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troppi tossici in giro, amoruso.  08/04/08 13:14    

le prime ombre della sera si accingevano ad occupare gli spazi che le ultime ombre del giorno avevano abbandonato. pur condividendo le stesse aree e sembrando aver molto in comune quelle ombre vivevano realtà diverse, come una coppia arrivata in fondo alla propria storia. il marciapiede si era svuotato quasi del tutto, tranne che per i tossici che ancora lo affollavano. amoruso, seduto sul cornicione del tetto del suo condominio, dopo una lunga concentrazione mollò una cicca che andò a cadere tra i ricci di un eroinomane addormentato sui gradini dell'ingresso del palazzo, quindi si stiracchiò e scese nel suo appartamento.

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lo strano caso delle mutandine rosa.

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avevo appena rilassato le chiappe sul cuoio consumato della presidenziale. le tobacco si dondolavano tra telefono e schedario da tavolo.

il joint, preparato con le caccolette fossili raggranellate una ad una negli interstizi della scrivania, cominciava a fare effetto: la scritta in controluce sul vetro della porta dell'ufficio si sfocava dando il via ad uno spettacolo d'ombre cinesi a mio esclusivo uso e consumo.

"Amoruso investigazioni - pedinamenti&controspionagg­io industriale" si trasformava in gnu e zebre all'abbeverata serale. potenza della caccoletta fossile. il tardo pomeriggio d'una qualunque giornata lavorativa: aprii il cassetto e ne trassi la fiaschetta di nardini, della quale dimezzai il contenuto.

ruttai, con la mano di fronte alla bocca: bisogna saper vivere.

avevo contato gli gnu due volte e mi appressavo alla conta delle zebre quando qualcuno bussò alla porta.

- chi è?
- Amoruso?
- chi lo cerca?
- Amoruso?
- ma chi...

mi avvicinai alla porta e la spalancai. di fronte a me un gorilla di due metri affetto da alopecia congenita.

- Amoruso?

ripeté per la terza volta.

- dipende. lei chi è?
- il signor Victor Goran desidera conferire col detective Amoruso.

Goran lo conoscevo bene. aveva un paio di locali in centro ed era a capo di una delle più pericolose cosche della città: non avevo nessuna voglia di mischiarmici.

- Amoruso è partito per la tanzania. tornerà per le prossime olimpiadi. arrivederci.

feci per chiudere la porta, ma tra essa e lo stipite si andò ad infilare il quarantotto in vero cuoio del gorilla.

- ho una sua foto, amoruso è lei!

ora io sopporto tutto, meno che d'essere preso per me stesso. detesto me stesso e chi me lo ricorda. il gorilla sembrava massiccio, ma le palle ce le hanno tutti fragili uguale e nello stesso posto: riaprii la porta e caricai un traversone della madonna diretto all'inguine del bestione.

il bestione era agile. il traversone andò a vuoto. le torri gemelle crollarono di nuovo e questa volta sulla mia testa. buio.

ripresi coscienza sul divano dello studio di Goran. Goran era di fronte a me e affianco a lui il gorilla se ne stava mogio mogio a testa bassa.

- non sopporto la violenza, ma questo bestione non la vuole proprio capire...

mi disse un Goran tutto untume e sorrisini viscidi.

- quel che è fatto è fatto. non si preoccupi...
- la ringrazio, mi toglie un bel peso...
- cosa vuole da me?
- ah, si. veniamo al dunque... ho bisogno del suo aiuto per recuperare un oggetto. è una cosa molto riservata...
- mi dica...
- delle mutandine. rosa.
- mutandine cosa?
- mutandine rosa. guardi le spiego, è venuta ieri a casa mia la mia amante, Delicia Dufur la spogliarellista, ecco, alla fine non siamo più riusciti a trovare le sue mutandine, e sa, domani torna mia moglie...

ecco. ecco. un incarico sui generis. mai un pedinamento d'una moglie infedele. sempre 'ste robe...

- accetta l'incarico?
- sono 100000 al giorno più le spese...
- gliene do 500000, ma deve assolutamente trovarle per stasera...
- non si preoccupi, adesso mi lasci lavorare. c'è servitù in casa?
- soltanto Ciun Lai, il mio cuoco cinese. le pulizie le fa, ma ancora non glielo ho presentato... Oreste, il mio valletto...

il gorilla si chiamava Oreste. vabbè.

- ho bisogno di parlare col cuoco, dove lo trovo?
- è in cucina...

mi recai in cucina dove vidi il cuoco. lui vide me. il lo scrutai. lui mi scrutò. io mi tirai con le dita le palpebre obliquandomi lo sguardo. lui pure. io feci "blblbl" con la lingua. lui pure. mi scaccolai. si scaccolò. non era la cucina, ma lo spogliatoio. quello davanti a me era uno specchio.

- mi scusi Goran, dov'è la cucina?
- l'ultima in fondo a sinistra, di fronte al cesso.
- grazie...

in cucina vidi il cinese. mi grattai la testa. lui no. questo mi rassicurò e mi diede la forza di continuare.

- caccia le mutandine, muso giallo, o ti ficco il mandolino su per il culo!
- mandolino?

disse il cinese facendo il vago.

- mandolino, muso di scimmia, i cinesi sono tutti spaghetti e mandolino no? allora? parla!
- spaghetti si, mandolino no!
- ah, spaghetti si e mandolino no eh? e invece se vuoi gli spaghetti ti becchi pure il mandolino! hai capito il signorino...

ma tornai subito al punto.

- allora le mutandine?
- quali mutandine, io non sapele...
- non sapele eh!

mentre con una mano l'appiccicavo al muro con l'altra iniziai a lavorargli il plesso solare e con l'altra gli strizzavo le palle e con l'altra gli agitavo minacciosamente il pugno di fronte agli occhi. la cosa dovette impressionarlo moltissimo.

ma non mollava. vidi un termosifone e ce lo misi contro di schiena. con la velocità d'un fulmine lo legai strettissimo alla fonte dell'invernale calore domestico e gli calai calzoni e mutande. i glutei giallognoli aderivano perfettamente alla ghisa. girai il termostato portandolo su max. poi ci ripensai e lo misi su "ma che sei scemo? ma lo sai quanto costa er gasse?". cacciai in gola al cinese una tovaglia a quadri da pic nic e uscii.

andai al muretto, alla vecchia comitiva. contrattai col Ventresca e col patata l'acquisto di qualche grammo di marocco riuscendo a spuntare un prezzo di favore. battei i pezzi a deborah la sciampista fino a che non riuscii ad appartarmici all'interno di un cantiere deserto. trascorsi così amenamene il restante pomeriggio e parte della serata.

guardare gli occhi di Ciun Lai mi fece male. sono un tenero, ma ho scelto un mestiere da duri. un sospirone e mi feci avanti. quando tolsi la tovaglia non urlò. sussurrava sommessamente.

- almadio bianco, qualto cassetto dal basso...
- almadio?
- almadio bianco... almadio bianco, qualto cassetto dal basso...
- ah, armadio, cazzo d'un cinese..
- spegne telmosifone....pel piacele onolevole signole...

onorevole signore. con le buone maniere s'ottengono buone maniere. colpirne uno per educarne cento, diceva la buonanima del timoniere...

aprii l'armadio ed il cassetto: tra falli in lattice, mascherine di pelle e un costume da batman si stagliavano le mutandine rosa con le cifre D.D., Delicia Dufur. Tornai dal cinese e lo slegai, quindi mi recai in studio tenendo il muso giallo per un braccio.

- sedetevi...

disse Goran.

- grazie

dissi io.

- meglio di no.

disse il cinese.

- allora, ha risolto il caso?
- si, ecco le mutande rosa. il colpevole è lui!
- Ciun Lai?
- Ciun Lai.
- Ma come ha fatto?
- Il colpevole è sempre il cuoco.
- Ma non era il cameriere?
- si, ma lei non ce l'ha, quindi tocca al cuoco.
- non fa una grinza, eccole i cinquecento.
- grazie Goram, ci vediamo.

usci alle ombre della notte sciabattando sulle scalcagnate tobacco. il caso era chiuso. m'accessi un mezzo joint che m'era rimasto in tasca dopo le performances con la sciampista. continuai a sciabattare fino all'uffico.

avevo appena rilassato le chiappe sul cuoio consumato della presidenziale. le tobacco si dondolavano tra telefono e schedario da tavolo, quando...

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il detective Amoruso vi rimanda alla sua prossima avventura: il tampax della fortuna.

Il tampax della fortuna.

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svuotai la bustina d'aulin direttamente in bocca. poi diedi l'ultimo sorso rimasto nella fiaschetta della nardini e gargarizzai. mandai giù con lo sguardo rivolto al soffitto. l'emicrania aveva i minuti contati, ma mentre contavo si scatenò in una serie di jab diretti ai miei lobi frontali. proprio in quel momento il telefono trillò. - amoruso investigazioni, chi parla?
- chiamo dalla residenza della baronessa salina, sono il maggiordomo, le passo la baronessa
- me la passi...
- amoruso? sono la baronessa salina, avrei bisogno di parlarle, potrebbe venire in villa? conosce l'indirizzo?
- sono da lei in un quarto d'ora baronessa.

la baronessa salina era una vecchia cariatide, discendente di un'antica famiglia della nobiltà siciliana, aveva oltre cent'anni e viveva semireclusa nella sontuosissima villa di famiglia, dalla quale attraverso apparecchiature elettroniche sofisticatissime operava in borsa guadagnando spesso in un giorno quello che tutto il condominio in cui abito guadagna nel giro di una ventina di cicli di reincarnazione.

avevo letto di lei dal barbiere, su un rotocalco scandalistico, in occasione del suo centesimo compleanno, quando per festeggiare organizzò un gang bang del quale era protagonista assieme ad un centinaio di scaricatori di porto reclutati a gioia tauro.

scesi in strada mentre scendeva l'emicrania. salii sulla mia 128 truccata, trovai nel posacenere un mezzo join, me l'accesi e lasciandomi dietro una nuvola di smog e fumo giunsi alla villa.

- sono amoruso

dissi al maggiordomo in livrea che, dopo avermi aperto il portone, mi fissava dall'alto in basso. effettivamente il mio look, da quando fiona m'aveva lasciato per quel transessuale pigmeo, era andato davvero alla malora. le tobacco senza calzini anche a gennaio, sotto gli sformatissimi calzoni di tessuto diagonale con pences, accoppiati alla maglietta dei clash sotto una giacca di tweed completamente infeltrita, non dovevano in effetti donarmi molto. per non parlare dei miei occhi, dove il castano dell'iride galleggiava in un lago di capillari.

- prego s'accomodi, vedo che non indossa la camicia, posso fornirgliene una per l'incontro con la signora?
- ficcatela in culo, stronzo.
- mi segua.
- no, preferisco che te la ficchi in culo da solo, io me ne vado.
- la prego mi segua, per la camicia faremo un eccezione

lo seguii fino allo studio della baronessa. le superficie dello studio aveva le dimensioni dell'olimpico, e credo che avesse un codice di avviamento postale dedicato. attraversai lo spazio che mi separava dalla scrivania dietro la quale la vecchia sembrava assorta in quelche complicata operazione. quando vidi che trafficava con cucchiaio e accendino capii che si stava preparando un perone coi controcazzi.

- favorisce?

mi disse da dietro le lenti degli occhiali di tiffany.

- no, grazie, ho smesso alla fine degli ottanta. come tutti del resto...

rimasi in silenzio mentre la vecchia operava con la mano ferma di un infermiere professionale, quand'ebbe fatto reclinò il capo all'indietro e riprese a parlare con la voce strasciacata degli oppiomani.

- l'ho chiamata per recuperare un oggetto che ho molto caro...
- te pareva...
- come?
- no, nulla, continui...
- deve sapere che le mie finanze alla fine degli anni sessanta stavano andando in malora. i comunisti mi sobillavano le maestranze agricole ed avevo bisogno di riconvertirmi a qualche altro genere d'affari, mi buttai in borsa...
- in borsa...
- in borsa, sì, quando feci la mia prima transazione finanziaria avevo il ciclo. guadagnai in un giorno 30 miliardi. indossavo un tampax quel giorno e fu quel tampax a portarmi fortuna...
- dice?
- ne sono sicura. da allora lo tenevo sempre con me, in una piccola teca. l'altro giorno è scomparso.
- e lei vorrebbe che io...
- che lei lo ritrovi. e presto. le darò 10 milioni di euro.
- baronessa, con 10 milioni di euro non so che farci. facciamo cinquecento mila lire a giorno che quelle so bene come spenderle.
- contento lei...

uscii da quell'ufficio. dovevo trovare un tampax portafortuna usato di almento quarant'anni. bella la vita.

raggiunsi le cucine della villa. il maggiordomo stava mangiando con il resto della servitù.

- mi preparo qualcosa

dissi

- farò i miei famosi fagioli all'uccelletto, ne gradite?

accettarono tutti, abituati alla sofisticata cucina francese sembrò loro un miracolo poter mangiare un robusto piatto popolare.

preparai un pentolone di fagioli, scegliendo con cura quelli neri, piccolini. avevo maturato una certa cultura in materia di fagioli quando lavoravo come mozzo sulle bananiere costaricane.

cominciarono tutti ad ingozzarsi, i fagioli erano squisiti.

- una birretta, sopra, ce la buttiamo?

dissi agli ossessi che s'ingozzavano a quattro palmenti.

- come no. stappa, stappa...

se ne andarono così, in cinque ch'eravamo, una dozzina di canadesi e otto chili di fagioli. era solo questione di tempo pensai. infatti venti minuti dopo la fine del pasto, mentre sorseggiavamo il caffè, il maggiordomo proruppe in un peto di dimensioni epiche. il fondo dei calzoni venne interamente asportato dal esplosione intestinale e dallo strappo fuoriusci a mach 3 un proiettile che s'andò a conficcare nel muro.

era il tampax.

- brutto stronzo, chi pensavo di fregare?

dissi mentre schiantavo una sedia sulla schiena del maggiordomo.

recuperai dopo un lungo lavoro di scalpello il tampax e con quello avvolto in un kleenex e la collottola del maggiornomo in pugno bussai allo studio della baronessa.

- il caso è risolto. il colpevole è il maggiordomo. questo è il tampax.

la baronessa non fece una mossa. m'avvicinai. era stecchita. la roba è una brutta bestia, pensai, sfilandole gli occhiali che avrei poi rivenduto a pasquale, il ricettatore, come pagamento per il lavoro.

uscii da quella casa con la sensazione d'aver fatto un buon lavoro. mi trovai in tasca un mezzo joint, me lo accesi, tornai in macchina e me ne tornai al mio studio.
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amoruso vi rimanda alla prossima (ma lontana) puntata: La tetta della strega.

La tetta della strega.

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sorgeva uno splendente sole nell'atmosfera rarefatta d'una radiosa alba che ancora non lasciava tramontare, pallida, la luna. Proscenio di un inizio che in sé aveva già il presagio del suo compimento.

Amoruso svegliò con una poderosa tromba di culo la sveglia, che, visibilmente sconvolta, inizio a bippare. "merda", pensò, e strinse le chiappe a sincerarsi dell'assenza di un'umida evidenza che potesse confermare quel suo primo timore mattutino. niente umido, tutto a posto.

