La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

amoruso e le costole del vate.

era giunto il buio ad annullare ogni ombra naturale, e innaturali s'allungavano quelle che prodotte dai lampioni andavano arrampicandosi sui muri dei palazzi, strisciavano sull'asphalto, inseguivano le poche auto di passaggio di quella notte di fine agosto. di tanto in tanto, non vista, un'ombra si muoveva per grattarsi il naso, per sgranchirsi una gamba o per flettere la schiena indolenzita dalla continuata immobilità. amoruso dormiva un sonno simile alla morte sognando incubi che parlavano di insetti e di misteriose presenze quando il campanello di casa venne schiacciato da una mano guantata trillando insopportabilmente. amoruso non aveva alcuna intenzione di aprire, a quell'ora: si girò sull'altro fianco sbuffando e si schiacciò il cuscino sulla testa ad attutire il fracasso del campanello che ad un certo punto finalmente smise di suonare per lasciare il posto ad una granucola di colpetti, un bussare insistente e martellante. amoruso si girava nel letto come una fettina panata sulla padella evitando ostinatamente di prendere atto della situazione, fino a che riprese il trillo del campanello e si alzò.

ascoltò lo splat splat dei suoi piedi fino alla porta e dovette averlo udito anche il visitatore che, finalmente, sospese la sua mengeliana tortura. tra tre secondi scarico un caricatore contro la porta. uno... due... disse perentoriamente amoruso. non spari, ho qualcosa per lei: lavoro., disse una voce femminile quanto anziana attraverso il tamburato dell'uscio. la parola lavoro era irresistibile in quel periodo di magra ed amoruso aprì la porta per vedere un'anziana signora fissarlo negli occhi, poi guardare all'altezza della sua vita in un dilatarsi di pupille e dopo un istante tornare a guardarlo in viso. solo allora realizzò d'essere nudo.

mi dica, chiese amoruso alla vecchia dopo averla fatta accomodare, essersi vestito alla meno peggio ed accomodato a sua volta. ho qui questo pacchetto per lei, rispose la cadente ma dignitosissima signora, che aggiunse: deve portarlo al vittoriale, le darò cento euro. amoruso prese il pacchetto e lo aprì rimanendo a bocca aperta. la signora sorrise: sono le costole di d'annunzio, una preziosa reliquia per me. me le donò dopo una notte di passione ed adesso che sento di essere prossima a lasciare questa terra desidero che vengano conservate al vittoriale. ce le porterà? è importantissimo per me. la razionalità di amoruso disse di no, ma il suo costante bisogno di denaro le diede un pugno sul naso e la bocca, di concerto con la lingua, disse di sì. la vecchia sembrava soddisfatta, sganciò un biglietto da cento nuovo di bancomat seguito da un altro sul palmo di amoruso che non aveva accennato a chiudersi, quindi se ne andò accomiatandosi con un mi raccomando! e lasciandogli un biglietto da visita: contessa muti.

amoruso se ne stette un po' di tempo con le ossa in mano e gli angoli della bocca piegati all'ingiù. annusò le ossa: non puzzavano come temeva, anzi, la vecchia doveva lustrarle e profumarle ogni giorno. il profumo era di rose e amoruso pensò all'inzizio del piacere, quindi scrollò il capo, e cercò di immaginare un posto dove conservare la reliquia. in casa no di certo che portano sfiga. disse tra sè, e le appoggiò sul davanzale della finestra . si riaddormentò in breve tempo e riprese i suoi incubi nel punto in cui era stato costretto a lasciarli. un rumor di croste lo svegliò che era giorno fatto. sulla faccia la bocca si stirò in un sorriso al ricordo della vecchia e soprattutto dei duecento zecchini, mentre il rumore, quasi un franger di biade, si portò sempre più acceleratamente al centro dei suoi pensieri. voltò di scatto il capo per vedere l'ultimo pezzetto di costola divorato da ugo, il cane dei vicini, che con le anteriori appoggiate al davanzale faceva colazione con una espressione compiaciuta.

con la morte nel cuore qualche ora dopo amoruso, col suo vestito migliore indosso e un mazzo di margherite per il quale aveva speso i duecento euro ricevuti, o meglio quel che rimaneva di essi dopo detratto l'importo di un conticino in sospeso col pusher che ristava incagliato da troppo tempo, suonò al campanello di villa muti. chiesto ad un maggiordomo sosia di boris karloff di poter vedere la contessa, questi rimase dapprima irrigidito, quindi proruppe in un pianto dirotto andando a nascondere il faccione nel cavo della spalla di amoruso: la contessa è morta stanotte! gemette. amoruso, impassibile, attese che il maggiordomo smettesse di piangere la vecchia con una partecipazione forse maggiore di quella mostrata a suo tempo da gilgamesh nel compiangere enkidu, quindi consegnò i fiori al maggiordomo, gli disse di farsi forza e tornò a casa a terminare la centrifuga alla lavatrice nella quale ugo stava espiando la sua colpa.

amoruso e la macchina del tempo.

