto nella botta di un paio d'ora prima, ma dovette comunque affrontare da solo la consapevolezza che Bellamorte, suo arcinemico, era li di fronte a lui che lo teneva prigioniero. "che servizietto?", chiese amoruso. bellamorte senza neanche risponderli schiacciò un pulsante, e una enorme penna scese dal soffitto. "col mio laserino, vedi che bellino?" , gli spiegò nel frattempo bellamorte, "col mio laserino ti do una buciatina al cervello qui, una li, una la e alè, stai fatto a vita. che droga vuoi? no, perchè bisogna bruciare in punti diversi. lsd? va bene?". amoruso cominciò a sudare freddo. uno sballo va bene. un giorno di sballo pure. ma l'idea di passare il resto dei suoi giorni a smerdarsi inseguendo farfalle lisergiche non lo entusiasmava troppo.
il dottor bellamorte disse: "faccio io, dai: lsd". stava per premere il pulsante per avviare il laser quando la porta dello studio si spalancò, sfondata da un ariete della narcotici. franti entrò per primo e si beccò una pallottola nella spalla tiratagli da uno degli assistenti. dopo dieci minuti il dottor bellamorte e i suoi due scagnozzi più il negro erano giù in un cellulare, direzione regina coeli, franti era sull'ambulanza in direzione policlinico e amoruso procedeva con passo molto più incerto e molto meno spedito verso il cornicione del palazzo del suo appartamento: non voleva perdersi il cambio della guardia tra le ombre della notte e quelle del giorno.
city lies.
a mezzogiorno se ne andarono le ombre e la città rimase senza alcuna difesa a differenza degli storni che si rifugiarono nel folto dei platani che orlavano le carreggiate alla ricerca di pochi decimi di grado di refrigerio. il lungo viale cittadino era deserto, amoruso si voltò per l'ennesima volta a guardare la puttana della sua macchina ferma ad un chilometro alle sue spalle, quindi riprese, con rapidi passi, a mescolare le suole di gomma delle sue scarpe del tennis con l'asphalto squagliato. rimanere senza nafta mentre si è alla ricerca di un benzinaio aperto fa incazzare, ed amoruso era incazzato.
arrivato alla fermata del bus dovette attendere ancora per una mezz'ora abbondate l'arrivo del mezzo, ai suoi piedi il sudore non si accumulava in una pozza solo perchè evaporava strada facendo lasciandogli striature e aloni salini sulla maglietta. il bracciale che portava al polso era arroventato e gli bruciava la pelle. sul bus le cose non andavano meglio: l'aria condizionata era guasta e l'autista viaggiava con le porte anteriori aperte per far circolare un po' d'aria, da quelle porte entrò la banda bambini. l'autista non ebbe il tempo di volgere lo sguardo: un bullone da 26 gli si conficcò per metà nella tempia destra e l'uomo si accasciò sul volante mentre col piede schiacciò per riflesso l'acceleratore mandando al massimo dei giri il motore in folle.
quei bambini incarnavano tutte le menzogne della città, tutte le promesse non mantenute, le truffe, la violenza di un sistema che amava definirsi democratico ove era solo capitalista. amoruso restò immobile, l'unica cosa che in lui mutò fu il progredire della disidratazione che ebbe un'impennata. uno dei bambini gli si parò davanti, aveva in mano un manico di spazzolino da denti al quale era stata fissata una mezza lametta. avrà avuto dieci anni al massimo, era vecchio per quella che era la vita media di quei ragazzini. amoruso era pronto al peggio, sperò gli segasse via la carotide in modo che finisse in fretta, ma il bambino si limitò a trarre di tasca un flacone, inalare con forza da esso, strizzare gli occhi e andarsene via. amoruso rimase ancora per qualche istante immobile la vista appannata, poi lo sguardo gli tornò a fuoco e fu su una pompa di benzina aperta. "quando si dice il culo!", pensò.
camminare controvento.
i tre motori dell'antonov 12 facevano un casino infernale come cercassero di risvegliare il quarto che da una mezz'ora buona aveva smesso di far girare l'elica per farsi una fumatina in tranquillità. i piloti parlavano tra loro passandosi una bottiglia di kenya gold liqueur e ridevano troppo per poter pensare si trattasse solo d'un goccetto. amoruso s'era calato tre roipnol alla partenza e dormiva nella stiva incastrato tra le casse di imbel 97 brasiliani assicurate con cinghie alla struttura dell'aereo. il nome di quel fucile, che tanto ricordava la parola "imbelle", lo aveva fatto ridere di gusto una settimana prima, quando nell'ufficio ginevrino della safety commission del CERM, aveva accettato l'incarico di seguire quella consegna per il bobocolongo. nelle intenzioni del CERM le armi avrebbero dovuto alimentare la guerriglia antigovernativa del fronte per la libertà democratica contro il governo makhnofascista insediatosi attraverso una rivolta popolare e giunto al potere nel corso di un solo week end, lasciando a bocca aperta gli amministratori delle principali multinazionali che operavano nel paese. quelle bocche s'erano subito richiuse in un serrar di mascelle rancoroso che prometteva vendetta.
amoruso non aveva chiaro neanche dove fosse il bobocolongo, ma comunque non aveva nulla da fare e da troppe settimane si trovava al verde, pertanto quando un signore dall'aria distinta gli aveva messo sotto la porta un assegno circolare da diecimila euro chiedendogli di accompagnarlo a ginevra s'era dato una sciacquata alle ascelle, aveva messo il suo miglior completo facendo anghingò tra i due che possedeva, e giunto a ginevra ed ascoltata l'ulteriore proposta dei suoi committenti aveva accettato l'incarico. da genova, dove aveva trasbordato le casse da un cargo su un altro battente bandiera liberiana, ad alessandria il viaggio era stato tranquillo, o meglio tranquillato dalle dieci scatole di roipnol che amoruso s'era portato dietro, quindi le armi erano state spostate su un camioncino e poi, in un aereoporto militare in mezzo al deserto, sull'antonov, al quale nel tempo di questa introduzione e tra le risate dei piloti s'era spento un altro motore.