Aprì un occhio a scandagliare la stanza, mentre il resto del corpo conservava un'immobilità analoga a quella di un armadillo sotto attacco: fino a prova contraria sono morto. la sveglia insisteva nel segnalare acusticamente quanto già otticamente evidente, le undici meno dieci. in realtà un orologio digitale non segna mai "meno qualcosa", ma sempre "e qualcosa"; purtroppo queste sottigliezze, appena giunte sulla soglia del pensiero cosciente, vennero disintegrate dagli anticorpi del sonno e se ne tornarono nell'iperuranio, in attesa di rinascere in un contesto meno ostile, non un lamento uscì dalle loro metafisicamente stoiche bocche.

Una fitta allo stomaco, segnale d'allarme della sua disorganizzatissima agenda interna, gli ricordò l'appuntamento al quale avrebbe dovuto essere presente già da un'ora e cinquanta minuti. scattò in piedi con un sonoro sciaff degli stessi, nudi sul pavimento, che, gelato, ne respinse le piante, mentre il viso si contraeva in una smorfia di doloroso disappunto.

vincendosi, Amoruso, raggiunse la doccia, inspirò profondamente e si sottopose ad un gelido getto che lo aiutasse ad espiare gli eccessi, smemorati ma evidenti, della sera precedente. si sottopose al trattamento per una lunghissima frazione di secondo, quindi, tornato a più miti consigli, espiò sotto l'acqua calda. l'espiazione è questione personalissima e contingente. Amoruso sedette sul pianale della doccia in una posizione fetale propria delle più tristi prossemie di "birdy".

gli occhi, che sino ad allora s'erano mantenuti serrati in un orgoglioso rifiuto alle lusinghe della realtà visibile, tornarono a schiudersi. era sveglio, vivo e scalciante. più o meno. uscì dalla doccia per realizzare che la mano che tendeva all'accappatoio non poteva trovare nulla, esso infatti si trovava appeso sulla porta della camera da letto, dove lo appendeva ogni mattina dopo essersi asciugato, seduto sulla piazza e mezzo.

vivo e sgocciolante zompettò verso la camera, derapando vistosamente in curva. indossò l'accappatoio che, caduto la mattina precedente e rimasto accartocciato in terra, ed era conseguentemente umido e freddo. una di quelle cose che lo mettevano in un cattivo rapporto col mondo e contribuivano ad accrescere l'aura di negatività che, quello sì un caldo abbraccio, lo circondava.

si distribuì uniformemente l'umido addosso. aprì un cassetto per cercare di pescarne un cambio d'intimo che in realtà non c'era, e chissà da quanto. riciclò, previa annusata, gli slip che, tolti alla sera di dentro alle lenzuola, vi erano rimasti a godersi il calduccio sino a quel momento. stesso accorgimento per le calze, che, ragionevolmente simili, vennero appaiate tra diverse sparse nel pavimento.

a quel punto s'accese, o meglio riaccese, il miccino, che incurante d'ogni legge gravitazionale, sporgeva sbilanciato dal bordo del comodino. una raffica di colpi di tosse asinina fu il suo primo inintellegibile saluto verbale all'umanità. paonazzo in volto, amoruso alzò lo stesso al cielo, e con un tono piatto, di rassegnata accettazione che in sè è già invincibile rifiuto e decisa negazione, soffiò "chrishto, picchè?".

terminò di vestirsi sfilando dal cesto dei panni sporchi, ormai da tempo assurto alla nuova dignità di sede distaccata del guardaroba, un paio di jeans, che, mentre completava la scelta dei capi da indossare, andarono in cucina a preparare il caffè. il caffè a casa amoruso lo si faceva, in quei giorni, come durante la guerra: riempiendo d'acqua la caldaia e riciclando il caffè, ormai esausto, del filtro. questo fino a quando non si sarebbe ricordato di ricomprarlo, il che sarebbe accaduto dopo un mese e cinque giorni, ma questo, al momento, non era un dato conosciuto, forse, al limite, eventualmente conoscibile.

indossati jeans e maglietta e maglioncino girocollo nero infeltrito da fare invidia ad un borsalino, amoruso uscì sul pianerotto per entrare nell'ascensore. nella discesa al piano terra, sottile e stimolato da caffè e thc, un ulteriore flato compiva la sua propria discesa venendo alla luce nell'angusto spazio per la gioia del prossimo avventore. Amoruso sorrise con malizia nel prefigurarsi l'intimo incontro.

l'ascensore toccò terra.

s'era dimenticato gli occhiali da sole, ma il ritardo c'era ed era grosso, lasciò stare e uscì alla luce abbagliante della strada.

In quegli istanti tra la luce e la fretta e quello che gli passava in testa e che dirvi non sò, mise un piede giù dal marciapiede. l'autista non lo vide neanche, ma l'avesse visto avrebbe detto che il viso era atteggiato ad un sorpreso e rassegnato sorriso, mentre la gamba catturata dal pneumatico si avvolgeva allo stesso trascinandolo sotto il bus in una sorta di grafitaggio biologico.

in tasca l'oggetto di quello che avrebbe dovuto essere questo racconto: la tetta della strega.

amoruso: lo strano caso dell'ascensore puzzolente.

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il sole lentamente tornava a dimostrare l'esistenza del tempo, mentre le ultime luci della notte andavano spegnendosi man mano, sulla base della taratura delle fotocellule di controllo. rumorosamente si sgranavano in strada le cambiate dei camion della spazzatura e quei pochi uccelli che erano riusciti ad assuefarsi all'inquinamento cittadino intonavano rocamente il loro verso, accompagnandolo con alcuni colpi di tosse. dal terrazzino del bilocale all'ottavo piano del casermone di periferia nel quale abitava, amoruso schiccherò giù in strada quel che rimaneva dell'ultima miccia, quindi accomodò meglio il culo sulla sedia di plastica da giardino che scricchiolò, chiuse gli occhi e si prese la testa tra le mani. "strammèrda", pensò. si sollevò in piedi e cercò di sgranchire le articolazioni, bloccate dal freddo della notte e dalla semi-immobilità alla quale s'era costretto. sciabattò in cucina, svitò la moka e, senza cambiare il caffè nel filtro, rinnovò l'acqua nella caldaia, riavvitò e mise sul fornello. grattandosi il culo andò in bagno e aprì l'acqua della doccia che, mentre raggiungeva la temperatura adatta, gli diede il tempo di osservarsi nello specchio e strapparsi un pelo che faceva capolino da una narice.

amoruso s'infilò sotto la doccia dove la lacrima, che il dolore cane gli aveva fatto spuntare, venne lavata via. l'acqua per due volte divenne gelida e gelida rimase per qualche secondo, dando il la alla lunga serie di imprecazioni che amoruso avrebbe sgranato come un rosario nell'arco della giornata che stava iniziando. uscito dalla doccia realizzò che l'accappatoio era in camera da letto, e lo raggiunse lasciandosi dietro un pantano e rischiando più volte di scivolare.

la moka gorgogliava ed amoruso ne versò il contenuto in un bicchiere di carta, zuccherò e sorseggiò: bere quella broda tutto d'un fiato superava di gran lunga le sue capacità. valutò l'ipotesi di concedersi qualche minuto di solingo piacere ma lasciò perdere piegando all'ingiù gli angoli della bocca. mise un paio di calzoni di velluto blù tagliati a jeans, una maglia, una felpa, le scalcagnatissime adidas. niente mutanZe né calZe: da quando il bucato era diventato un suo problema aveva deciso che il problema poteva, anzi doveva, essere semplificato. il caffè bevuto lo fece scorreggiare mentre indossava il trench. aprì la porta di casa ed uscì sul pianerottolo.

chiamò l'ascensore che, sferragliando come un locomotore peruviano, si arrampicò sino al suo piano. aprì la porta e pigiò "T". un secondo dopo avvertì come un mancamento. gli mancava l'aria. stava soffocando. c'era come un puzzo. un'odore rancido. qualcuno aveva scorreggiato in ascensore. quella puzza stantia in compagnia di se stessa aveva rafforzato la propria personalità, acquisendo una dignità che superava quella di una semplice scorreggia, per divenire una sorta di anello di congiunzione tra il regno vegetale e quello minerale.

quella sorreggia era viva, e stava cercando di ucciderlo.

amoruso stava soffocando. le orecchie gli ronzavano e la vista cominciò ad appannarglisi. strani pensieri, quasi allucinazioni in technicolor, gli si affacciarono alla mente. vide sua madre che gli allacciava le scarpe e vide rispuntargli i primi peli sul pube. rivide il prete salesiano abbassargli la canna di bambù sulle nocche delle mani spavaldamente tese e marina, la sua prima ragazza, dirgli "ti amo". vide il sole sorgere e farsi uomo e scendere sulla terra e dirgli "non fa niente, davvero, non fa niente, anzi, scusami, scusami moltissimo". vide se stesso, vecchio, rifuggirlo. poi l'ascensore si fermò.

con mano che tremava aprì la porta e si lasciò cadere sul pavimento dell'androne. per alcuni minuti respirò affannosamente, quindi capì: bellamorte, la sua nemesi. bellamorte, il responsabile della sua attuale condizione. bellamorte, il rampollo di buona famiglia divenuto, a causa dei suoi eccessi lisergici, il braccio non violento della mafia russa in italia, non violento nel senso che, da buon cattolico quale era, rifiutava di versare il sangue dei propri fratelli, che eliminava col fuoco, con l'acqua, ed adesso, sembrava, anche col gas. bellamorte che gli aveva soffiato la ragazza per poi lasciarla nel gorgo della prostituzione moscovita. bellamorte che l'aveva sputtanato con le polizie di tutto il mondo.

bellamorte, quella merda.

amoruso si rialzò. strinse i pugni e li sollevò al cielo e disse: "bellamorte, sucamelo!!!". quindi svenne.

la faccia della signora delle pulizie, mentre rinveniva, fu la prima immagine che attraversò la nebbia della sua incoscienza. "drogato de mmerda!" fu la prima frase che bafferizzò. scusandosi e incespicando s'avvicinò al parcheggio, e da lì all'auto. la vecchia bmw, che dagli anni ottanta lo scarrozzava tra alti e bassi, s'accese al primo colpo. mentre le sue chiappe e la sua schiena si godevano il comfort dei sedili in pelle avvolgenti, amoruso cominciò a ragionare. bellamorte era tornato, il fatto che avesse cercato di ucciderlo non era, probabilmente, legato al motivo del suo ritorno. l'avrebbe ammazzato anche gratis, considerò, visto che ormai più della vita non avrebbe potuto togliergli. bellamorte era in città. e lui l'avrebbe trovato. e ammazzato. cercò il serramanico sotto il tappetino e lo strinse in pugno fino a imbiancarsi le nocche. l'avrebbe trovato. e ammazzato.

prima però aveva un po' di cose da sistemare. per ammazzare e farsi ammazzare c'è sempre tempo, del resto. tirò fuori il kleenex sul quale teneva al lista delle questioni appese, solo per accorgersi d'averlo distrattamente usato per soffiarcisi il naso. la parte centrale era illegibile, ma ai margini si coglievano ancora alcune parole, che, forse, gli avrebbero consentito di ricostruire la lista. neanche ci si incazzava più per queste cose. quando si è fatti in un certo modo, e si passa il tempo a fare un azione e venti per metterne a posto le conseguenze, a certe faccende ci si fa il callo.

s'accese una sigaretta, accostò l'auto e decifrò: fotografo, cavalier maritozzi, qualcosa (?). ok, c'era, doveva passare dal fotografo a ritirare i rollini sviluppati che attestavano la cornificazione del --> cavalier maritozzi, dal quale doveva passare per consegnargli le foto e farsi pagare il lavoretto. poi c'era qualcosa che non si leggeva, e continuare a guardare il fazzoletto usato cominciava a dargli la nausea.

proprio in quel momento, girandosi dal lato strada, vide la faccia perplessa di una vecchietta che, glielo leggeva in faccia, si stava chiedendo quale mai fosse il mistero scaturitogli dalle narici, visto l'interesse con cui se lo guardava. mise la prima e s'avviò da fanamazza, il fotografo.

fanamazza faceva il lavoro del padre, e del nonno, e del bisnonno. i fanamazza furono tra i primi nella capitale a capire che la fotografia avrebbe potuto essere un buon modo per mettere due fette di prosciutto in mezzo al panino. lo studio, nel quale chiedendola si sarebbe potuta avere una lastra fotografica o un paio d'etti di polvere di magnesio, era buio e odorava di chiuso e portacenere. fanamazza smicciava come un maroon delle blue mountains e la luce gli dava fastidio agli occhietti da lemure, avvezzi più alla camera oscura che alle giornate di sole. amoruso entrò e, come al solito, prima di cominciare a vedere qualcosa aspettò un paio di minuti. fanamazza gradualmente venne a materializzarsi dietro al bancone in tutte le sue tonalità di grigio.

"giggè, so' pronte le foto?", chiese amoruso. "so' pronte le foto?" rispose luigino fanamazza, che aveva l'abitudine di prendere tempo per rispondere ripetendo la domanda che gli si rivolgeva con un tono in cui sembrava spiegarsela con cupa drammaticità. "eh, so' pronte?", incalzò amoruso. "mh. si. senti, un paio me le sono stampate per tenermele, sai, 'na cavallona così capita di rado..." disse il fanamazza mentre gli occhietti baluginarono nella semi oscurità. "sei un porco, giggè, facciamo metà prezzo allora: ti dovrei otto zecchini, facciamo che te ne devo quattro". s'accordarono e amoruso uscì con le foto. le scorse rapidamente per poi mormorare tra sé: "ma quant'è che non scopo?".

risalì in macchina e puntò verso i parioli, dove abitava il cavalier maritozzi. cercò nella tasca laterale e ci trovò, come s'aspettava, una mezza miccia, che riaccese. era di buon umore, il cielo s'era aperto ed il sole cominciava a colorare le strade, gli venne voglia di fischiettare e dopo un po' intonò: "s'è spento il sole e chi l'ha spento sei tu...", passò due semcafori .39.34so e a momenti mise sotto un ciclista. dopo mezz'ora era a piazza ungheria.

(continua, forse)

amoruso e il chiodo assassino - incredibilmente un episodio completo.