duemila metri sotto l'antonov il bobocolongo makhnofascista scorreva buio, punteggiato da qualche luce fioca. il movimento che il presidentissimo tsutu ngola aveva messo in piedi si basava su un sincretismo tra l'anarchia makhnovista, quella che lo stalinismo spazzò via perchè profondamente acomunista, e un fascismo che si concretizzava nella centralità dello stato, garante del popolo e risolutore dei conflitti di classe. in pratica ogni villaggio aveva una sua casa del fascio dove veniva eletto dagli abitanti che paavano le tasse un rappresentante. i villaggi, federati in provincie, a loro volta nominavano un federale e i federali componevano il consiglio di stato. c'era sì un partito unico, ma che imponeva le sue cariche dal basso della sua base e non dirigisticamente dall'alto. era un partito unico perfetta espressione del popolo. i sindacati erano stati sciolti in quanto i conflitti venivano risolti localmente e comunque ogni industria era di proprietà per il 30% dello stato e per il 30% dai lavori, solo il rimanente 40% era della proprietà che per governare aveva necessità dell'appoggio di una delle due componenti che comunque lo avrebbero messo in minoranza ove si fossero unite per un obiettivo comune. l'esercito, garanzia sicura dei confini della patria, era stato sciolto e sostituito da una milizia popolare di leva con ferma decennale, l'aver prestato servizio garantiva a vita la possibilità di partecipare alle votazioni nella casa del fascio. a parte il presidentissimo, che non era chiaramente stato eletto, i futuri presidenti sarebbero stati eletti dal consiglio di stato o per acclamazione popolare. "queste sono le basi", aveva detto tsutu ngola, "per il resto s'improvviserà. e che dio ce la mandi buona.".
all'antonov s'era spento un terzo motore ma i piloti avevano benaltri problemi: il kenya gold era finito e loro, lasciati i comandi, erano impegnati a rivoltare sotto sopra gli armadietti per rimediare qualcosa da bere. dopo aver messo sotto sopra l'aereo, controllando anche sotto ad amoruso, uno dei due trovò una bottiglia di koummis, latte di cammella seccato e fermentato ed annunciò la scoperta con un urlo di trionfo che attirò l'attenzione dell'altro e cominciarono a litigarsela svegliando amoruso proprio mentre l'ultimo motore si spegneva. al vedere quei due stronzi ubriachi litigarsi la bottiglia, i motori spenti e l'aereo in piena parabola discendente amoruso provò un certo senso di fastidio, certo, sempre meno di quello che abitualmente provava volando alitalia, ma comunque significativo. aveva le idee piuttosto confuse e la bocca impastata dallo psicofarmaco, quindi cercò di concentrarsi su qualcosa di semplice che gli consentisse di uscire dalla situazione e visto un paracadute se lo infilò, agganciò la fune di vincolo, aprì il portellone e gridando "girolamo!" si buttò giù. l'aereo si schiantò a qualche chilometro di distanza illuminando col suo bagliore la notte africana. arrivato a terra amoruso guardò l'orologio, si succhiò l'indice e lo mise a vento e disse tra sé "mi sa che se voglio essere a casa per cena tocca che muovo il culo", quindi cominciò a camminare controvento zoppicando un po'.
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nessuno ha mai avuto fretta d'ammazzarsi, amoruso.
spostò la testa cercando di prendere ombra dalle foglie che si frapponevano tra lui ed il sole. la luce di quel giorno era tremula, molto bianca: da mal di testa. il parco era, data l'ora meridiana, deserto. una altalena dondolava senza che nessuno ci sedesse sopra: qualcuno era andato via da poco? non se ne era accorto e provò fastidio. prese il telefonino e ripetè l'ultimo numero fatto: utente non raggiungibile. cercò nella respirazione un argine alla marea montante dell'ansia. sapeva bene che se si fosse lasciato andare sarebbe stato peggio. si alzò dalla panchina e decise di tornarsene a casa: era andata a buca.
si fermò al bar per bere due vodke lisce che ebbero la buona grazia di rilassargli la mascella e togliergli sapor d'elettrico dalla bocca. "amoruso?", chiese una voce dietro le sue spalle. si girò. "amoruso?", ripetè quello che scoprì essere un gigante col naso schiacciato dal pugilato e le orecchie merlettate dalla lotta libera. "sono io.", rispose amoruso mentre nella sua testa sua maestà la paranoia prendeva posto sul trono ordinando alla mano destra di andare in tasca a far compagnia al revolver. "dovrebbe seguirmi.", disse l'omone. "senti amico", disse amoruso che per quell'individuo tutto provava tranne amicizia, "io sto a ròta fracico, sono nervoso, due vodke non m'hanno fatto un cazzo ed ho una mano sudatissima in tasca che cerca di infilare l'indice nella guardia di una .357 canna corta puntata esattamente alle tue palle. ora dimmi che puoi procurarmi qualche capsula di meth o vattenaffanculo". l'omone annuì ed amoruso lo seguì.
ingoiò tre capsule assieme, ovviamente senz'acqua, non appena ebbe posato il culo sul cuoio cucito a mano del salottino all'interno della limousine alla quale il gigante, dopo avergli messo un sacchettino con una ventina di pasticche in mano, lo aveva accompagnato. la base di vodka fece il suo mestiere e sentì il benessere, quello che per altri è uno status normale indegno di nota, salirgi dallo stomaco alla testa e scendegli giù rilassandogli le gambe che allungò. una quarta capsula la aprì e la versò nel drink, di nuovo vodka, che il suo ospite gli porgeva da quando era entrato. di nuovo vodka, certo, ma stavolta di qualità. a quel punto amoruso finalmente si era sentito a posto. normale. l'ospite invece ne rilevava gli occhi spalancati, le mascellecontratte e le mani in perenne movimento: "cazzo questo davvero è fuori.", pensò.
la macchina aveva fatto poche centinaia di metri. amosuso stava da dio: si godeva la metànfa sbragato sul sedile con la sigaretta accesa in una mano ed il tumbler nell'altra, il culo affondato nel sedile, gli occhi sgranati che roteavano guardando fuori dal tettuccio aperto un po' alla ricerca del sole, un po' a sfuggirlo non appena lo avessero trovato. il misterioso ospite tossicchiò richiamando la sua attenzione. avutala allungò ad amoruso una mazzetta di denaro dal considerevole spessore. l'auto rallentò. fuori le strade erano deserte: "avremo fatto l'una e venti.", pensò amoruso. il ferragosto aveva liberato dalla gente le strade cittadine, e, specie in quell'ora non girava nessuno. amoruso prese i soldi e se li cacciò lestamente in tasca: "bene, meth, soldi: chi devo ammazzare?" chiese sorridendo al suo interlocutore. "quello", disse l'uomo indicandogli col dito una figura che s'avanzava per la via. amoruso lo guardò e lo riconobbe: era amoruso. scese dalla macchina. sorrise. palpò nella tasca sinistra la rassicurante presenza della sacca di meth. afferrò ella tasca destra l'impugnatura di marca della sua pistola di marca e cominciò a mettere un passo dietro all'altro. con calma. del resto nessuno ha mai fretta d'ammazzarsi.
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amoruso, eolo ed i Segreti dei Grandi Chef.
le prime ombre della sera s'erano a quell'ora ingigantite e fusesi tra loro avevano tinto il cielo di buio quando amoruso controllò l'ora sul cellulare e poi, verificato un ritardo sufficiente ad assicuragli che tutti fossero ormai seduti e che quindi non avrebbe dovuto affrontare la querelle per la scelta del posto a sedere, entrò nel tempio cittadino della buona cucina. scusandosi per il ritardo e salutando tutti con un generico gesto della destra e uno svolazzo tracciato in aria con le pupille si accomodò: iniziava il convivio annuale del sesto corso del 1985 per ispettori della polizia di stato. avesse amoruso, in quel periodo, quadrato il pranzo con la cena non ci sarebbe andato, inoltre il ristorante era alla moda e davvero sentiva il bisogno di un buon pasto. appena ebbe nello stomaco il primo, maleducatamente abbondante, boccone di carrè di tonno rosso abbinato ad una mousse di fagioli cannellini dop di atina delicatissima il ronzio nelle orecchie si attenuò rendendogli possibile la comprensione e non solo l'ascolto del discorso delle persone che aveva accanto.
lo sbirro grasso che aveva di fronte doveva essere amico di quello segaligno che amoruso aveva a destra e stava raccontando al tipo smunto che era, invece, alla sua sinistra qualcosa per la quale lo sfregiato e lo strabico seduti ai lati del medesimo grassone se la ghignavano di brutto. "chissà se io sono l'itterico.", considerò tra sé. "e non è niente rispetto alla storia del pittbull!", disse ad un certo punto il grassone sputazzando cibo sulla tovaglia e peggio. il segaligno si schernì ma lo smunto incalzò e il ciccione cominciò: "ci avevano chiamati per una lite famigliare a torbellamonaca, cazzo io le odio queste cose, comunque lui - e accennò al segaligno - quel giorno aveva il rodiculo e ci andava proprio di dare una strapazzatina a una coppia di stronzi del cazzo...". amoruso si concentrò sulla sua destra, non tanto per il segaligno che stava evidentemente rivivendo, anzi dall'espressione si sarebbe detto risoffrendo la cosa, quanto per il cameriere che stava servendogli il primo: un consommè di pesce cappone nel quale navigavano, troppo pochi, degli anolini rivisitati in un inedito ripieno di un impasto di scampi e maionese di ricci.
amoruso s'era evidentemente distratto: il grassone e il suo compare nel racconto erano già arrivati al piano, ma quella zuppetta calda gli stava rimettendo a posto lo stomaco e l'anima. "e allora io mi metto alla destra della porta, mentre da dentro la stronza urlava a quel coglione che s'era accattato delle bestemmie nella sua cazzo di lingua, quindi ci facciamo un cenno d'intesa - che il ciccione rifece al segaligno ad usum exempli - lui si mette con la pistola puntata alla porta, io gli passo rapidamente davanti, con un calcio apro e i sposto sulla sinistra. cazzo a quel punto lo vedo prima sbiancare, quindi vedo sbucare dalla porta un tizzone nero che poi era un cazzo di pittbul che spalanca le fauci e le richiude sul suo pacco.". tutti a quel punto fecero una espressione sofferta, tranne amoruso che allungava il collo per cercare il cameriere con lo sguardo e chiedere il bis. cazzo che arte che hanno svilupato i camerieri per non guardare mai, se non quando pare a loro, negli occhi dei clienti. "e questo sarebbe pure un posto di classe.", si lasciò sfuggire amoruso a mezza bocca. "come?", chiese lo sfregiato. "beh, certo.", disse amoruso e lo sfregiato sorrise ed annuì.