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il giapponese in tv continuava a maneggiare coltelli dalle improbabili forme, attirandosi le maledizioni dei suoi antenati samurai. amoruso, coi piedi sulla scrivania, ne osservava le evoluzioni senza capirci molto, sia perchè era tutto preso dall'ascolto delle mutazioni di pressione nella sua testa, sia perchè l'audio era bassissimo, non essendo stato diversamente regolato da quando, ore prima, al posto del nippo c'era una vaccona bionda che ansimava con troppo entusiasmo. il lucernario indicava che era l'alba, più o meno. gli occhi di amoruso erano rossi e stretti a fessura. pensieri veloci gli sfrecciavano davanti agli occhi e non di tutti era possibile cogliere qualcosa di più che l'ombra. erano pensieri di spietata lucidità, che lo mettevano di fronte a se stesso ed ai suoi giorni come un condannato di fronte al plotone di esecuzione. considerò di aver bisogno di una cagacazzi.

tolse lo specchietto dalla scrivania, avendo bene cura di non farvi riflettere la sua immagine. da anni ormai evitava gli specchi. qualcun'altro si era impossessato della sua immagine ed evitarlo era cosa alla quale prestava la massima attenzione.

i raggi di sole, poco alla volta, si fecero spazio nella stanza. i soldi delle foto erano finiti. iniziava un nuovo giorno. sarebbe mai sorta, radiosa, l'alba di una nuova era? "...ma 'sticazzi...", pensò, e s'accomodò meglio sulla sedia.

la vetrata sulla porta sembrò scurirsi. bussarono. gli uscì "avanti". ma gli uscì graculo, stridente. non si può certo andare a san remo dopo una notte così. sentì armeggiare sulla maniglia, quindi la porta s'aprì. la luce delle scale definì il contorno di un tipo alto e allampanato, con una strana cresta in testa. si guardò bene dal riparlare, sebbene l'impulso gli fosse venuto. "ciao", disse il tipo. "ciao, kiodo", rispose lui, contento che la seconda volta il fiato avesse scelto un miglior percorso attraverso le sue corde vocali.

kiodo c'aveva poco più della sua età, s'era fatto prendere dal punk nei primi anni ottanta e se ne era andato in inghilterra, a londra. ogni tanto gli aveva scritto, era l'unico cui scrivesse, erano stati molto amici. se l'era passata maluccio, il kiodo, a londra; era vissuto scaricando frutta dai camion, facendo il buttafuori nei locali, allestendo il palco per alcuni concerti tra i quali uno dei clash di cui gli aveva scritto fino alla nausea. poi era tornato, un po' più vecchio, un po' più matto, sempre più punk.

aveva anche fatto qualche rapina, a giudicare dalla pistola che s'era tatuato sull'avambraccio. aveva spacciato, diceva l'asso di bastoni all'interno del polso. "chi hai ammazzato?" chiese amoruso dopo che, alzando lo sguardo per guardarlo negli occhi, gli aveva visto sullo zigomo destro una lacrima blu. "sono venuto per questo", rispose kiodo sedendosi sulla poltroncina davanti alla scrivania.

"sette anni fa, nel novantasei, mi misi a lavorare con un gruppo, i road rage, conosci?".
"no, vai avanti." disse amoruso, al quale domande del genere facevano venire il nervoso.
"i road rage erano il gruppo di anne beverley, conosci?"
"no, e se mi chiedi un'altra volta se conosco qualcuno ti allungo una suola in faccia".
"anne beverley è... era la madre di sid vicious, una vecchia pazza, aveva formato questo gruppo e suonava nel derbyshire, conosc...".

s'era fermato in tempo, la gamba di amoruso era ferma a mezz'aria a tre centimetri dal suo naso. "non conosco kiò, non so un cazzo di una merda di un cazzo di niente. va avanti". kiodo riprese a parlare. "insomma una sera resto solo co' 'sta vecchia, e cominciamo a bere e farci pasticche. cazzo, io una che reggesse così non l'avevo mai conosciuta, poi a quell'età, cazzo... bevevamo absolut e ci calavamo roipnol, dopo un'ora c'avevo la schiuma alla bocca, dopo due vedevo topi verdi mordermi le caviglie...". amoruso sentì salirgli la nausa. sentì vapori caldi e nauseabondi abbracciargli il cervello. sentì un conato farsi strada verso la sua bocca. ma tossì e basta. tosse secca. inspirò, espirò.

"continuammo a bere per ore e io la incitavo pure, stavo fuori de' testa, fratè, la feci bere fino alla mattina, sbiascicava del fatto che fosse stata lei a fornire al figlio l'ultima dose e piangeva, poi rideva, e poi m'addormentai. quando mi svegliai la vecchia stava tutta accartocciata che sembrava un gatto morto, puzzava pure come un gatto morto. mi scoppiava la testa, sudavo freddo, sentii se respirava e... l'avevo ammazzata, non respirava più... l'avevo ammazzata... capisci? io non ho mai fatto male a nessuno e...".

"senti..", disse amoruso, "senti, ma quanrto tempo fa hai detto che è successo?". "sette anni fa, più o meno". "e quanti anni aveva la tipa?". "mah, una settantina...". amoruso sgranò gli occhi e mezzo ridendo e mezzo parlando gli chiese "e tu ti fai le seratine con le settantenni, kiò?". il kiodo lo guardò male e amoruso non si sentì d'approfondire.

amoruso accese il pc, richiese lo spelling di certi nomi che il kiodo gli aveva detto, cercò un po' su google, scollò il capo. "è storia vecchia kiodo, non ti cerca né ti ha mai cercato nessuno, pensavano fosse un over di eroina, è un incidente". il kiodo girò dall'altra parte della scrivania, era forse la prima volta che si soffermava a guardare un pc, lesse tutto e alla fine guardò amoruso negli occhi dicendo "ma dai...". "eh.." rispose amoruso."vabbè, allora vado," replicò kiodo, "e... dai... non lo raccontare 'sto fatto al bar, eh..." sussurrò kiodo uscendo. "tranquillo, non c'è problema", rispose amoruso ghignando. il kiodo uscì dalla stanza chiudendosi dietro la porta.

i raggi del sole ormai davano all'ufficio tutta una serie di riflessi dorati, i piedi di amoruso tornarono sulla scrivania, le pressioni interne della sua testa riassorbirono completamente ogni sua attenzione. chiuse gli occhi e addormentò e sognò sua madre che gli diceva di allacciarsi le scarpe strette. nel sonno rispose "si, mamma. certo, mamma. come no, mamma.".

Amoruso: una notte di mezzo giugno.

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accade, nelle notti d'estate, di vedere con la coda dell'occhio fuggevoli ombre muoversi veloci sulla luna riflessa da interni notturni. parimenti accade, e non di rado, che un ululato rompa il silenzio della notte: il respiro s'arresta e il corpo s'irrigidisce nell'attesa di una conferma all'ancestrale, affiorante paura; fino a che non sopraggiunge, immancabile, una smentita nella ripresa dei più consueti rumori della notte. accade anche che una porta sbatta o che un foglio, preda di un refolo d'aria, si proietti nel dormiveglia come la marcia di un enorme millepiedi. ma è nella prigionia d'un orrore senza forma né rumore, un orrore che non si avverte coi sensi ma solo come un gelarsi dell'anima, che si conosce la paura. non c'è alba che la interrompa, o imbrunire ad annunciarla: ella è. ella t'accompagna. il cambiamento la catalizza e l'abitudine sembra placarla, il cambio di stagione la confonde e per questo s'infuria, lei, oscura compagna, luminoso monito.

Amoruso spalancò gli occhi e portò la mano destra sotto al materasso facendola riemergere armata. poi, alla luce della lampada ikea, si scusò moltissimo con la signora adele, sua vicina di casa, che continuava a ripetere d'aver trovato la porta aperta, e d'essersi voluta assicurare che fosse tutto a posto. solo dopo due ore, mentre l'adele ormai tranquillizzata cercava di riprendere sonno a casa sua, Amoruso uscì dal portone dello stabile in un tripudio di cinguettii antelucani, per raggiungere l'argine e gettare un involto in carta da giornale che affondò veloce nelle poche acque del fiume quasi in secca. del resto la pistola non gli era mai servita a granchè. e poi non aveva mai avuto le munizioni.

uno e due di due.

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astarte :: amoruso e qui quo qua astarte.

quando pasquale imboccò il vialetto di casa con il suo ultimo acquisto nel portabagagli carmela, la moglie, realizzò subito che ci sarebbero state novità. non andavano più d'accordo da tempo e lui, certe sere, rientrando come al solito a notte fonda da chissà quali postacci, era arrivato a metterle le mani addosso. ma questa davvero era grossa: pasquale aprì il baule dell'auto e ne trasse un sacco dal quale, legato come un salame, venne fuori un cane.

non un cane normale, spiegò pasquale, ma un "cano di combattimendo". carmela ascoltò il marito raccontarle che quel cane l'avrebbe arricchito. pasquale liberò il cane, ma gli tenne il giro di fil di ferro attorno al muso che, stretto com'era, aveva tagliato la carne tenera che cominciava ad infettarsi. dopo averlo legato ad una catena fissata al muro, gli tolse anche il filo. il cane era addestrato, gli avevano detto. bastava tenerlo a stecchetto, a digiuno, e poi che gli desse da mangiare sempre e solo lui. riconosceva come padrone, e quindi non attaccava, chi lo alimentava. solo in quel momento, la ciotola in mano e il cane affamato, pasquale avrebbe potuto avvicinarlo altrimenti, e qui il venditore aveva fatto la faccia seria, il cane l'avrebbe sbranato, era o no un "cano da combattimendo?".

così fece pasquale. ogni giorno a ora di pranzo s'avvicinava al cane, quindi chiamava la moglie che gli portava la ciotola, porgeva la ciotola al cane e, o s'allontanava, o lo infilava nel sacco e lo portava all'"arena". il cane passava direttamente dal sacco alla terra battuta alla gola dell'avversario; fosse un mastino, fosse un orso come una volta avvenne, fosse un leone come pasquale una volta aveva visto e come sperava accadesse. il cane era un tizzone d'inferno: vinceva sempre.

passò il tempo e pasquale aveva fatto un po' di grana, rientrava sempre più tardi, picchiava la moglie con affettuosa regolarità. un bel giorno s'avvicinò al cane alla solita ora di pranzo, chiamò la moglie che gli passò la ciotola, face un passo avanti e si ritrovò i canini del cane piantati nella giugulare. morire per soffocamento non è una cosa breve, dura un po'. tra la testa che gli scoppiava, gli occhi feroci del cane a pochi centimetri dai suoi e la paura di morire, pasquale sentì la moglie che sorridendo dolcemente lo informava del fatto che il cane, da mezz'ora, aveva già mangiato.

amoruso e qui quo qua

uscirono dalla banca con la sirena d'allarme che col suo tritonale sembrava infilarglisi nel cervello a tutti e tre. avevano il passamontagna in testa e la pistola in pugno. dentro alla banca il direttore si chinò sull'impiegato che, per non essere stato abbastanza veloce nel riempire i sacchi neri di plastica coi soldi delle casse, s'era beccato il calcio della pistola in piena nuca, aveva perso conoscenza e pisciava sangue come un capretto scannato. il direttore cercò di tamponare il sangue mentre fuori, il complice in auto, sgommò via una volta recuperati i tre assalitori.

"è fatta.", disse giovanni a mario e filippo, i compari. "va più svelto.", disse filippo a giuseppe, l'autista. entrarono nel garage che, secondo il piano che s'erano studiati a lungo, gli avrebbe fatto da rifugio nelle prime ore dopo il colpo, le ore in cui era meglio non si fossero fatti beccare in giro. come furono scesi rovesciarono le buste coi soldi su un tavolaccio da lavoro.

fu in quel momento che giuseppe estresse pistola e tesserino urlando: "carabinieri, mani in alto, siete in arresto!". lo fece simultaneamente a filippo, che, però, gridò: "polizia, mani in alto, siete in arresto!". mario rimase interdetto, ma si riprese subito urlando: "siete voi in arresto, finanza!". giovanni fece una faccia sconsolata alle tre paia d'occhi ed ai tre vivi di volata che lo fissavano e mormorò: "digos, sono della digos.". inconvenienti del mestiere. del resto l'impiegato si fece solo un mese di coma ma ne uscì bene, con un aumento di stipendio e un elogio della direzione centrale.

"ma è vera 'sta storia?", chiese amoruso. "se non è vera è verosimile, e quello che è verosimile...", disse, senza completare la frase, il barista porgendogli l'ennesimo suntory. "... e quello che è verosimile è vero." concluse ridendo amoruso.

amoruso ed il jet lag.

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era la quarta volta che attraversavo l'atlantico in meno di una settimana. vivevo una dimensione confusa. sarà stato il jet lag, sarà stata la mancanza di sonno: mi capitava di avere difficoltà nel riordinare cronologicamente gli ultimi fatti accaduti; vedevo macchie colorate attraversarmi il campo visivo; avevo a volte l'impressione di una presenza, un'ombra, alle mie spalle, e sobbalzavo. mi accomodai di nuovo nella poltrona in magnifica, riproponendomi di dormire. mentre allacciavo la cintura con la prolunga che la hostess mi aveva procurato, sono di corporatura robusta, si accomodò nella poltrona di fianco alla mia un tizio. era una persona corpulenta e di grande statura. le sue mani mal riuscivano nel maneggiare la fibbia della cintura di sicurezza, tanto erano grandi. era la persona più grossa che avessi mai visto. chiusi gli occhi e m'addormentai.

doveva da poco essere terminato il decollo, quando, riaprendo gli occhi nel risvegliarmi, lo vidi che mi fissava. "lei è mai stato sposato?", mi chiese. risposi di no. "io si, lo ero.", fu la risposta. "lo era? mi spiace." fu la mia risposta di circostanza. "sa", disse ancora l'omone, "scomparve durante un volo, una traversata atlantica, come questa". "non sapevo di un incidente aereo...", mi interruppe che non ero riuscito a concludere la frase: "no, non fu un incidente: scomparve. eravamo seduti accanto, m'addormentai e all'arrivo non c'era più.". "ma, mi scusi, questa storia l'ho già sentita, è una leggenda metropolitana.", fu la mia risposta. "lei crede? eppure fu così che andò, ufficialmente.". rimase in silenzio fissandomi, io non avevo interesse a continuare il discorso per cui in pochi istanti mi riaddormentai.

mi svegliai al rumore del carrello col pasto. l'uomo mi fissava di nuovo. disse: "a lei lo voglio dire, lei merita di sapere.". "cosa?", risposi togliendo gli occhiali per stropicciarmi gli occhi. "la verità... come andò, ma prima, la prego, lei di cosa si occupa?", lo squadrai, entrava a malapena nella poltrona. un uomo davvero enorme. "sono un consulente informatico, ma non so se è il caso che lei..." mentre parlavo presi il piatto con le lasagne al pesto dalla hostess. "è il caso, mi creda. io sono un norcino. torno dallo utah, ero lì per insegnare agli americani come si lavora il maiale dalle nostre parti.", mi resi conto che non avrei poturo risparmiarmi il racconto. quel tipo mi impressionava, aveva un'aria lucida in stridente contrasto con quel corpo enorme.

"quella volta tornavamo da un viaggio di piacere. eravamo stati nel colorado. mia moglie era una donnina piccola, esile, la gente si voltava a guardarci per strada: eravamo davvero una coppia malassortita. e infatti in quel viaggio, come altre volte, ella mi tradì. io lo sapevo, e lei sapeva che sapevo, ma era una donna tanto piccola, tanto apparentemente fragile, quanto crudele, sadica. ci godeva a mortificarmi. appena sull'aereo cominciammo a litigare. a bassa voce. scambiandoci velenose accuse a vicenda. le luci si abbassarono, dopo la cena, e lei ne approfittò per continuare spudoratamente a sibilarmi in faccia le sua accuse. mi dava del mostro, dell'ebete, mi chiamava impotente solo perchè, temendo di farle male, entravo in uno stato di stress che mi impediva...". lo interruppi: "è sicuro di voler...". "sono sicuro. fatto sta che le presi il collo tra le dita della destra. un secondo dopo era morta. in un aereo. come avrei potuto risparmiarmi anni e anni di galera che non sentivo di meritare? forse l'ergastolo. come? come? ero terrorizzato, e la paura aguzza l'ingegno". lo interruppi di nuovo: "lei uccise sua moglie in una trraversata atlantica?". "si, gliel'ho detto mi pare. ero lì, terrorizzato, con il suo cadavere accanto. nella penombra della cabina, circondato da gente che dormiva. pensai d'avere una sola soluzione: smembrarla e buttarla nel cesso.". feci per alzarmi ma la cintura mi trattenne al sedile: "ma cosa dice? lei è pazzo.". "non sono pazzo", rispose, "io sono la pazzia impazzita." asserì citando melville. mi riaccomodai. la curiosità era più forte della paura. "bene, la voleva smembrare e buttare al cesso, ma non mi sembra semplice a mani nude...", la frase mi morì in gola mentre con gli occhi tornai alle sue mani, che effettivamente, morse enormi qual'erano, avrebbero potuto, e semplicemente anche.

"usai il cellophan che proteggeva ogni capo d'abbigliamento del mio, del nostro, bagaglio a mano. lavoravo con le mani nel sacchetto. le cinsi con i lacci delle scarpe gli arti, in modo di evitare troppe fuoriuscite di sangue. le avvitai la mano su se stessa fino a che non si staccò, e poi le dita. i piedi, le smontai il ginocchio, le strappai via la coscia dall'anca. tutto nei sacchetti. prima di strapparle via a pezzi il busto la svuotai delle interiora praticano piccoli fori nell'addome con le dita. le srotolai vi l'intestino. spruzzavo profumo per coprire l'odore che comunque, nel sonno, nessunò avvertì. ogni volta che avevo riempito un sacchetto m'alzavo, andavo in bagno, finivo di triturarlo al massimo con le mani e lo scaricavo via dal cesso. la testa la gettai per ultima. coprivo con colpi di tosse o con finte cadute di oggetti le volte in cui spezzavo rumorosamente le ossa più grandi.". ero a bocca aperta.

"alla fine mi misi a dormire, ed al risveglio chiesi alla hostess dove fosse mia moglie. la cercarono senza ovviamente trovarla. all'arrivo salì a bordo la polizia. nei giorni successivi analizzarono e ispezionarono l'intero aereo: avevo fatto tutto senza versare una sola goccia di sangue. mia moglie era semplicemente sparita. la polizia la archiviò tra gli scomparsi dopo un anno in cui si era rotta il capo sul caso. fu il delitto perfetto. avevo lasciato mia moglie. tra new york e l'irlanda." richiusi la bocca. sorrideva e mi fissava e la fronte gli si era imperlata di goccioline di sudore. "ma perchè mi racconta questa storia?", chiesi piuttosto turbato e con una voce innaturale. "non lo so", fu la risposta.

visto che da quel momento non parlò più continuai a chiedermi mentalmente se quanto avesse detto fosse verosimile. poi mi riaddormentai. al mio risveglio eravamo già atterrati, ed i portelli, aperti, erano già affollati di gente in attesa di scendere. il mio interlocutore della nottata non era più al mio fianco, doveva essere già sceso. scesi anch'io e me ne tornai a casa. prima però sono voluto passare da te a raccontarti 'sta storia.

amoruso si schiarì la voce e disse: "mi pare 'na cazzata. secondo me hai sognato.". "vero? immaginavo, vado a dormire adesso, non ne posso più.", disse paolo con gli occhi assonnati. "ok, ciao. sogni d'oro." amoruso lo anticipò all'uscita per aprirgli la porta. quando paolo fu uscito amoruso mise su s. lorenzo di de gregori e s'accese un miccino. era l'alba, ma fosse anche stato il tramonto sarebbe stato lo stesso.

- - -

1) io mai stato in prima su un aereo
2) non so se certe ossa sia possibile davvero spezzarle a mani nude.
3) sì, comincio ad essere patologico.

amoruso e la camelia nera.

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DISCLAIMER: PORNO E SCHIFOSETTO.

Premessa.

questo pezzo è dedicato a Squallido Master, al suo pipì ed alle di loro paranoie.
mi spiace ma io a parlare di sesso sono poco capace. però faccio eccezione perchè, almeno in testa mia, 'sto pezzo filava assai. abbiate pazienza, magari fa cacare. la camelia nera.

amoruso non avrebbe mai creduto di mettere piede negli usa. meno ancora avrebbe creduto di andare a las vegas. figuriamoci che faccia avesse mentre, con le tasche piene di gettoni, si presentava al botteghino del cambio.

"sono cinquemila dollari.", l'omino calvo, nella divisa pacchiana del casinò, aveva ricontato le banconote e gliele stava porgendo. "ah. cinquemila. grazie.". il sorriso. il sorriso d'amoruso. quell'evento raro, rarissimo.

"...ma non si faccia fregare, eh!", lo stava ammonendo il tipo: "attento alla camelia nera!". "la camelia nera?" si scoprì a chiedergli amoruso. "già... ma? non conosce la storia della camelia nera? lei non è mai venuto a las vegas, vero?". amoruso voleva andarsi a godere i soldi. in albergo. con qualche tettona in stile californiano, ma la curiosità, la sua maledetta curiosità: "no, che storia?".

"allo­ra, la storia è questa: si dice che ai tavoli di las vegas sieda, a volte, una signora. vera signora. elegante, alta, viso aristocratico. magra. bello sguardo: fiero. tres charmant. una catenina di platino, sottilissima, a laccio: le si adatta al solco tra i seni quasi per intero scoperti dall'audacissima scollatura. siede e gioca. gioca per ore. fino a quando qualcuno vince. vince molto.

è allora che la signora si alza, gira attorno al tavolo fino ad arrivare alle spalle del vincitore, e, avvicinando le labbra rossissime all'orecchio del fortunato, gli propone di andarsi a giocare la vincita in un tète a tète, in camera sua.

"mi eccita la fortuna", sussurra la donna provocando, con lo sfiorare le labbra all'orecchio del fortunato, dei brividi incontenibili.

ci vanno, a giocare. e giocano. e lei vince. vince. vince. vince fino a quando l'ex fortunello non ha più un dollaro. è allora che alla prima proposta ne segue un'altra, indecente, fatta nel momento esatto in cui il tipo sta per alzarsi dal tavolo. "voglio il tuo cazzo. il tuo cazzo contro quello che hai perso.".

lo dice con voce bassa. roca. con uno sguardo intenso. lo dice con desiderio. lo dice e nel tipo parte un nitrito che va dal cervello alle palle.

come fai a non giocare? no, dico, male che vada è una fantastica scopata, no? il tipo riprende in mano le carte. e gioca. e perde. stavolta perde sorridendo ed a quel suo sorriso fa eco quello di lei. che si scosta dal tavolo.

che apre le cosce.

che s'alza la gonna a mostrare pelo nerissimo che si staglia su pelle bianchissima.

il tipo si avvicina e lei gli slaccia i pantaloni. comincia a succhiarglielo. mai uguale. con voglia. poi si sfila la catenina, gliela allaccia alla base dell'uccello e la stringe. l'uomo freme, l'erezione cresce. nella difficolta di venire per la stretta, nuovi diversi piaceri gli salgono alla corteccia cerebrale come serie di segnali elettrici morse che dicono: "g.o.d.o.".

" allora che la signora con un gesto veloce e repentino da uno strappo al laccio, con tutta la forza che può. il laccio, sottilissimo, stringendosi separa, come un bisturi, l'uomo dalle sue attribuzioni virili. questi apre gli occhi, chiusi dall'estasi di qualche istante prima, solo per vedere lei alzarsi, sputarsi sulla mano l'amputazione e sussurrare: "ho vinto". fine della storia.". l'omino sorrise.

amoruso strizzò gli occhi un paio di volte. nell'ascoltare s'era così fatto prendere dal racconto che non li aveva mai chiusi e se li sentiva asciutti. "cazzo...", disse. l'omino calvo rise. evidentemente quella storia era il suo cavallo di battaglia perchè sembrava quasi s'aspettasse di vedere sulla faccia di amoruso quell'espressione. "ma è una storia. è solo una storia.", disse l'omino continuando a ridacchiare.

sarà, ma quella sera ad amoruso passò la voglia di tettone californiane.

amoruso e i caccaculo. [omaggio a supermaz]

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stavo male del solito dolorelento, guardavo tv senza vederla. ero preso dallo sniffing dei miei flussi di coscienza con lo scopo di trovare una serie, una sequenza: il bug. "(...) o te tu c'hai l'amore; o te tu ti droghi; o te tu vai alla neuro. cazzo, penso in toscano. strano.". all'improvviso una frase del mezzobusto incravattato mi scosse: "...allarme al quartiere tuscolano: i caccaculo ne hanno preso il controllo, la polizia è in tilt. migliaia le telefonate ai centralini degli ospedali. centinaia gli intossicati. il ministro...". saltai in piedi: i fratelli caccaculo! li avevo fatti arrestare sei anni prima, come potevano essere di nuovo in libertà? mi tuffai con un carpiato nel cesto dei panni sporchi, agitai braccia e gambe e ne uscii vestito. in modo improbabile, ma vestito. l'auto non s'accese che al terzo tentativo, con uno scoppio e una fumata lillà che soffocò un gattino di passaggio. ripensai a quei tre bastardi: peto, merdolo e tarzanello caccaculo: i tre più pericolosi criminali che roma abbia mai conosciuto, peggio del canaro della magliana, peggio del gobbo e della sua banda. accelerai. accesi lo stereo e cominciai a cantare "hari khrishna" con nina hagen.

ripresero i flussi, incontrollabili ed incontrollati: "...'ste donne con cui s'è parlato per intere notti: ma che cazzo gli ho detto? cos'avranno pensato di un ragno coi baffi che parla in modo strano di cose strane sembrandone convintamente dubbioso? s'affascina? sicuro è che non si tromba. non che sia importante, ma magari sotto c'è qualcosa di importante. lei non c'è. lei non verrà. a parlare agli angeli si perde tempo. parlare: il bug? zitto. devi stare zitto. poni, o signore, un cancello alle mie labbra ed un guardiano alla mia bocca...".

arrivai in piazza del quadraro sotto un cielo arrossato da tramonto emorragico. la piazza era deserta. era un merdaio come solo i caccaculo sanno fare: merda ovunque; le facciate dei palazzi coperte di liquami puteolenti; per terra una fanghiglia di scorie azotate nella quale mi toccò sprofondare le clark con una serie di "sciack" e di "squack". sceso dall'auto gridai: "fratelli caccaculo! venite fuori con le mani alzate! nUn fate cazzate!".

nella piazza la frase echeggiò per alcuni istanti galleggiando nel silenzio. poi, come calandosi da una nuvoletta di passaggio, appesi a funi da alpinista apparvero i caccaculo. indossavano mute stagne da sub e sulle spalle portavano degli spargiconcime di ultima generazione. toccando terra in velocità sollevarono un'ondata di merda che mi travolse. mi risollevai in piedi. mi tolsi un po' di merda dagli occhi e misi mano alla pistola. la pistola non c'era più, al suo posto, portato dall'ondata, uno stronzo mi si squagliò in mano. mi sentii perduto. e realizzai. realizzai che di lei non me ne frega un cazzo. che morisse. schiattasse. andasse a 'fanculo. realizzai che ci sono cose più importanti. quali fossero non me lo seppi dire, ma non era importante.

tarzanello caccaculo, il minore, si sganasciò dalle risate, aveva le convulsioni nel vedermi guardare stupito la mia stessa mano caccosa dalla quale pendeva, ancora appiccicato ma per poco, lo stronzo trovato in fondina. "non fate gli stronzi!", dissi. fu la fine: la frase ebbe su di loro un effetto potentemente esilarante: peto e merdolo si guardarono e cominciarono a ridere di brutto. tarzanello aveva le convulsioni. caddero in terra comprimendosi il ventre. dopo pochi istanti erano affogati tutti e tre nella loro stessa merda. avevo vinto. per quel che conta vincere per uno che ha già perso quella cosa che era poi così importante.

rimasi per qualche istante a guardare i corpi galleggiare mentre un elicottero della polizia ci sorvolava. cominciarono a sentirsi, di lontano, arrivare le sirene delle pantere della polizia. il tramonto era al suo clou e il sole stava sparendo dietro gli archi dell'acquedotto romano del parco dell'appio claudio. cominciai a camminare verso il sole sciacquettando nella merda. credo fosse il momento in cui nella mia vita quello che facevo e quello che pensavo s'assomigliassrero di più.

una giornata in meno; una giornata in più; e ti amo, marilù.

amorusophone.

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"è l'umidità.", concluse amoruso al termine di una serie di ragionamenti circa la malinconicità di certe variazioni su mahler che stava eseguendo al didgeridoo. era uscito dall'abbaino e s'era messo ad accompagnare certi gatti che dimostravano innegabili capacità di improvvisazione. tanto non sarebbe riuscito a dormire e l'alba era prossima. alle prime luci i gatti gli avevano dato il cinque e se n'erano andati a dormire. lui era rimasto. con mahler. la notte lo aveva lasciato acceso, invece di spegnerlo e davvero ora si trovava a guardare l'alba per la prima volta dopo tanto, tantissimo tempo. di solito arrivava a casa, si faceva una doccia e sveniva sul letto. stavolta no. s'era fatto un miccione e mentre fumava aveva sentito i gatti partire con uno struggente "nobody knows [the troubles i have]". rientrò in casa stando attento a non rompersi l'osso del collo cadendo giù dal tetto.

"c'è più umidità del solito. e questo odore, come di panbrioche.". s'infilò sotto la doccia e si godette il passaggio dall'acqua fredda a quella a temperatura più sopportabile. aprì la bocca alzando la faccia al getto per sciacquarsi via quel residuo di sapor d'elettrico che la notte ancora non aveva portato via. in quel momento pensò che il didgeridoo andrebbe suonato sotto la doccia, al posto del canticchiare. pensò a didgeridoo subacquei. ai pesci palla. ai pesci scatola. alle olive all'ascolana come le fanno al gallo d'oro di ascoli piceno.

si svegliò al suono lontano del cellulare. si alzò dal piatto doccia smadonnando contro la sua gamba destra, che s'era addormentata, chiuse la doccia e ne uscì. intraprese un violento corpo a corpo con l'accappatoio che alla fine cedette ed acconsentì a farsi indossare. "pronto?". non aveva fatto in tempo: dall'altra parte avevano evidentemente attaccato. se ne tornò in camera, era ormai mattino inoltrato. accese la tv. la spense. la riaccese perchè aveva visto qualcosa.

la tipa stava pubblicizzando il suo ultimo film: "puttana è la speranza sopra ogni cosa.", da un racconto di un certo vudù cialdaro, un oriundo italoamericano. aveva un cappuccio nero in testa; un cappellino anche nero; la voce: la voce stupenda, strascicata come orecchiette pugliesi fatte a mano; la faccia: la faccia di chi se ne frega di sembrare perchè troppo sembra e quindi è. quest'ultimo pensiero gli fece scoppiare un fortissimo mal di testa. le disse: "io te amo", mentre spengeva la televisione.

proprio in quel momento risuonò il telefono. "pronto?", la voce al telefono era... era lei... "oi?": disse amoruso con una certa esitazione... "scherzetto!": la risata di Bellamorte, suo nemico giurato e nemesi, echeggiò tra le centraline telecom fino al suo orecchio e di lì al cervello dove una vena esplose. non crepò subito: prima pensò che forse l'umidità col didgeridoo non interferisse più di tanto.

tanto resuscita, il minchia, non crediate sia finita.

amoruso p&d.