cazzo già il secondo, disse stavolta tra sé amoruso mentre gli servivano dei bocconcini di coda di rospo con crema di cipolle del campidano. "cazzo insomma aveva tutto il pacco tra le zanne di quel cane del cazzo.", disse il grassone. "e stringeva quel pezzo dimmerda, stringeva di brutto." disse in rinnovato dolore quasi fisico il segaligno. "voi che avreste fatto, cazzo?", chiese il ciccione agli altri. lo strabico, che fino a quel punto sembrava distratto, parve rispondere all bottiglia del vino, comunque esclamò: "cazzo io gli cacciavo un etto di piombo in testa a quel cane bastardo, e due etti al padrone.". tutti risero, amoruso mangiava. "è quello che ho fatto!", disse il segaligno. ridendo sguaiatamente il grassone continuò: "undici punti al cazzo e venti all'inguine, la palla gli ha quasi staccato la cappella e per aprire le mascelle a quel cane abbiamo dovuto chiamare i pompieri che hanno usato un martinetto idraulico.". tutti, sarà che a fine cena erano spudoratamente sbronzi e col colletto sudato e slacciato e la cravatta lenta, finirono quasi sotto al tavolo con le convulsioni, per le risate. tutti tranne il segaligno che non rideva per niente. amoruso aveva finito il dolce, una terrina di fragoline di nemi con gelato al miele. si alzò, cacciò un rutto della madonna, sorrise e se ne andò. pur chiedendosi chi cazzo fosse quel tipo la sala esplose una clamorosa risata e proseguì con gli amari ed i caffè.
grigio vesuvio.
condensare la forza in un punto preciso, fino a quando il muscolo non si fosse contratto attorno ad un centro divenendo indipendente dalla volontà cosciente, salvo rimanere controllabile in funzione di semplici regole apotropaiche, quindi spostarlo lentamente, manovrando il dolore per entrare in una dimensione altra, astratta; in termini più semplici un crampo notturno al polpaccio. molti si spaventano subito perdendo il controllo e subendo passivamente l'evento, lui no, ma con quella macchia bianca di sofferenza secca causata dalla pallottola che gli era penetrata nella corteccia cerebrale era tutto un altro discorso e non c'era nulla che potesse fare. lo comprese in un attimo e l'attimo dopo era morto. si chiamava calogero porfiri, in arte manola, era tossico, frocio, infame e ai miei piedi nel suo pied à terre alla magliana. morto.
"amoruso vedi che devi fare, eh.", il commissario sarcozzi aveva chiuso con queste parole la telefonata con cui mi aveva buttato giù dal letto quella mattina all'alba. l'alba... le dieci. a dire la verità giù dal letto c'ero già, dovevo essere svenuto, rientrando nella notte, tra la porta d'ingresso ed il cesso. m'ero evidentemente pisciato sotto e nella caduta la bottiglia che avevo in mano rompendosi mi aveva aperto un brutto taglio sulla mano. "che hai fatto alla mano? hai un'aspetto dimmerda, amoruso.", aveva detto sarcozzi due ore dopo, quando l'ebbi raggiunto nel luogo dell'appuntamento. mi mostrò il corpo di calogero-manola: "era un tuo informatore, no? dimmi qualche cosa, amoruso, sennò fai ferragosto al commissariato.". "c'è l'abbacchio il 15 a pranzo?", chiesi senza ottenere risposta. "amoruso, se vieni a sapere qualcosa chiamami...". sarcozzi era in fondo una brava persona e le sue minacce non facevano troppa paura. quello che faceva paura era il ricordo del buco del proiettile tra la fronte ed il naso di manola. e la sua faccia contratta dal panico. somigliavano in grande al mal di testa ed alla faccia contratta da hang over che mi ritrovavo addosso.
"non è che mi puoi ammazzare così un informatore, eh.", pensavo mentre forzando la porta mi introducevo nella casa del professor scoccimarro, esimio accademico e onorato rappresentante di cosa nostra per roma e provincia. andai in cucina, aprii il frigo e dopo aver tolto il cucchiaino dal collo di una bottiglia di krug ne diedi due gran sorsi, quindi me la portai all'ingresso e sedetti su una poltroncina. tolsi la sicura alla beretta 6,35 guancette in madreperla placcata oro di manola che avevo recuperato da sotto alla consolle nell'ingresso del suo appartamento mentre sarcozzi cazzeggiava e mi misi ad aspettare: l'autista e guardia del corpo avrebbe a breve riaccompagnato a casa la nipote di scoccimarro dal circolo ippico dell'olgiata, accompagnato dalla governante.
il gorilla ci aveva pure provato a reagire, e adesso stava nell'angolo con un buco nella rotula che a giudicare dalle bestemmie che tirava doveva fare un male cane. la governante urlava, la bambina urlava. lo sparo si era sentito ed anche forte, amplificato dall'ampiezza dell'appartamento, ma a ferragosto a roma non c'è un cane: solo extracomunitari. il numero era su un post it seguito dall'avvertenza: "in caso di emergenza". il segnale diede libero: "pronto?" chiese il professore dall'altra parte della linea. "professore sono qui con sua nipote e il suo gorilla che è un attimino ko.", dissi sapendo che attimino, detto ad un accademico, è più doloroso di una stilettata ai coglioni. "professore,", continuai "mica è bello quello ha fatto fare a manola, eh. e se io mi incazzo e le buco la nipote? eh? EH? lei che dice se lo faccio?", spostai il cellulare verso la bambina che urlava disperata terrorizzata dalla pozza di sangue che usciva dal ginocchio dell'energumeno bestemmiante. "ma chi cazzo sei?", urlò il professore: "chi cazzo sei? tu non sai con chi ti sei messo!". stavo godendo. diedi una sorsata al krug e sibilai nella cornetta: "professore, la mafia non è lei né è una organizzazione, la mafia è un modo di essere: è di tutti. per questa volta le è andata bene, alla prossima ci pensi prima di far ammazzare la gente per una cazzata. saluti da manola.".