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le ombre della sera cominciano ad allungarsi sul parco dell'appio claudio, mentre pisciatori di cani ammirano con coprofilo compiacimento i risultati degli sforzi dei loro adorati pet. il solito, sotto al cielo di roma.

la mano di amoruso sul lenzuolo sgualcito ed umido per la sudata notturna comincia a muoversi come un ragno in perfetta autonomia. ispeziona la superficie del letto, si sofferma nei crateri provocati da sigarette lasciate cadere dalle labbra ancora accese e finite di bruciare tra il lenzuolo ed il materasso, a volte giungendo al pavimento: sindrome cinese. fruga nei crateri. in uno, più profondo degli altri, si ferisce su una molla lasciata scoperta dalla combustione. il corpo di amoruso rimane immobile ed indifferente. la mente di amoruso è assente giustificata. il ragno riprende la sua passeggiata lasciandosi dietro una strisciata porporumida. altra buca, altra ispezione. all'ultima buca un mozzicone attiva il ragno che rapidissimo porta alla bocca il fumabile residuo: amoruso apre gli occhi; accende; dice: "merda.". la stanza non è molto dissimile da un bunker tedesco sul canale della manica colpito da un 385 da marina durante lo sbarco in normandia. su una parete campeggia un "P&D". amoruso vorrebbe spegnersi di nuovo mentre sbuffa un fumo puzzolente dal mozzicone macchiato di sangue. in quel momento suonano alla porta. amoruso si alza per ricadere a causa di un giramento di testa. si rialza, ricade. risuonano. amoruso caccia un "porcamadonna arrivo!", ed incredibilmente arriva. apre la porta. il viso di un vampiro nell'iconografia che nosferatu c'ha lasciato fa esclamare un "ah!" ad amoruso. il vampiro invece urla proprio. i due rimangono a fissarsi attraverso la fessura della porta per un lungo minuto. "desidera?", riesce a sbiascicare amoruso. "no, niente, guardi magari ripasso.".

amoruso richiude la porta, arriva in bagno, guarda allo specchio e non vede assolutamente niente. non lui, non la parete dietro di lui. niente. un niente bianco. poi sente umido sotto ai piedi e s'accorge che lo specchio è in frantumi sul pavimento e che lo sta calpestando da un po'. è in occasioni come queste che una persona assennata capisce che ci sono limiti a tutto e che un cavallo azzoppato è sempre meglio abbatterlo. la finestra aperta è un'invito che è difficile non raccogliere. amoruso balza fuori a piè pari. si apre ad angelo e, davvero, in quel momento è bellissimo. precipita per otto piani ripetendosi: "nulla è vero e non è vero niente.". quindi si schianta sulla crapa pelata e bianchiccia del nosferatu di cui sopra, appena uscito dal portone borbottando: "...ma tu guarda che razza di matto...".

ora il vampiro è, si sa, immortale, amoruso miracolosamente non s'è fatto un cazzo: si rialzano. si fissano negli occhi. quindi amoruso dice: "sicuro non voglia parlarne ora? no, perchè...". le ombre continuano ad allungarsi, a diluirsi nella notte, a sciogliersi in essa. i pisciatori di cani hanno la moglie in vacanza e fissano con occhi sgranati merceds ambrus che invita a chiamarla ora. nulla di nuovo, in fondo: il solito, sotto al cielo di roma.

amoruso date.

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nel momento stesso in cui amoruso s'accorse di guardare qualcosa nella tazzina quel qualcosa, che non era un fondo di caffè ma piuttosto un idea, un sogno, un incubo, sparì. la ragazza lo fissava, dall'altro lato del tavolino, con gli occhi sgranati. quanto tempo era che s'era fissato? da quanto stava in silenzio? che faccia aveva fatto per indurla a guardarlo così? bisognava senz'altro superare quel momento di empasse. parlando, ad esempio. "mia madre mi portava a vedere i film di bruce lee. però veniva anche mia nonna e nei momenti di combattimento mi metteva una mano davanti agli occhi. una sorta di censura. ho capito di cosa parlassero 'sti film solo dopo i diciotto anni. fino ad allora alla gente che mi parlava di quanto fosse noioso il cinema sovietico ribadivo dicendo che quello cinese era ben peggiore: nei film di bruce lee non succedeva mai un cazzo, una noia mortale. mi guardavano in modo strano, come te adesso.". la ragazza non cambiò minimamente la sua espressione facciale, solo alcuni capelli le si rizzarono in capo in modo lento e buffo.

"sai cosa? sono convinto che molta gente viva una realtà dimezzata. vedono quello che vivono, lo ascoltano, assaporano, toccano, odono. ma non lo pensano. non masticano la realtà, la mandano giù intera. è come vivere a metà, no? come si fa a non masticare?". la ragazza si alzò, ficcò il cellulare nella borsetta luis vuitton con i loghi colorati in varie tinte, lo fissò per un secondo e uscì per sempre da quel cafè e dalla sua vita.

amoruso rimase ancora un po'. ordinò un pernod che si fece allungare col prosecco, pagò il conto, si alzò e si fece a piedi tutto il lungo tevere. "il tevere non sta mai fermo un secondo, cazzo.", pensò. chiamò un taxi libero di passaggio e si fece riportare davanti al cafè di prima. rimanendo nel taxi guardò il locale da fuori, per dieci minuti scadenzati dal ticchettare del tassametro. "lei è di roma?", chiese ad un certo punto il tassista. "io?", rispose amoruso, "no, io no, e lei?".

S.D.

più che altro l'incipit, ovvero: amoruso e le tasche naturali.

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seguimi: un uovo sodo, sbucciato a metà e con un morso che ne lascia vedere quello che una volta era stato il rosso ma che ormai e un neroverde; cenere di sigaretta; una cicca spenta; un incarto di un cheese burger del mac donald's con dentro due fettine di cetriolo riconoscibili come tali solo dal ris di parma; un coltellino dalla punta annerita; smoking de luxe; un foglietto con scritti dei versi poi cancellati e una ulteriore scritta che dice "stronza", circondata da freccine; un pezzo di specchio rotto; un elenco telefonico del 1986; residui alimentari; una bottiglia di fernet vuota a metà e piena per niente; un telefono di bachelite bianca che squilla; amoruso che risponde. "amoruso.". la voce dall'altro capo del doppino telefonico suona metallica, monotona: "amoruso?". "che fa? ripete? amoruso l'ho già detto io.". "...senta, è il convento delle suore della buona carità, sono la madre superiora, suor clotilde, volevo chiederle se può passare da noi più tardi.". "...della buona? dov'è che siete?". amoruso s'era istintivamente raddrizzato sulla poltroncina. residui di timor panico nei confronti delle monache, iniziati nelle mense dell'asilo e protrattisi fino in quinta elementare tornarono a galla: non si supera nulla, nella vita, lo si seppellisce e poi, ogni tanto, con le piogge, affiorano parti anatomiche ancora perfettamente riconoscibili. la monaca diede l'indirizzo ad amoruso.

i cipressi, sotto il cielo grigio di settembre solcato dal volo lento dei corvi, misero di buon umore amoruso. amava l'autunno. l'unica stagione in cui il tempo metereologico ed il tempo della sua intima desolazione battevano in perfetta sincronia. in cima alla collina, sulla nomentana, il convento si stagliava, con le sue mura di mattoni scuri, sulle nuvole che scorrevano verso est con una velocità insolita. "insolitamente veloci.", pensò infatti amoruso. poi pensò che aveva sete ed aprì il cassettino del cruscotto. dentro ci trovò delle boccettine di amaro per camionisti, che tracannò d'un fiato. era un periodo che c'andava pesante e sinceramente l'alcool era il meno: la sera prima aveva cenato con un'arancia alla messicana e l'ultima cosa che ricordava era d'aver detto "caaaaazzo.", e dopo fu le deluge.

accostò al cancello e sgranò gli occhi pensando di avere l'alito pesantissimo, 5 g, e puzzolente d'alcool. si mise a cercare delle gomme che aveva comprato tanto di quel tempo prima che ormai erano fuori produzione. le cercò ovunque, sotto i tappetini, nelle giunture tra i cuscini dei sedili, nelle bocchette dell'aria. niente. in compenso trovo dieci euro, cinquantamila lire col caravaggio, una boccetta di EN, ed una foto porno con mercedes amber che si infilava due bottigliette di coca cola nelle sue tasche naturali. la foto lo colpì: ce l'aveva nell'armadietto del militare, come era possibile che si trovasse lì? smise a metà il pensiero: niente gomme, cazzo. decise di parlare poco. mai, se possibile.

"amoruso, ho sentito parlare di lei da padre celestino...". la suora rimase in attesa di una risposta. amoruso tenne duro. dopo quattro minuti la suora ripetè la domanda. amoruso rispose: "mh!". un "mh!" convinto, ottimista, direi quasi solare. un "mh!" che avrebbe ridato vita ad un cieco e la vista ad un morto. "senta amoruso, veniamo al sodo. c'è una nostra novizia. non ci ha mai parlato del suo passato, ma noi abbiamo il dovere di conoscerne i trascorsi. vorrei chiederle se vorrebbe... come dite? indagare?". "mh!". "mh? accetta?". "mh-mh!". "ah, grazie, questa è una fotocopia della sua carta d'identità, tenga, quanto tempo ci vorrà? e quanto denaro?". disse denaro così come uno che non scopa da tre anni dice fica. amoruso guardò la foto. il viso sembrava... era... ma... certo è che la coca cola alla lunga stanca, evidentemente.

"ci vuole poco madre, e niente soldi, la sua novizia la conosco già, è, coincidenza, una mia lontana cugina e viene da una famiglia onestissima, le garantisco che anche indagando per un anno non troverei una sola pecca nella sua vita.". la suora fece degli strani occhi. tentò due volte di sboccare. sussurrò "va bene, va bene... non le rubo altro tempo...". credo che l'alito di amoruso cominciasse a rispecchiare lo stato del suo fegato. due mosche che erano fuori dalla finestra cominciarono a picchiare sul vetro nel tentativo di entrare. amoruso salutò, ma con un gesto, la vecchia suora e ripercorse all'indietro il tragitto nel convento verso l'auto.

uscendo estrasse l'agendina nera con l'elastico e con un mozzicone di matita segnò: "memo 281022: comprare gomme".

il seme del palmarancio.

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non amava la stazione termini. troppi barboni con gli occhi acquosi. un malodore fatto di tante puzze sottili, distinguibili nel bouquet: fleurs du mal [de vivre]? amoruso, le mani sprofondate nelle tasche dell'impermeabile, guardava col naso all'insù l'interno del dinosauro di montuori, calini, castellazzi, fadigati, vitellozzi e pintonetto: una squadra di calcetto c'era voluta per progettare quella gobba. la più bella stazione d'europa, l'aveva definita smith nel "the new architecture of europe". amoruso considerò quanta pubblicità al cemento armato ci fosse, in quella definizione: "st'erba mena!", concluse in modo solo apparentemente incongruo.

un uomo con un piglio militare, forse un russo a giudicare dall'aspetto, s'avvicinò ad una donna vestita elegantemente. amoruso notò un tizio che li fotografava, dal marciapiede opposto al loro. non sembrarono accorgersene e si baciarono. in quel momento arrivò, a distrarlo, il trafelato il ragionier grillini dei vivai grillini. "amoruso! finalmente! ma che ci fa quì? è il binario sei, mi segua, presto!". grillini con il suo passo corto, era un ometto di un metro e cinquanta, ma veloce, aveva un metabolismo più accelerato di quello di un girino, gli fece strada dandogli le spalle. amoruso, dietro di lui, gli faceva le facce con grande divertimento di un bambino di passaggio per guardare il quale a momenti venne beccato dal grillini che voltandosi chiese: "non è che ha dimenticato il biglietto?". "eh? uh! naaa.".

amoruso prese in consegna il pacchetto dalle mani sudaticce del ragioniere: "allora amoruso, il seme del palmarancio è rarissimo. mi raccomando, non se lo faccia fregare, sa, ci sono collezionisti disposti a tutto pur di...". "non si preoccupi.", tagliò corto amoruso. salì sul treno, s'accomodò sulla poltrona e s'addormentò. sognò di fondare una fabbrica socialista in italia, la fabbrica di trattori ottobre rosso. sognò che il lavoro vi fosse organizzato come in una comune anni settanta, con i ricavi utilizzati per attività dopolavoristiche interne alla fabbrica: piscine; discoteche; serre tropicali. sognò che gli affari andavano benissimo e tutti erano felici e producevano trattori in numero elevatissimo a costi irrisori e con una qualità superiore a quella media della concorrenza, mentre l'internazionale capitalista si mangiava le mani. a quel punto il sogno divenne un incubo e bombardieri usa giunsero a bombardare dall'alto infilando rosari di aerobombe nelle ciminiere, mentre i martelli di the wall ne calpestavano le rovine. a quel punto qualcosa lo svegliò.

era arrivato alla stazione di firenze, dove doveva scendere. s'affrettò a raggiungere l'uscita ma mentre attraversava un crocchio di persone in mezzo al passaggio tra i sedili un agente della polfer lo fermò: "ma è scemo? non s'è accorto che...". amoruso vide riversi nei sedili quelli che doveveno essere i cadaveri del militare russo e della donna elegante visti a roma. i loro bagagli erano stati messi sottosopra. cercavano qualcosa. "ma...", disse amoruso, subito interrotto dall'agente: "non posso crederci, ammazzano due persone mentre il treno percorre un tunnel e nessuno se ne accorge. e vada a sciacquarsi gli occhi, morto di sonno!". amoruso incassò non tanto per remissività o per evitare grane: era semplicemente fisso con lo sguardo alle due salme. sul pavimento, davanti ai loro piedi, una bottiglia di porto. un porto color champagne. si girò ed uscì dall'altra parte del vagone.

la stazione di firenze per quanto non fosse victoria station era sicuramente un posto migliore che non termini. amoruso aprì il pacchetto che aveva in tasca, tirò fuori un seme grande come una castagna d'ippocastano, se lo mise davanti agli occhi tenendolo tra il pollice e l'indice della destra e disse: "palmarancio: porti sfiga.". poi lo gettò in un cestino ed andò a guardare sul tabellone a che ora fosse previsto il prossimo treno per roma.

amoruso ed il calzolaio.