riattaccai il telefono, mi ricacciai la pistola in saccoccia e me ne tornai a casa. fin giù in strada continuai a sentire le urla della ragazzina e le biastime del gambizzato. quando mi sdraiai sulle lenzuola incartapecorite del letto di casa mia il corpo mi ringraziò ad alta voce. avevo le meningi in fiamme, la faccia color grigio vesuvio e l'ultima cosa che vidi prima di svenire di nuovo è che si erano fatte le diciassette e trenta.
amoruso e la lepre di maggio.
amoruso tornò a spostare la tendina: due piani sotto, in strada, la ragazza continuava a distribuire specchietti ai passanti. una signora elegante con un fox terrier al guinzaglio ne prese uno, distrattamente, si guardò e cambiò espressione. la maggior parte cambiava espressione, tutti gettavano lo specchietto nel cestino che si trovava a pochi passi. la ragazza continuava a distribuire specchietti, quando era prossima a finirli riciclava quelli abbandonati presso il cestino e ricominciava: guardatevi. bionda, minuta, indossava abiti colorati che contrastavano con la sua aria triste. non diceva niente. faceva: guardatevi.
in televisione un gruppo di metallari era giunto al core dell'esecuzione di fronte ad un pubblico in delirio. il cantante mentre continuava a suonare cominciò aiutandosi con un piede a togliersi la scarpa dall'altro. poi il calzino. quando il piede fu libero si avvicinò al margine del palcoscenico e lo protese verso il pubblico. un essere dalla sessualità indefinità iniziò a succhiarglielo con voluttà. amoruso spense la tv e si sdraiò di nuovo sul letto. doveva perdere tempo, doveva ritardare per dare modo agli omini del futuro di preparare il palcoscenico nel quale avrebbe continuato a muoversi. guardò l'orologio al polso e quello sulla tele: era avanti ormai solamente di tre minuti e venti secondi.
il giorno prima amoruso s'era mosso con troppo anticipo ed aveva continuato a guadagnare tempo con sorpassi azzardati, una velocità sopra la media e una serie di fortunate conseguenze quando si trovò di fronte alla macchina il vuoto. la strada finiva nel vuoto, non solo, l'intera prospettiva sfumava nel nulla. o meglio. non proprio nel nulla. nel cantiere degli omini del futuro che lavoravano febbrilmente per creare un contesto nel quale amoruso potesse muoversi. appena la macchina fu ferma, sul ciglio del nulla, gli omini alzarono gli occhi sbalorditi smettendo di lavorare. poi si guardarono allibiti tra loro fino a quando il capocantiere si fece avanti: "ma lei è già qui?", disse ad amoruso. "qui dove?", rispose il detective con un sorriso. il capocantiere degli omini del futuro si prese una lunga pausa, accese una sigaretta, guardò l'orologio e disse: "quì, avanti di cinque minuti rispetto a dove avrebbe dovuto essere.
amoruso guardò di nuovo l'orologio: un minuto e venti secondi esatti. ancora un paio d'ore e tutto sarebbe tornato normale: avrebbe potuto muoversi in sincronia col proprio futuro, uscire, andare a prendere un gelato certo che un omino del futuro glielo avrebbe fatto trovare pronto e avrebbe anche potuto cambiare idea ed optare per un pezzo di pizza rossa con le olive e le cipolle: sarebbe stato lì, fumante, ad attenderlo. tornò alla finestra. la strada era ormai quasi vuota. la ragazza era seduta sul marciapiede, aprì il suo borsone traendone uno specchietto e si guardò. trovandosi più in alto amoruso non poteva vederne il viso e quando le spalle di lei cominciarono a sussultare ebbe il dubbio, che gli rimase, circa il fatto che stesse piangendo oppure ridesse.
il sole tramontava sui palazzoni che assunsero un colore grigio rosato. i gabbiani in piccoli stormi tornavano al mare dalle discariche di periferia, amoruso guardò l'orologio, sospirò e s'accese l'ultima sigaretta della giornata.
notturno.