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amoruso aprì gli occhi ed urlò. un dolore mai provato prima saliva dalle sue gambe come se fossero immerse in olio bollente. nell'istintivo alzare gli occhi al cielo urlando s'accorse di avere i polsi legati ad un gancio, sopra la sua testa. riabbassando gli occhi per cercare l'origine dell'insopportabile sofferenza tornò a svenire: dalle sue gambe pendevano lembi di pelle a larghi rettangoli lasciando scoperto il derma in alcuni punti fino ai muscoli. un cagnolino dal pelo incrostrato di sangue rappreso si accaniva su un brandello di pelle tentando di strapparlo scrollando la testa.

due giorni prima amoruso aveva ricevuto una telefonata da parte del cav. bechelli, un ex dipendente sip che aveva fatto poi fortuna commercializzando carne di lama dal perù: "tenera, mai grassa: carni bechelli, ad uno sputo da casa tua!", seguiva la scena di un lama verde che sputava. bechelli lo aveva invitato nel suo studio, dove amoruso aveva prima appreso che la di lui cognata era stata una delle vittime del calzolaio e poi ricevuto una lettera di incarico per una indagine privata e diecimila euro. per qualche istante amoruso pensò si trattasse di soldi del monopoli: non aveva, a due anni dall'entrata in vigore dell'euro, mai visto un biglietto da cento o addirittura cinquecento.


riaprì gli occhi. urlò di nuovo. un uomo vestito di nero gli stava facendo una iniezione nel cavo del gomito. "questo ti calmerà il dolore. comunque la superfice scuoiata è molto vasta e si sta infettando. non dovresti averne per molto. e tu porta via quel cane...". amoruso sentì sapore d'amaro salirgli alla bocca, ed effettivamente il dolore cessò. era in una stanza buia, con dei faretti che puntavano sul suo corpo nudo appeso al soffitto con un gancio da macellaio al quale erano legati i polsi. l'uomo di fronte a lui indossava una dolcevita nera, pantaloni neri ed aveva mangiato, a giudicare dall'alito, bagna cauda. "uno che mangia bagna cauda non può essere una brava persona.", pensò amoruso. cercò di riepilogare, in quella sosspensione del dolore, gli ultimi accadimenti.

amoruso aveva pagato adelina marturano, mignotta barese trasferitasi nella capitale con una trousse piena di speranze ed una convocazione per le selezioni per il grande fratello e poi, più prosaicamente, passata a far pompini nelle piazzole del raccordo, l'aveva pagata per fare da esca al maniaco. per una settimana di fila adelina aveva passeggiato sotto i cavalcavia del raccordo, zona di caccia del folle omicida, mentre amoruso sorvegliava da lontano, in macchina, con un binocolo ad amplificazione di luce stellare comprato a via sannio da un sedicente ex generale dell'armata rossa.

"allora? va meglio?", disse alitandogli pestilenzialmente in faccia l'uomo in nero, che stando di spalle rispetto ai faretti aveva il viso in ombra. "bbocchinaro!", rispose amoruso in modo del tutto proditorio, dato che non riteneva di averlo mai conosciuto, almeno dal tono della voce, sebbene qualcosa... "amoruso, amoruso, sempre così poco urbano...". "falla finita. ammazzami e amen.", amoruso mentre rispondeva stava disperatamente cercando di ricordare quella voce da quale passato arrivasse, lottando contro il torpore dell'anestetico. "ammazzarti? hahaha con calma, amoruso, con calma. tu, ti ho detto di levarmi dalle palle quel cane!".

una sera, finalmente ma non troppo col senno del poi, amoruso vide una figura tra i cespugli che bordeggiavano il marciapiede sotto al cavalcavia. una figura vestita di nero. amoruso sentì di esserci, abbassò il vetro e gettò una miccetta seminuova fumata solo per nove decimi. "porcaputtana se non mi sbrigo l'ammazza...", pensò amosuso mentre vide l'uomo in nero [l'uomo nero?] sollevare sulla testa di adelina un tubo di piombo di una quarantina di centimetri. amoruso mise la mano alla chiave d'accensione dell'auto: in quel momento sentì un fruscio alla sua sinistra e subito, in un lampeggiare azzurrino, rimase immobilizzato dalla scarica di un pungolo elettrico per poi svenire.

amoruso lo aveva riconosciuto, non occorreva che, come stava facendo, si girasse a lasciarsi illuminare meglio il volto. era lui, bellamorte, sua nemesi, suo tormento. e, più volte, suo assassino. "bellamorte, li mortacci tuoi, una volta che avevo messo su' un lavoretto per un bel po' di grana...". la diabolica risata di bellamorte venne seguita da un urletto: "ha! i soldi, il denaro. come mi fate schifo voi, il vostro denaro, le vostre vite borghesi ed inutili... immagina come mi sono sentito io quando mi chiama un maniachello del sindacato di maggioranza dell'anonima criminale che, modestamente, presiedo, per dirmi che aveva alle calcagna niente meno che amoruso! quale migliore occasione per farti la pelle di nuovo...", disse "la pelle di nuovo" sottolineando il calambour con ammiccamenti degli occhi.

qualche giorno dopo il calzolaio aveva un set di mocassini nuovi, uno di essi, vezzosamente, sfoggiava un paio di baffi la' dove le college sfoggiano il loro famoso cent.

blu sangue.

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alle tre e quaranta del mattino amoruso si solleva a sedere sul letto, gli occhi chiusi. si alza, si mette in mezzo alla stanza, le spalle curve, allunga una mano verso un onirico visitatore, la stringe a vuoto scrollandola vigorosamente, quindi si mette a sedere al tavolo. si rialza, scosta la sedia di fronte a lui invitando l'immaginario interlocutore a sedere e si risiede. resta seduto, con la testa appoggiata al braccio per una mezz'oretta, quindi si rialza, ristringe la mano a vuoto e si rimette a letto mormorando: "...'shto shtronso.".

una giornata di sole non in grado di riscaldare l'aria, data l'ora presta, faceva da cornice alla villa dei baroni di sassorado. il volo imprevedibile di uccelli iperattivi sorradeva i vigneti che rivestivano le colline circostanti con una compattezza che neanche il muschio ambisce raggiungere. amoruso scese dall'auto e suonò il campanello. se c'è una cosa imbarazzante sono i campanelli che, al suonarli, non danno al sonatore alcun riscontro: amoruso tornò a pigiare dopo neanche dieci secondi. e ancora dieci secondi dopo.

lungo il vialetto che portava dalla villa alla cancellata, circondata da bloodhound fulvi in vena di festeggiamenti, scendeva a passi lunghi quella che l'abbigliamento sembrava indicare come la governante:

"si?".
"amoruso, sono atteso.".
"ah, è lei, si accomodi, scusi ma oggi ci trasferiamo e...".
"nema problema.".
"cosa?".
"no, niente, fa niente.".

la domestica fece accomodare amoruso nel salone dove venne raggiunto dalla baronessa e dalla figlia di questa. la baronessa era quanto di più simile ad un insetto stecco amoruso avesse mai avuto modo di vedere: magrissima e rugosissima, nonostante non dovesse avere più di cinquant'anni, nel suo tailleurino rosa di chanel. la figlia della baronessa, una dodicenne all'apparenza, teneva in mano il coniglio più grosso che amoruso avesse mai visto.

"mi scusi", disse la baronessa ad amoruso per poi rivolgersi alla figlia: "allora: tieni questo scatolone, serve per trasportare pippo, non vorrei che scappasse in giro per la bentley scagazzando". nel parlare aveva porto alla bamboccia uno scatolo dentro il quale il coniglio sarebbe entrato con i margini di tolleranza di un cadavere nella cassa da morto; mentre diceva "scagazzando", la baronessa fece una faccia schifata ammiccando ad amoruso, che nel frattempo fingeva un interesse morboso per la punta delle mecap che portava ai piedi.

la baronessa ed amoruso lasciarono la pupona nella sala per spostarsi nello studio. "...allora, amoruso, l'ho fatta chiamare per...", il telefono cominciò a squillare, "mi scusi ancora", disse strabuzzando gli occhi l'avvizzita dama, "pronto? si? un attimo...". con gli occhi atteggiati a preghiera la baronessa chiese: "amoruso, mi scusi davvero, è un urgenza potrebbe attendere di la per qualche istante?".

amoruso rientrò nella sala. giocherellò con i soprammobili radunati per essere imballati. lesse le targhe ancora appese al muro: cavalierati, priorati: roba da feudalesimo. gli occhi gli caddero sullo scatolo poggiato sul tavolo: "lì dentro soffoca,eh...", pensò. si avvicinò. prese un paio di forbici poggiate su un mucchio di carta da imballaggio. sollevò le forbici per fare dei buchi per l'aria allo scatolo e le abbassò repentinamente sul coperchio per forarlo. lo scatolo ebbe un sussulto che fece sgranare gli occhi ad amoruso e gli spinse all'ingiù gli angoli della bocca. "vaccatroia...", disse amoruso risollevando le forbici e pulendone la lama con l'interno della giacca di tweed guardandosi intorno circospettosamente. in quel momento la porta dello studio si riaprì e la baronessa riapparve, quasi come in un "evoca necrospettro" a magic.

"mi scusi eh...", disse la zombie ad un amoruso al quale tremavano le labbra. "...ehm... se-senta baronessa, m-mi scusi m-ma...", zagagliò amoruso rinculando verso la porta, "...m-ma devo proprio...". amoruso, appena sulla soglia, fece dietro front e cominciò una corsa a lunga falcata verso il cancello. dietro di lui si alzò dopo un istante la canizza dei bloodhound. amoruso tenne duro e li mantenne a distanza per tutto il viale, sollevando nella furiosa corsa un polverone come quello che si vide solo, un giorno, dalla fortezza bastiani. saltò il cancello come neanche il bubka dei tempi migliori. sputò un pezzo di polmone. si reinfilò in macchina e da quelle parti mai nessuno lo vide più.

il fu amoruso.

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la capanna era piena di una nebbiolina dall'odore dolciastro. alla fioca luce del braciere posato sulla terra battuta in posizione centrale le figure umane mollemente distese a raggiera intorno ad esso, su stuoie di canne, fumavano da lunghe pipe. visto dal buco centrale del tetto di foglie di palma il contenuto della capanna ricordava il quadrante di un orologio. amoruso aspirò un lungo tiro. lo soffiò lentamente. poi vuotò la pipa e la caricò con una nuova pallina d'oppio. il tutto richiese almeno quaranta minuti, ma amoruso non sembrò mai annoiarsene o aver fretta. caricata la pipa l'accese e tornò a chiudere gli occhi.

spira con vento di scimmia la rabbia ventosa del dragone verde. gli occhi son di bragia, il cuor nerocarbone. lì, sotto lo sciamma della caldarrostaia. lì sorradendo i tetti con furia distruggitrice. uno squarcio nel cielo: l'angiol divin che suona la sua tromba. l'accende. se la fuma. il dragone viene sbriciolato da due polpastrelli e soffiato via da due labbra vermiglie appena dischiuse. si sta come foglie d'erba a maggio in riva all'aniene. zang. tumb. tumb. su', più su' sulla montagna fredda!


quando, allungando la mano, amoruso non sentì più la confortante presenza di palline nella sua ciotolina decise che era arrivata l'ora di alzarsi. uscì dalla capanna in mutande: gli avevano rubato tutto. a piedi nudi si avviò per un sentiero della jungla fino alla strada asphaltata. di lì ottenne un passaggio da un vecchietto su quella che una volta doveva essere un'ape car. venne lasciato davanti alla casa di ciun lai, un cuoco cinese che aveva conosciuto molti anni prima. il cinese uscì di casa con lo sguardo sgranato: "amoluso! amoluso! tu vivo! io glande gioia!". abbracciato amoruso il cinese lo portò dentro e gli raccontò dello tsunami che nei giorni del suo delirio aveva colpito la costa provocando centinaia di morti tra i turisti.

"uno tsunami?", disse amoruso. "sì, tsunami. tu molto foltunato!", fu la risposta del cinese. "centinaia di vittime?", continuò amoruso. "migliaia! folse milioni!", fu la replica del muso giallo. "io sono morto.", affermò amoruso. "no, tu no molto amoluso, tu vivo!", disse il cinese con la faccia di quello che non si fa coglionare. "no, io morto ciun lai. io morto. se dici a qualcuno che m'hai visto ti taglio l'uccello, lo affetto fino fino come la mortadella e te lo faccio mangiare.", amoruso queste ultime parole le disse a pochi millimetri dalla faccia del cinese, badando bene a sputazzare. "ah, celto! tu molto! molto molto! tlanquillo!", disse il cinese che finalmente sembrava avere capito.

amoruso si fece restituire il portafogli lasciato per prudenza al cinese, ne trasse cinquecento dollari, ne diede cinquanta al suo ospite e si raccomandò: "allora io mi vado a fare un altra settimana di chiusa. te fatti i cazzi tuoi. quando torno bisognerà che tu vada in italia che c'ho una assicurazione sulla vita che ci sistema a tutti e due. però mo' mi vado a riposare alla fumeria. nun fa' cazzate.". "no cazzate.", disse il cinese con gli occhi chiusi e le dita a mo' di scout. amoruso si grattò il culo, scaracchiò e mormorò tra sé e sé: "fosse la vorta bbona...", girò il culo e uscì, sperava che finalmente fosse a riveder le stelle.

amoruso e zanna gialla.

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amoruso non resistette alla tentazione: vista la caldarrostaia si perse prima in una serie di citazioni a mente da montale su angeli neri ospitati nel suo scialle, quindi s'avvicinò per comprare un cartoccetto. faceva freddo e l'asphalto cittadino era bagnato da una pioggerellina sottile. la gente s'affannava da una boutique all'altra a caccia di saldi su prezzi aumentati ad hoc. amoruso si fece spazio tra gli acquirenti dei fumanti cartocci e alla domanda della caldarrostaia rispose: "io? castagnetta grazie.". mentre diceva questo ad un vicino s'illuminò il volto e prese a fissarlo. era un barbone, forse peruviano, avvolto in una coperta. mentre amoruso si rimetteva a passeggiare sgranocchiando le caldarroste s'avvide del fatto che lo strano tipo lo stesse seguendo. allungò il passo e prese al volo il bus, era convinto di averlo seminato quando, inserendo la chiave nella serratura dell'ufficio se lo trovò di nuovo alle spalle.

"te scusa me. io dovere te parlare.", disse il tipo. amoruso ritenette preferibile farlo entrare per toglierselo dalle palle all'evitarlo per ritrovarselo ancora tra i coglioni in seguito. lo fece accomodare ed invitatolo a sedersi si stupì nel vederlo accosciarsi sul tappeto a gambe incrociate. "dica, come si chiama, per cominciare?", disse amoruso allo strano tipo, mentre si sistemava tra uno scrocchiar d'ossa, davanti a lui nella medesima postura . "io zanna gialla, grande capo indiano!". era indiano. minchia. un pellerossa. a guardarlo bene, in effetti, c'era tutto. l'indiano tirò fuori un caloumet e prese a caricarlo cerimoniosamente. "allora, mi dica, cosa posso fare per lei?". l'indiano prese a spiegare:

"io, zanna gialla, grande capo indiano, racconto: c'era un tempo in cui la mia tribù viveva nelle grandi praterie in armonia col cervo ed il bisonte. i fanciulli cavalcavano e grandi mandrie di mustang brucavano l'erba blu. fumavamo in pace il caloumet, ma venne il grande padre bianco col suo uomo della medicina. speravo portasse coperte e sacchi di farina per l'inverno ma invece il grande padre bianco disse che i nostri bambini non dovevano più mangiare il pemmican. che il pemmican era porciume, seccato con le mosche sopra. il grande padre bianco disse che "la merenda non si fa più così", e ci diede le sue sane merende. i fanciulli presero a mangiarne e si cagarono l'anima. ma il grande padre bianco non volle sentir ragioni! meglio la diarrea mangiando civilmente che un cagar sano derivante da cibi immondi. a nulla valse spiegare che erano secoli che gli indiani della prateria crescevano sani e forti. il grande padre bianco disse, ed era inconfutabile, che i fanciulli che mangiavano pemmican morivano tutti. per evitare questo ci ritirammo ad ovest a fumare il caloumet in nuovi spazi.", una nuvola azzurrina circondava l'indiano uscendo dal caluomet.

"giunse più ad ovest il grande padre bianco col suo uomo medicina e speravo portasse sacchi di farina e coperte per l'inverno ma egli disse che basta cavalcare senza cap, ci si fa male, è da incivili. io chiesi cosa fosse un cap, ed egli facendo una faccia disgustata disse: "selvaggi!". il cap era un orrendo cappelletto di velluto nero sotto al quale non si potevano portare penne d'aquila e si rimaneva pelati. hai mai visto un indiano pelato?". amoruso lo guardava con gli angoli della bocca all'ingiù: "no, mai visto.". "infatti", riprese l'indiano, "non accettammo e ci spostammo più ad ovest a fumare il caloumet.". "ah, ecco!", disse amoruso. la stanza era piena di fumo, amoruso pensò fosse scortese farlo fumare da solo ed accese un cylum che ebbe un cenno d'approvazione da parte dell'indiano.

"ma il grande padre bianco venne anche più ad ovest e mentre speravo avesse portato coperte e sacchi di farina disse che mangiavamo troppo. che ingrassavamo e che ciò era male. io non credevo fosse male, i nostri avi avevano fatto la fame per troppo tempo e adesso che finalmente c'eravamo rimediati un po' di mais per tutti avremmo dovuto lasciarlo marcire? il grande padre bianco disse che non gli importava, che avrebbe fatto di noi gente civile: 70 grammi di mais al giorno ed il restò se lo portò via. mano a cazzuola, un grande guerriero e ottimo muratore per un po' mangiò come da regola del padre bianco, poi schiattò. noi spostammo ad ovest il fumo dei nostri caloumet.". "go west!" confermò d'aver capito amoruso, mentre caricava un altro cylum a fronte dell'ennesima ricarica del caloumet da parte dell'indiano.

"ma il padre bianco giunse anche lì ed io, ingenuo, pensai che finalmente avesse capito e avesse portato coperte e sacchi di farina: no: disse che il fumo del caloumet fa malissimo ed è da incivili e volle che non fumassimo più nelle capanne ed anche nella prateria a meno di un chilometro da ogni forma di vita. ora, ora che ci toccò anche il sacro caloumet comprendemmo una grande verità: il grande padre bianco è un fissato del cazzo e ha sguarato la minchia. se ne frega delle coperte e dei sacchi di farina che ci servono e rompe i coglioni con le stronzate.". "sguarato si dice anche in lingua indiana?", chiese amoruso. "sì.", rispose zanna gialla soffiando una fumata che per un istante lo fece sparire agli occhi di amoruso.

"ho capito", disse amoruso alzandosi tra un crocchiar di giunture, "ma da me che vuoi?". l'indiano si avvicinò, l'alito gli puzzava di tabacco pestilenziale e il motivo del suo nome divenne chiaro quanto scuri erano i suoi denti: "tu grande uomo magia, io letto libro su te e su sciamano tuo maestro, tu fai magia nera a padre bianco e padre bianco muore!". "io? magia?", disse sgranando gli occhi amoruso. "scusa", disse il muso rosso, "tu castaneda, no? io sentito te dire 'io castaneda'". amoruso rimase fisso per un ora. l'indiano, tipo paziente non si scompose. fu solo sei ore dopo che un lampo percorse gli occhi del nativo americano che chiese: "io equivocato forse?". "tu equivocato.", disse amoruso.

amoruso ed il mundus subterraneus.

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"buongiorno! posso intervistarla per il programma misteri per caso?", disse sorridendo siusy blady, "lei lo sa chi ha scoperto l'america?". amoruso sobbalzò nel momento in cui il microfono della viaggiatrice per caso gli sfiorò le vibrisse. "chi ha scoperto che?". "l'america!", ribadì con entusiasmo romagnolo la siusy; "colombo?", azzardò amoruso muovendosi nel tentativo di rendere la vita difficile all'operatore che stava riprendendolo. "ma no!", affermò trionfante la blady come se si aspettasse una risposta simile, e rilanciò: "lei lo sa che l'america compare in carte geografiche precedenti a colombo? la carta di vinland, ad esempio!". amoruso rimase interdetto, tolse gli occhiali da sole pieghevoli pensando al fatto che bisognasse stringerne le viti. "senta signora blady, a parte che lei dal vivo sembra molto più magra e che lupo solitario era bellissimo", la voce di amoruso era atona, bassa, sconfortata: "ma adesso non verrà a dirmi che sta facendo un programma sulla cartografia del mistero? no, dico: mo' mi tira fuori il mundus subterraneus di attanasio kircher? senta, gliela dico io come è andata, ce l'ha un minuto anzi due?". adesso era la blady a sembrare basita, l'unica cosa che riuscì a dire, mentre amoruso la faceva accomodare su una panchina vicina, fu: "più *magra*?".

"lei conosce la geografia della terra, no? come tutti noi oggi, in questa epoca di satelliti l'abbiamo presente. ecco, la invito a pensare a quante superfici terrestri potrebbero essere contenute al suo interno, ecco, guardì, anche a non volersi troppo avvicinare al nucleo sono superfici di dimensioni impressionanti. se vuole le do' il cellulare di un amico di pisa: se glielo chiede le fa il calcolo. comunque, ripeto: sono vastità impressionanti. ecco, queste vastità erano e, forse sono ancora, abitate da una razza molto più antica della nostra che da essa deriva. lei crede che gli uomini preistorici, che non significa scimmioni ma solo che vissero prima dell'inizio della storia come la conosciamo, cercassero riparo nelle caverne? sbagliato, ne stavano timidamente cominciando ad uscire. sa che il sapiens arrivò come una tempesta a sconvolgere gli equilibri dei neandethal e di chi sa quali altre specie di ominidi? lei crede che veniamo dalle stelle magari? sbagliato, o meglio non del tutto esatto. veniamo dalla terra. querllo che è in alto è in basso, dicevano alludendo antichi saggi.", amoruso si diede una aggiustatina al pacco rapida e disinvolta, accompagnata da un colpetto di tosse ed uno scaracchio.

"partiamo dall'inizio", riprese amoruso, "una astronave aliena di forma sferica e dimensioni pressochè simili a quelle della terra attuale viaggia con l'equipaggio, migliaia di individui, in stato di ibernazione. qualcosa va storto e gli atronauti continuano a dormire mentre l'astronave si ferma entrando nell'orbita del sole, e, per culo o per un qualche motivo non entra in collisione, o forse ci entra ed ha la meglio - sarà stata ben corrazzata - ed a furia di rimbalzi si ferma nell'orbita attuale. ad un certo punto gli atronauti si svegliano e vedono che grazie al calore dei motori nucleari dell'astronave, rimasti accesi al minimo, sui detriti che si sono attaccati alla stessa collisione dopo collisione si è andata formando una atmosfera e si sono sviluppate forme di vita. un po' come i denti di cane sulla chiglia delle barche, le cozze che si attaccano alle murate al pelo dell'acqua. lei va a vela, no? avrà presente. quella che conosciamo come crosta terrestre è uno spazio minimo rispetto a tutti i ponti dell'astronave che compongono il volume sottostante.", amoruso guardò passare una ragazza bassina, con le occhiaie ed i capelli corti, e scrollò il capo.

"fino a quì ci siamo? bene, adesso i naufraghi hanno bisogno di uscire dall'astronave per un qualche motivo. pulire le sonde, riparare qualcosa. chissà. per uscire dall'astronave e sopravvivere in quell'atmosfera modificano geneticamente alcuni di essi. questi escono dall'astronave e si mettono a cercare di capire che cazzo sia successo e risolvere il problema. cominciano ad uscire dai meandri della terra e vari equipaggi di esploratori. ma le cose non vanno bene subito, alcuni di quelli che sono usciti sono instabili, impazziscono, perdono la coscienza di chi sono e diventano altro. neanderthal? boh. chissà quante prove hanno fatto. fatto sta che ad un certo punto ottengono il modello che funziona. lei dice, ma una tuta spaziale non ce l'avevano a bordo? le dico, se lei possedesse tecnologiee conoscenze in grado di fornirle a piacere le branchie, andrebbe sotto con la muta e le bombole? comunque sia escono. credo che a questo punto siano ragionevolmente simili a noi. a Sua immagine e somiglianza, hehehe. fanno una cartografia e cercano di rimapparla sull'astronave. alcune antiche carte neanche rappresentano la terra, ma schemi di circuiti, impianti, dia un'occhiata, controlli, siusy. tracce di queste antiche esplorazioni rimangono a tutt'ora: dollmen; menhir; la stessa hanging rock: sonoi riferimenti geografici, tipo le pietre confinarie dell'attuale catasto. e si incontrano con la progenie dei loro primi esperimenti che ormai numerosa popola la terra. alcune pitture rupestri ci portano testimonianza degli incontri avvenuti, ma anche negli antichi racconti di uomini bianchi dai capelli rossi, nei sacrifici delle popolazioni precolombiane di uomini bianchi, ma sopratutto nel mito di atlantide, nel mitico regno di mu. le figure sul terreno, quasi segnali ai trasvolatori, che appaiono in una piana sudamericana. mi segue?". "insomma...", balbetto la blady.

"poi che successe?", si chiese dandosi una risposta amoruso:"successe quello che quei signori mai si sarebbero atteso, accadde che mentre numerosissimi di essi erano sulla superficie dell'astronave per i compiti loro assegnati navigando per mare e per cielo con le loro formidabili carte della terra, orientate su un segnale magnetico, un meteorite di enormi dimensioni colpì la terra, o l'astronave se preferisce, modificandone l'asse e pertanto mandando a mignotte la chiave di lettura di quelle carte: l'orientamento in base al magnetismo: era cambiato il nord. quei disgraziati che erano rimasti fuori e lontani dal terribile impatto non riuscivano a capacitarsi del fatto di non capirci più nulla, e quelli che sopravvissero al tremendo diluvio, come i primi non riuscivano a ritrovare il buco per tornare sotto. non ci riuscivano perchè leggevano le carte esatte ma con occhi sbagliati. erano disperati temendo che l'astronave potesse tornare a posto e ripartire senza di loro, ed anche dalla prospettiva di dover convivere con quella razza geneticamente errata che con essi divideva il pianeta.", amoruso chiese alla blady se avesse un cannino, al diniego di questa fece gli occhi sorpresi e s'accese una macedonia senza filtro.

"fatto sta che questi poveracci non riuscivano a rassegnarsi all'idea di rimanere in quel mondo barbaro, gli uomini di allora erano davvero selvaggi, e si misero a darsi da fare per tornare sotto, a casa, nell'eden, nel paradiso perduto ed al sicuro da una ripresa del viaggio da parte dell'astronave con conseguente perdita di tutta l'immondizia che c'era sopra, quella che noi chiamiamo superficie terrestre. prima di tutto dovevano incontrarsi e ci volle un lungo tempo e la cosa venne resa più difficile per il fatto che poche donne seguissero gli uomini in superficie e pertanto era stato necessario accoppiarsi con donne del mondo esterno, che sfumarono le caratteristiche razziali prime degli uomini di sotto, in misura maggiore che non per i soli motivi di variazione genetica e li costrinse a dover fissare le proprie conoscenze su supporti scritti per tema di perdere con i successivi incroci, le proprie caratteristiche: anche se non avessero più avuto certe facoltà avrebbero comunque avuto memoria di averle avute, ed in qualche caso venivano formalizzate procedure mentali finalizzate ad un qualcosa che a loro in quel momento riuscivano del tutto istintive. abracadabra, hahahahaha!", anmoruso accompagnò l'ultima parola ad uno sguardo spiritato.

"come riconoscersi, allora, visto che si somigliava sempre più agli esterni? ci si doveva riconoscere con dei segni, con allusioni. la sfinge, le mura ciclopiche, i giardini pensili, la torre di babele altro non erano che allusioni: un dire io sono io, tu sei tu? una volta ritrovatisi, poi, bisognava andare d'accordo. molte guerre dell'antichità nacquero dai disaccordi di questi uomini. alessandro invase il regno di dario per cercare di sottrargli le sue preziose biblioteche nella speranza contenessero indizi, segni, che l'altro non era riuscito a decodificare o comprendere.", amoruso accese col mozzicone di macedonia una n80.

"poi accadde ancora che le carte degli antichi eploratori provenienti dalle viscere della terra, nei secoli, vennero in parte conservate ed in parte smarrite. e allora questi uomini ritrovatisi ed organizzatisi cominciarono a cercare le carte. vennero creati imperi, come quello persiano, quello romano, retti dai discendenti degli orfani di agartha, così si chiamava la loro astronave, finalizzati solo a riconoscersi, come ho già detto, ricollegarsi tra loro, mettere a comune le conoscenze. servivano infatti imperi per disporre di flotte per la ricerca, di fama per dare notizia di sé ai compagni, la testa di re ed imperatori sulle monete non nasce per caso, di eserciti per esplorare la terra. lei sa che i romani di lucullo giunsero fino alla cina?". amoruso spense l'n80 con la suola della scarpa. si cercò in tasca e sorrise: "ce l'ho io un cannino!", e si mise a rollarlo con due cartine ad "elle" continuando a parlare.

"dove era finito l'ingresso o gli ingressi? chi lo sa, forse s'era richiuso? ma loro cercavano. le carte. sopratutto dagli ebrei. l'allusione del diluvio, nella bibbia, è tra quelle che più vi si diffondono in descrizioni, rispetto a quelle circa il diluvio di altri popoli. sembrava chiaro ne dovessero sapere, magari nel loro errare per il deserto in cerca di una patria avevano ritrovarto antichi rotoli, chi lo sa. o forse erano il gruppo di un qualche dissidente? di qualcuno che voleva serbare il segreto e non tornare più giù essendo sulla superficie un dio che dava comandamenti e sotto di essa magari solo un numero? gli esclusi da agartha capivano che dovevano cercare 'ste carte, ricominciare da quelle e capirci qualcosa. per capirci qualcosa usarono le abazie ed i monasteri e le loro biblioteche piene di studiosissimi monaci che lavoravano a tempo pieno. poi, e guarda caso dopo le crociate e le conversioni coatte degli ebrei comincia l'epoca delle grandi esplorazioni per mare e delle grandi scoperte astronomiche. faccio salti di decine, a volte centinaia di anni, ma mi consenta di farla breve. per cominciare rendono noto, dopo aver resistito per secoli, il fatto che la terra abbia un volume. poi che giri su se stessa e attorno al sole. sarebbe scomodo celare un segreto tale e dare nel contempo dritte agli scienziati di superficie che utilizzano, sfruttano, per le ricerche. e arrivarono a comprendere cosa avesse fatto il meteorite. evidentemente gli ebrei qualcosa avevano. ed evidentemente erano le carte che portarono alla scoperta dell'america. e se le carte, corrette, funzionavano comprenderai come la fiducia nel ritrovamento delle porte di agartha fosse allora alle stelle, hahaha! le stelle, astronave, hahaha!", amoruso accese lo spinello. la blady pensò che forse s'era sbagliato e s'era rollato un pezzo di plastica, a giudicare dall'odore che sentiva, ma amoruso fumava di gusto: tre boccate, inspirare, espirare.