"cazzocazzocazzo che cazzata!", amoruso ri rigirava nel letto scalciando istericamente e contorcendosi come un indemoniato. s'era distratto un attimo ed una situazione ordinata era divenuta un caos difficile da sbrogliare. circostanze compartimentate avevano creato legami forti tra loro risultando ora indistinguibili e pertanto ineliminabili tout court a meno di non rischiare di buttare nel cesso i pesci con l'acqua da cambiare dell'acquario. "cazzocazzocazzocazzo", amoruso accese la luce, sedette sul letto e s'attorcigliò una canna nella consapevolezza che non gli avrebbe agevolato il sonno ma anzi avrebbe dato volume a quei pensieri che avrebbe voluto spegnere: "ma sticazzi", concluse ad alta voce. veronica mars sorrideva ed ammiccava con le sopracciglia alludendo a qualcosa che si trovava dietro le spalle di amoruso, il quale non aveva alcuna intenzione di voltarsi nella consapevolezza che se lo avesse fatto veronica sarebbe sparita. "senti veronica, gran calma che già l'altra volta è andata malissimo. allora senti, ma tu pensi che dovremmo avere un bambino?", amoruso non aveva neanche finito la frase che tra lui e la mars comparve una enorme scritta lampeggiante al neon che diceva "cazzata" mantre risate registrate echeggiarono in quello spazio senza confini. veronica mars sgranò gli occhi e cominciò a scomparire: "noooooo! veronica mars, cazzo, no, ti prego non sparire! veronica maaaars! veronica maaaaaars! torna qui! ti devo imporre il mio affetto!". immaginati di avere la bocca piena di terra, una saccoccia di cemento sul plesso solare e due generatori piezoelettrici all'altezza delle ginocchia che ad ogni schicchera contraggono i muscoli dei polpacci in modo innaturale provocando crampi dolorosissimi. "veronica mars, ma vaffanculo va.", pensò amoruso alzandosi dal letto, inciampando su una maglietta per terra e avviandosi verso il cesso. uno sguardo alla finestra gli fece odiare la luna di maggio carica di quelle promesse estive che puntualmente settembre avrebbe avvolto in una nebbia di delusioni. amoruso pisciò e tornò a letto. era ancora troppo presto per alzarsi e troppo tardi per pensare di riprendere sonno. pensò, come contasse le pecore, a pietro bastogi, alle ferrovie meridionali che realizza grazie ai suoi agganci con sella e che lo stato gli ricompra nel 1906; con quei soldi i santi bastogi, padri della patria, fondarono una fiorente industria elettrica: stessa spiaggia stesso mare, lo stato la nazionalizza nel 1962. pensò a quanto sia marcio il capitalismo italiano fin dall'unità. contare le pecore funziona: due minuti dopo amoruso correva in prato pieno di cespugli di ginestra dal dolcissimo profumo. correva e rideva, correva e rideva, correva e rideva, correva e pestò un fior di cane proprio mentre la radiosveglia annunciava mare forza sei nel basso adriatico. .
amoruso, una patria e poirot.
amoruso e la piccola patria della curva.
finalmente amoruso riuscì ad udire il suono del silenzio oltre il rumore dei suoi pensieri, aprì gli occhi che si riempirono di buoio e realizzò che la posizione nella quale si trovava nel letto era quella che nella quale di solito si ricompongono i morti: supino, le mani giunte sul petto. cambiò subito posizione per poi indignarsi con se stesso per l'assurda preoccupazione prossemica che l'aveva preso nonostante fosse solo, in piena notte, in una città resa deserta dal lungo ponte di san marco, pensò di rimettersi ad imitare il vampiro ma su quest'ultimo pensiero giunse il sonno a stendere il suo velo su un pensare che in letteratura e in altri tempi sarebbe stato definito tout cout febbrile, e forse la febbre ce l'aveva per davvero, almeno a giudicare dalla macchia di sudore che lentamente s'espandeva sulle lenzuola.
amoruso si faceva spazio tra la folla cercando di arrivare tra le prime file per conoscere il motivo di tanta calca quando un braccio uscito da un portone lo trascinò all'interno dell'oscuro androne di un palazzo, dalla cui tromba dell'ascensore cigolii sinistri annunciavano ansiogeni l'imminente arrivo al piano terra della cabina. "senti,", disse la voce di quel braccio, "le cose stanno così, come sai fin dai primi anni novante le tifoserie calcistiche sono divenute un esercito politico che per patria ha la curva, un esercito pagato aumm aumm dalle società sportive a compenso del favore o del chiudere un occhio del potere politico che fino ad oggi ha governato. questo potere ora chiede il conto e conta di destabilizzare il suo successore facendo scendere questo esercito in piazza con la scusa dei recenti scandali portaqti artatamente alla ribalta delle cronache. un esercito addestrato alla guerriglia, che non scappa quando sente la celere battere il passo sugli scudi, ma che anzi s'organizza e la fa, se non altro, fermare. per questo non trovi che su pochi giornali il nome di chiara gestronzi, scandalo si ma con giudizio, mentre ci trovi quello del figlio di morgi che ormai tanto è bruciato: i giornali che fanno capo al potere politico ora al governo cercano di minimizzare, certo non gli farebbe comodo una guerriglia urbana da parte di gente che s'allena tutte le domeniche mentre l'opposizione grida all'insicurezza delle strade.", la voce, che aveva fatta tutta una tirata, si fermò per un istante e concluse: "si' capito?".
amoruso capire aveva capito ma quello che aveva in testa era tutt'altro: "ma come cazzo fai a startene sospeso a mezz'aria?", chiese al braccio che per tutta risposta prima cadde a terra e poi si sciolse come fosse stato nell'acido. il cigolare della cabina ascensore scosse amoruso che per il terrore che assurdamente gli creava quell'incombere rimase paralizzato. l'ascensore giunse al piano terra e dalla cabina uscì veronica mars: "veronica mars! cazzo sei veronica mars!", esclamò stupito amoruso mentre veronica mars gli faceva cenno di stare zitto. "quelli la fuori vogliono ammazzarti, amoruso, ma io ti salverò!", disse veronica mars che in quell'istante sembrò rifulgere d'una luce che assunse le forme di una minerva classica. "cazzo veronica mars, non ci posso credere! veronica mars, te per me sei l'archetipo della fidanzata ideale almeno quanto milly d'abbraccio lo è della porca e antonella clerici della vacchetta! cazzo io... io ti amo veronica mars!", amoruso era agitatissimo e parlando gesticolava un casino e continuò subito dopo aver ripreso fiato: "ora io capisco veronica che la mia vita attuale è un gran casino, che c'ho un mucchio di problemi e che forse mi aggrapperei troppo a te dandoti un ruolo salvifico che forse ti impegnerebbe troppo restringendo i tuoi spazi e forse soffocando la tua vita, ma purtroppo sono un pupone cresciuto e anche piuttosto immaturo che ancora non sa bene cosa vuole fare da grande ed ha idee chiare solo su quello che non vuole fare e...", veronica mars stava sparendo. "veronica...", urlò amoruso cercando di afferrare il corpo della bionda detective limitandosi però solo ad artigliare l'aria: "veronica cazzo, no, cioè non volevo fare 'sto discorso.... cazzo non sono così peso veronica... cioè io rido e scherzo pure e ste cose di solito me le tengo dentro ma con te volevo essere sincero e... veronica mars! veronicaaaaa".
immagina una tartaruga marina su una spiaggia caraibica, sotto un sole cocente e pancia all'aria. immaginati che agiti di tanto in tanto le pinne in modo disperato e scoordinato e che poi, dopo, rimanga immobile per lungo tempo mentre il suo unico movimento resta un leggero gonfiarsi e sgonfiarsi della gola in un respiro affannoso. questa è l'immagine che amoruso vede tra l'istante in cui ha immaginato di urlare l'ultimo "mars" e quello in cui si rende conto di star sbattendo le braccia e le gambe sul letto, trovandosi supino e con la gola arsa dalla sete in mezzo ad una pozza di sudore che imbeve il materasso. "cazzo,", pensò amoruso, "che incubo dimmerda", ed allungò la mano verso il pacchetto di sigarette.
amoruso contro poirot.
quando poirot entrò nel suo ufficio amoruso stava tagliandosi le unghie dei piedi con le forbicine del coltellino svizzero. innumerevoli tagli sulle sue falangine podaliche indicavano la scarsa maestria del nostro eroe nell'uso di qualsivoglia strumento e la nulla attitudine dello strumento stesso alla bisogna. "amovuso, i suppose...", disse poirot mentre per lo stupore di vederlo amoruso si amputò un mignolo. "oh cazzo", disse poirot. "porca madonna", disse amoruso cacciando il piede sanguinante nel portacenere per non sporcare in giro, "ma sei cretino?". "mi scusi, evo venuto per chiedevle alcune cose civca il caso ljs...". amoruso zompettando su un piede solo era troppo preso nella ricerca del suo mignoletto per capire cosa stesse dicendo, quindi prese un contenitore di gas per accendini e lo usò tutto sul moncherino: "e mi aiuti a cercare questo cazzo di mignolo imbecille!".
dopo mezz'ora erano seduti di fronte nel pronto soccorso. "allova, lei mi sa dive qualcosa civca il caso ljs?". "è stato il maggiordomo", disse amoruso. "e lei come lo sa?", chiese poirot scartando un cioccolatino e mettendoselo in bocca. "ma maledettissimo stronzo, ti mangi un cioccolatino senza offrirlo?" urlò amoruso lanciandogli il mignoletto amputato e leggermente maleolente sulla faccia. "mi scusi", disse poirot togliendosi il cioccolatino di bocca: "vuol favorire?". "no, grazie", disse amoruso, al che poirot si ricacciò il cioccolatino in bocca. "avanti il prossimo", invitò un infermiera. "cazzo il mignoletto! e tocca pure a me! mi aiuti a cercarlo!", urlò amoruso, e tutti e tre si misero a cercare il mignoletto che venne ritrovato in un angolo tra la sporcizia.
due ore dopo amoruso zoppicante uscì dalla sala operatoria. "allora, sul caso ljs?", chiese poirot con l'alito che sapeva di ciocoolato fondente. "senta poirot, ce l'ha un cioccolatino?", chiese amoruso. "no", disse poirot. "e allora vaffanculo", repicò amuroso allontanandosi, zoppicante, verso il sole che tramontava dietro la oviesse.
amoruso din din din.
il sole allo zenit avrebbe piazzato tutte le ombre sull'attenti non ci si fossero messe di mezzo le nuvole che, cariche di umidità, transitavano su roma alleggerendosi in parte con scrosci improvvisi e violenti di pioggia che il tevere accoglieva mugghiando come un mare e affilandoci la sua lama di boia nella speranza di un facile lavoretto incarnato da eventuali suicidi vintage. amoruso, che aveva evitato di guardare lo specchio sino a quel momento poggiò il rasoio, alzò lo sguardo e salutò una faccia che non vedeva da tempo: "macciao!", in quel momento bussarono alla porta.
amoruso aprì e si ritròvò di fronte i re magi, richiuse, riaprì e visto che di fronte a lui c'erano sempre i tre magi disse: "buongiorno, hanno bisogno?". i re magi fecero cenno di chiedere il permesso di entrare ed accomodarsi ed amoruso li invitò con un ampio gesto della mano ed una mezza riverenza. zigzagando tra i calzini, i posacenere caduti in terra, cartoni di pizza a portav via dai quali cominciavano a spuntare preoccupantissimi germogli i re magi sedettero alla scrivania, di fronte ad amoruso che non seppe ripetere altro che: "hanno bisogno?". "prima i doni!", disse quello che sembrava il più anziano. ad amoruso brillarono gli occhi non tanto per l'oro o per l'argento quanto per la mirra che nella sua ignoranza aveva sempre ritenuto essere una droga esotica di alto livello.
i re magi tirarono fuori un cesto contenente ogni ben di dio: caciotte di pecora che dal profumo sembravano delle marzoline da leccarsi i baffi; rosari di salsicce trasudanti grasso dal vago sentore d'affumicato; barattoli di melanzane e porcini e ogni ben di dio sott'olio. amoruso era deluso ma cercò di non darlo a vedere, e comunque l'uomo deve pur mangiare e va bene il nutrimento dello spirito ma occorre pensare sempre anche a quello del corpo: "grazie!", disse e: "hanno bisogno?", continuò risultandosi per lui stesso antipatico. "sì", disse il primo dei re magi. "abbiamo", continuò il secondo. "bisogno!", concluse il terzo. i re magi parlavano come qui, quo e qua e mangiavano come pecorari dell'alta laga, amoruso fece gli occhi a fessura, avrebbe voluto dire "e di cosa hanno bisogno?" ma si trattenne.