"ma un conto erano le carte della superficie, un conto quella che guidava al rientro. quella non c'era: non era quella dell'america, dell'oceania. non s'era trovato l'ingresso di agartha alle sorgenti del nilo, né dove la cercò pizarro. marco polo non l'aveva trovata, i portoghesi, che disponevano di una buona parte di quelle carte donate loro a tomar, navigarono in lungo ed in largo senza venirne a capo.", la blady faceva fumo dalle orecchie, ogni parola di amoruso avrebbe potuto essere ampliata in una serie di collegamenti, che sembravano davvero spiegare la storia dell'umanità come la storia della conoscenza, della produzione, della ricerca finalizzate solo a ricongiungere ad agartha coloro che ne rimasero fuori durante il diluvio. amoruso fumava e parlava ad occhi chiusi, come se li muovesse su una parete in cui fossero disegnati fatti e collegamenti tra essi come in un grandissimo diagramma. quella parete amoruso l'aveva vista davvero e ne aveva memoria: era nella casa di lisbona del professor bellamorte, sua nemesi e principale nemico.

"la delusione fu grandissima, quando all'inizio del novecento non s'era riusciti a venirne a capo. si cercò attorno a quegli anni anche nell'artide e nell'antartide: niente. fu grande lo scoramento della discendenza degli antichi uomini sotterranei. sì, certo, insegnarono agli uomini a volare pensando che la geografia fosse troppo mutata e che occorresse sorvolare per avere cartine visuali, ma anche da esse poco e niente. poi arrivarono hitler e stalin ricominciarono a cercare dagli ebrei, dopo la lunga pausa che la storia aveva accordato a quel popolo. pur massacrandone una buona parte non si riuscì ad avere la carta, ma gli cavarono fuori che negli antichi meccanismi della cabala c'era un cifrario, compresero che l'ingresso di agartha non era un segno su una carta, ma delle coordinate geografiche. il nome di dio erano delle coordinate. nel frattempo in america, con la collaborazione di numerosi scienziati di origine ebraica, venne sviluppato un esplosivo capace di riaprire, una volta trovatolo, l'ingresso. lo stesso potenziale distruttivo dell'arca dell'alleanza. era nata l'arma atomica, più in realtà gli antichi rabbini avevano scopiazzato e male degli antichi appunti, forse di un motorista dell'astronave, che i moderni ebrei avevano trasformato in ordigno nucleare. il gruppo ebraico era quello che meglio aveva conservato gli antichi appunti, carte, cifrari. i sotterranei, non quelli di kerouac, eh", disse ghignando amoruso. " finirono la guerra e passarono ad utilizzare quanto avevano appreso nei campi di concentramento da rabbini ignavi della vera valenza dei segreti di cui erano depositari. vennero sviluppati computer sofisticatissimi per permutare il permutabile: ogni scritto vi venne sottoposto senza risultato. e siamo ai giorni nostri, dove la principale novità è costituita dal fatto che gli è venuto il dubbio che altri pianeti possano in realtà essere altre astronavi, e li provano ad esplorare.". amoruso scappellò la miccia fumata a metà con una schicchera e ripose il mozzicone. "ah. quindi finisce quì?", chiese la siusy.

"no,", amoruso sorrise: "ai giorni nostri hanno anche capito che l'ingresso non lo ritroveranno mai più, che il tempo li ha fregati confondendo i ricordi ed i documenti e sono così incazzati che hanno deciso di farli uscire di fuori. che se non trovano l'ingresso per entrare faranno uscirer quelli che sono sotto. e gli tocca pure sbrigarsi". siusy sgranò gli occhi: "e come fanno a farli uscire?". "beh, disse amoruso, scaldando il pianeta: prima che ci si cuocia il cervello a noi di fuori, avranno pensato, quelli di sotto faranno la schiuma e apriranno il portello. e via con le industrie e l'era del petrolio e degli esperimenti atomici.". "e perchè si debbono sbrigare?", chiese la blady. "mah, ha sentito dello tsunami in oriente, no? ecco, direi che quelli di sotto stanno cominciando a scaldare i motori.".

la blady era ammutolita. solo dopo un po' trovò il coraggio di chiedere ad amuruso: "ma lei 'ste cose come le sa?". "intuito, ora mi scusi ma purtroppo lei sa troppo, mi tocca sparaflesciarla.". la blady s'aprì in un sorriso: "come in man in black?". amoruso si alzò dalla panchina e le diede le spalle: "più o meno.", disse, prima di emetterle un prooot sommesso, quasi baritonale, in piena faccia. poi andò a far colazione in pasticceria: gli era venuta una fame cosmica.

amoruso black monday.

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gli omini e le donnine del sogno s'affannavano nel tentativo di trattenere con le loro suppliche amoruso: "nooo, non te ne andareee, resta con noi! aiutaci! hai visto quanto è bella la principessa e quanto malvagio sia il male che ci minaccia!". "ragazzi lo so, ma non è colpa mia, è che voi vi mettete a cantare la canzone e...", cercò di spiegare amoruso allontanandosi verso l'uscita del tunnel, sollevando ad ogni passo dieci omini del sogno aggrappati come disperati ai suoi calzoni. "noooo, nooo, non la cantiamo! resta! non te ne andare.", gli omini piangevano e si strappavano capelli e peli della barba, le donnine disperate coi figlioli in braccio gridavano: "resta... resta! per pietà!". poi ad un certo punto, tutto il piccolo popolo del sogno s'immobilizzò e attaccò col canto di due sole note: "tu ttù tu ttù tu ttù". amoruso aprì un occhio, poi l'altro e mise a fuoco: le sette e cinquantanove. schiacciò lo snooze biscicandosi: "scinque minuti ancora". dieci minuti dopo amoruso versava, in totale confusione mentale, il caffè sulle bustine di thè precedentemente predisposte nella tazza. è che aveva cambiato idea e non s'era avvertito. gettò tutto nel lavandino. accese la radio e cominciò ad ascoltare il giudice d'ambrosio massaggiandosi il ginocchio, era caduto scendendo le scale poco prima. considerò che era fallito ogni tentativo di conquista del potere da parte del popolo. i movimenti prima, il terrorismo poi, l'entrismo [extrema ratio regis]: niente. continuò ad ascoltare per un po', poi si svegliò per bene e s'incazzò sul serio. cambiò canale. un tizio lo informava che quel lunedì era chiamato, da qualche parte, il black monday e se ne tornò a letto dal piccolo popolo del sogno, per il quale, rispetto agli italiani, provava profonda stima.

amoruso e la macchina del tempo.

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a quell'ora sarebbero apparse le prime luci dell'alba, non fosse che la cappa di smog e fuligine, che avvolgeva la terra a causa del dissennato sviluppo industriale asiatico e africano e dei disastri ecologici conseguenti, oscurava completamente il sole da ormai più di un anno. tutto si era svolto così rapidamente che amoruso, già di suo poco reattivo, stava cominciando ad incazzarsi solo da qualche settimana. il camion della nettezza urbana, svuotando la campana dedicata alla raccolta differenziata del vetro situata proprio sotto casa sua, fece il solito rumore di cielo infranto: in quel momento bussarono alla porta. "avanti.", disse amoruso alla sagoma scura proiettata dalla luce del pianerottolo sulla porta a vetri con la scritta "inoizagitsevni osuroma" un istante prima di rendersi conto che quella silohuette era l'ultima che avrebbe voluto vedere. un istante dopo la porta si apriva ed il professor bellamorte entrava nell'ufficio. "buongiorno amoruso", disse bellamorte mentre senza guardarlo carrellava con lo sguardo sullo sporco, i vassoi di pizza a portar via, le cicche, le bottigliette vuote di corona, le bottiglie di white horse, insomma tutta la rumenta che si era accumulata da quando la donna delle pulizie trovando amoruso riverso sul pavimento, il mattino di un mese prima, s'era presa un tale spavento da non voler più saperne di lavorare da lui. lo sguardo di bellamorte si posò sul televisore acceso a volume bassissimo: "che guardi?".

"è una partita di bandiera.", rispose amoruso che nel frattempo, a parte gli occhi non s'era spostato di un millimetro: seduto con i piedi poggiati sulla scivania . "bandiera?" chiese bellamorte, "scusami ma negli ultimi anni sono stato un po' preso: cos'è?". "hai presente gli alfieri delle battaglie rinascimentali? quelli che per non farsi catturare la bandiera dal nemico anche se circondati la sapevano lancare ai loro colleghi a lunghe distanze mentre questi ultimi sapevano recuperarla al volo? ecco, metti questo ed il calcio fiorentino assieme ed hai il gioco della bandiera.". "sembra cruento...", disse bellamorte ammiccando alla scena che la tv riproponeva al rallentatore: un giocatore in maglia rossa atterrato da una linea di giocatori in maglia verde che avanzavano proteggendone un altro che portava una bandiera sulla quale spiccavano tre topi verdi in campo nero. "è peggio, di solito non lo guardo, ma i sorci verdi sono la mia squadra preferita." disse amoruso. il risultato in sovraimpressione dava i sorci vincenti per tre a uno. bellamorte socchiuse gli occhi e mormorò qualcosa: una litania o una formula: una preghiera.

il professor bellamorte con il bastone animato che sempre lo accompagnava ripulì alla meglio il pianale di una delle due poltroncine di fronte ad amoruso e si accomodò tra i sinistri scricchiolii della sua gamba artificiale. "sono venuto a salutarti... no, dai, sono venuto a godermi la trua faccia quando ti avrò detto quello che sono venuto a dirti.". "e allora comincia, no?", chiese amoruso mettendosi a sedere composto con un sorrisetto divertito che gli tracimava dai baffi. "ho realizzato la macchina del tempo, mio odiato amoruso. l'ho realizzata e non solo: l'ho usata. ho viaggiato per il tempo in, perdona la battuta, lungo e largo.". amoruso rimase col sorrisetto sulla faccia, ma le sue mani cercarono un bicchiere con del uischi dal quale tolsero una cicca in ammollo per poi accostarlo alle labbra: bevve e ruttò, senza motivo, solo per risultare sgradevole.

bellamorte sembrava sicuro di sé, si prese una pausa, poi continuò: "non solo, amoruso: ho anche portato in questo presente i peggiori figli di puttana della storia che ho raccattato in giro per il tempo: nel mio esercito c'è gengis khan, hitler, catilina, il generale custer, baldovino, attila, pasquale barra, kissinger solo per fare alcuni nomi: è un esercito di oltre centomila uomini accampato alle prte di roma. ed è solo l'inizio. amoruso, il mondo che conosci sta per finire. inizia una nuova era: la mia! harharharhar!". la risata rauca, che amoruso immaginava sortire da reiterate prove allo specchio, non s'era ancora spenta che già bellamorte aveva ripreso il discorso: "con un simile esercito prenderò presto il potere del mondo e mi incoronerò imperatore della terra. sono anni che ci combattiamo, amoruso ed io sono un uomo solo. ho solo te, un nemico, per potermi sfogare, per dire a qualcuno quale sia il mio genio.".

amoruso aveva ascoltato il suo mal di stomaco e bellamorte, e quando questi ebbe finito gli rispose: "vedi bellamorte, tu sei un uomo solo ed anche io, però c'è una differenza tra di noi: mentre io rivolgo contro me stesso le mie insofferenze tu ne cerchi vendetta nella lotta all'umanità. cosa peraltro condivisibile, non fosse che t'ha fatto diventare matto. matto a tal punto da dimenticare alcune semplici leggi: nulla si crea e nulla si distrugge: come potresti aver portato in questo presente gengis khan togliendolo dal suo presente? da dove viene la sua carne di ora? dove è sparita la sua carne di allora? nulla si crea e nulla di distrugge *solo* nell'istante tizero? non direi no? e quando quella carne viaggiasse da un punto all'altro del tempo, dove sarebbe? in un'altra realtà? mi sembra poco probabile, sarebbe come dire che non esiste nulla ed esiste tutto. sarebbe come accettare l'esistenza di un creatore e di un distruttore e di dimensioni parallele. dovresti essere dio, caro bellamorte, e se pensi di essere dio, per chiudere il cerchio, sei matto. e siccome in realtà sei matto, ti sei inventato tutto: hai una allucinazione. se vuoi ho l'indirizzo di un buon psichiatra.".

bellamorte si guardava i piedi scrollando il capo: "vedi amoruso, tu sei una persona intelligente. ma manchi di fede. mi deludi sempre. e adesso è ora. è ora che io vada.". poggiandosi prima sulla gamba sana e poi sulla protesi bellamorte si risollevò. nel tempo che ci mise, e non fu poco, amoruso guardò al risultato della partita in trasmissione: "ma merda! in tre minuti sono tre a cinque, cazzo!". i sorci verdi stavano perdendo oltre l'immaginabile. in meno di due minuti avevano subito quattro bandiere. bellamorte, finalmente in piedi, ghignò e, dandogli le spalle rivolto verso la porta aggiunse: "amoruso, uomo di poca fede, il viaggio nel tempo è viaggio dello spirito o non è.".

in quel momento bussarono alla porta. amoruso disse avanti ed il frate savonarola, sporgendosi nello specchio della porta disse a bellamorte: "signore, è ora."; "arrivo.", disse bellamorte, "addio amoruso." ed uscì dall'ufficio. amoruso rimase un po' in silenzio, poi schiacciò il tasto P- del telecomando, ma a quell'ora la troiona che stava guardando su un canale privato aveva ceduto il posto ad una televendita di miracle blade serie perfecta. amoruso spense la tv e si mise alla finestra a guardare il buio del giorno.

amoruso e le costole del vate.

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era giunto il buio ad annullare ogni ombra naturale, e innaturali s'allungavano quelle che prodotte dai lampioni andavano arrampicandosi sui muri dei palazzi, strisciavano sull'asphalto, inseguivano le poche auto di passaggio di quella notte di fine agosto. di tanto in tanto, non vista, un'ombra si muoveva per grattarsi il naso, per sgranchirsi una gamba o per flettere la schiena indolenzita dalla continuata immobilità. amoruso dormiva un sonno simile alla morte sognando incubi che parlavano di insetti e di misteriose presenze quando il campanello di casa venne schiacciato da una mano guantata trillando insopportabilmente. amoruso non aveva alcuna intenzione di aprire, a quell'ora: si girò sull'altro fianco sbuffando e si schiacciò il cuscino sulla testa ad attutire il fracasso del campanello che ad un certo punto finalmente smise di suonare per lasciare il posto ad una granucola di colpetti, un bussare insistente e martellante. amoruso si girava nel letto come una fettina panata sulla padella evitando ostinatamente di prendere atto della situazione, fino a che riprese il trillo del campanello e si alzò.

ascoltò lo splat splat dei suoi piedi fino alla porta e dovette averlo udito anche il visitatore che, finalmente, sospese la sua mengeliana tortura. tra tre secondi scarico un caricatore contro la porta. uno... due... disse perentoriamente amoruso. non spari, ho qualcosa per lei: lavoro., disse una voce femminile quanto anziana attraverso il tamburato dell'uscio. la parola lavoro era irresistibile in quel periodo di magra ed amoruso aprì la porta per vedere un'anziana signora fissarlo negli occhi, poi guardare all'altezza della sua vita in un dilatarsi di pupille e dopo un istante tornare a guardarlo in viso. solo allora realizzò d'essere nudo.

mi dica, chiese amoruso alla vecchia dopo averla fatta accomodare, essersi vestito alla meno peggio ed accomodato a sua volta. ho qui questo pacchetto per lei, rispose la cadente ma dignitosissima signora, che aggiunse: deve portarlo al vittoriale, le darò cento euro. amoruso prese il pacchetto e lo aprì rimanendo a bocca aperta. la signora sorrise: sono le costole di d'annunzio, una preziosa reliquia per me. me