alternandosi nel parlare i re magi comunicarono ad amoruso che il presepe vivente del loro paesino, del quale loro facevano parte nei panni dei re magi, era una tradizione secolare della loro terra che purtroppo quell'anno rischiava di essere oscurata da un fatto di cronaca: qualcuno stava assassinando in maniera efferata i poveri del paese uno dopo l'altro, finora si era arrivati a tre omicidi. il primo povero era stato trovato in un fosso, nelle narici gli erano stati piantati due turaccioli di sughero fino a farli penetrare nei lobi frontali del cervello; al secondo povero erano state cucite le labbra e le narici ed era morto per soffocamento; al terzo povero era stato fatto lo scalpo, cosa che sembrava strana essendo egli notoriamente calvo.
"ho capito...", disse amoruso, e continuò: "accetto l'incarico, domani verrò in paese, vi chiedo solo una cosa: che tutti gli abitanti del paese siano riuniti, ho bisogno di vederli tutti.". in tre successive riprese i magi assicurarono che sarebbe stato fatto e si accomiatarono mentre amoruso reprimeva l'istinto di omaggiarli con una ulteriore riverenza. è che amoruso trovava le sue riverenze impeccabili e ci teneva a sfoggiarle pur non avendone mai occasione.
il giorno dopo amoruso, sognando una daihatsu copen e viaggiando su una centoventisette avana targata rieti del '78, giunse nel paesino famoso per il suo presepe vivente. i re magi lo accolsero, gli scappò una riverenza per la quale si morse a sangue il nudo labbro, ed assieme si recarono in un grande capannone dove erano ammassati tutti gli abitanti, ognuno nel costume corrispondente al personaggio del presepio che interpretava. il detective dell'assurdo percorse il fronte dei paesani con passi lunghi e lenti, quasi un generale che passa in rivista le truppe prima della battaglia, su ognuno degli astanti su posò il suo sguardo severo ed indagatore. al dodicesimo giro qualcuno sbuffò. al ventesimo un bambino iniziò a piangere. al trentaduesimo, quando tutti s'erano rotto il cazzo amoruso si bloccò ed urlò, facendo trasalire anche i sordi: "il primo povero usava soffiarsi il naso spesso, vero?". tutti i presenti cominciarono, annuendo, a guardarsi tra loro, quindi san giuseppe, che si sentiva investito dell'autorità per farlo anche perchè era il sindaco disse: "beh, sì!". "ah-ha! esclamò amoruso costringendo i più anziani a prendere la pillolina salvavita per non infartare seduta stante, "bene! e il secondo... il secondo dei povei uccisi era forse persona catarrosissima?". mentre il pubblico ricominciava ad annuire il sindaco-sangiuseppe confermò. "bene", disse amoruso, "non servirebbe neanche chiederlo: il terzo aveva sempre la fronte blillante come un diadema di tiffany a causa di uan ipersudorazione?". il sindaco ammise che anche questo corrispondeva a verità. nella sala si fece un silenzio così assoluto che una mosca di passaggio, pur di non infrangelo, si suicidò precipidandosi a peso morto in una lattina di spam lasciata lì aperta per puro caso da un turista di passaggio.
amoruso ricominciò a misurare a larghi passi il pavimento fino a fermarsi di fronte alla bella signora che nel presepe interpretava la lavandaia: "è stata lei!". a quella frase la lavandaia con un sibilo portò la mano al corsetto per estrarne la lama micidialmente avvelenata di un kriss malese e sarebbe con esso riuscita a por fine alla tormentata esistenza di amoruso non fosse che venne bloccata subito dal maresciallo dei carabinieri che anche nel presepio faceva il maresciallo dei carabinieri perchè quando aveva chiesto il permesso di partecipare l'arma glielo aveva negato adducendo principi di serietà e di centenaria tradizione. la lavandaia, disarmata, venne tradotta in cella di sicurezza. un altro caso era risolto.
la tavola imbandita per festeggiare l'evento era uno spettacolo degno di un raspelli a cavacecio di vissani: latticini, salumi, sottolii, bucatini alla gricia, alla matriciana, col sugo di castrato, alle regaglie di pollo, olive all'ascolana, c'erano anche gli involtini primavera per rappresentare la minoranza locale: dei cinesi che nessuno però vedeva mai ma si sapeva che c'erano per il rumore di macchina da cucire che usciva dal sottoscala di una villetta semidiroccata. "prima di cenare...", disse un re magio. "volete spiegarci...", continuò l'altro re magio. "come avete fatto?", concluse il terzo re magio. amoruso mise su il sorrisetto della vittoria, un sorrisetto che di rado aveva occasione di sfoggiare e disse: "è stato facile, come dice la filastrocca? la bella lavanderina?". "che lava i fazzoletti per i poveretti della città.", dissero in coro pavlovianamente i paesani. "infatti,", continuò a spiegare amoruso: "la signora s'era così immedesimata, ma sarebbe meglio dire immassimata, nella parte che soffriva anche delle sofferenze del suo personaggio, sfociando nella reazione di quest'ultimo costretto a lavare i mocciolosi, scatarrati e insudacciati fazzoletti dei poveretti. una grama esistenza che può, può non crediate, sfociare nei peggiori delitti.". la chiusura di amoruso era stata da manuale e egli volle superarla: "e adesso mangiamo!".
that's all, now: love&pride!