a quell'ora sarebbero apparse le prime luci dell'alba, non fosse che la cappa di smog e fuligine, che avvolgeva la terra a causa del dissennato sviluppo industriale asiatico e africano e dei disastri ecologici conseguenti, oscurava completamente il sole da ormai più di un anno. tutto si era svolto così rapidamente che amoruso, già di suo poco reattivo, stava cominciando ad incazzarsi solo da qualche settimana. il camion della nettezza urbana, svuotando la campana dedicata alla raccolta differenziata del vetro situata proprio sotto casa sua, fece il solito rumore di cielo infranto: in quel momento bussarono alla porta. "avanti.", disse amoruso alla sagoma scura proiettata dalla luce del pianerottolo sulla porta a vetri con la scritta "inoizagitsevni osuroma" un istante prima di rendersi conto che quella silohuette era l'ultima che avrebbe voluto vedere. un istante dopo la porta si apriva ed il professor bellamorte entrava nell'ufficio. "buongiorno amoruso", disse bellamorte mentre senza guardarlo carrellava con lo sguardo sullo sporco, i vassoi di pizza a portar via, le cicche, le bottigliette vuote di corona, le bottiglie di white horse, insomma tutta la rumenta che si era accumulata da quando la donna delle pulizie trovando amoruso riverso sul pavimento, il mattino di un mese prima, s'era presa un tale spavento da non voler più saperne di lavorare da lui. lo sguardo di bellamorte si posò sul televisore acceso a volume bassissimo: "che guardi?".

"è una partita di bandiera.", rispose amoruso che nel frattempo, a parte gli occhi non s'era spostato di un millimetro: seduto con i piedi poggiati sulla scivania . "bandiera?" chiese bellamorte, "scusami ma negli ultimi anni sono stato un po' preso: cos'è?". "hai presente gli alfieri delle battaglie rinascimentali? quelli che per non farsi catturare la bandiera dal nemico anche se circondati la sapevano lancare ai loro colleghi a lunghe distanze mentre questi ultimi sapevano recuperarla al volo? ecco, metti questo ed il calcio fiorentino assieme ed hai il gioco della bandiera.". "sembra cruento...", disse bellamorte ammiccando alla scena che la tv riproponeva al rallentatore: un giocatore in maglia rossa atterrato da una linea di giocatori in maglia verde che avanzavano proteggendone un altro che portava una bandiera sulla quale spiccavano tre topi verdi in campo nero. "è peggio, di solito non lo guardo, ma i sorci verdi sono la mia squadra preferita." disse amoruso. il risultato in sovraimpressione dava i sorci vincenti per tre a uno. bellamorte socchiuse gli occhi e mormorò qualcosa: una litania o una formula: una preghiera.

il professor bellamorte con il bastone animato che sempre lo accompagnava ripulì alla meglio il pianale di una delle due poltroncine di fronte ad amoruso e si accomodò tra i sinistri scricchiolii della sua gamba artificiale. "sono venuto a salutarti... no, dai, sono venuto a godermi la trua faccia quando ti avrò detto quello che sono venuto a dirti.". "e allora comincia, no?", chiese amoruso mettendosi a sedere composto con un sorrisetto divertito che gli tracimava dai baffi. "ho realizzato la macchina del tempo, mio odiato amoruso. l'ho realizzata e non solo: l'ho usata. ho viaggiato per il tempo in, perdona la battuta, lungo e largo.". amoruso rimase col sorrisetto sulla faccia, ma le sue mani cercarono un bicchiere con del uischi dal quale tolsero una cicca in ammollo per poi accostarlo alle labbra: bevve e ruttò, senza motivo, solo per risultare sgradevole.

bellamorte sembrava sicuro di sé, si prese una pausa, poi continuò: "non solo, amoruso: ho anche portato in questo presente i peggiori figli di puttana della storia che ho raccattato in giro per il tempo: nel mio esercito c'è gengis khan, hitler, catilina, il generale custer, baldovino, attila, pasquale barra, kissinger solo per fare alcuni nomi: è un esercito di oltre centomila uomini accampato alle prte di roma. ed è solo l'inizio. amoruso, il mondo che conosci sta per finire. inizia una nuova era: la mia! harharharhar!". la risata rauca, che amoruso immaginava sortire da reiterate prove allo specchio, non s'era ancora spenta che già bellamorte aveva ripreso il discorso: "con un simile esercito prenderò presto il potere del mondo e mi incoronerò imperatore della terra. sono anni che ci combattiamo, amoruso ed io sono un uomo solo. ho solo te, un nemico, per potermi sfogare, per dire a qualcuno quale sia il mio genio.".

amoruso aveva ascoltato il suo mal di stomaco e bellamorte, e quando questi ebbe finito gli rispose: "vedi bellamorte, tu sei un uomo solo ed anche io, però c'è una differenza tra di noi: mentre io rivolgo contro me stesso le mie insofferenze tu ne cerchi vendetta nella lotta all'umanità. cosa peraltro condivisibile, non fosse che t'ha fatto diventare matto. matto a tal punto da dimenticare alcune semplici leggi: nulla si crea e nulla si distrugge: come potresti aver portato in questo presente gengis khan togliendolo dal suo presente? da dove viene la sua carne di ora? dove è sparita la sua carne di allora? nulla si crea e nulla di distrugge *solo* nell'istante tizero? non direi no? e quando quella carne viaggiasse da un punto all'altro del tempo, dove sarebbe? in un'altra realtà? mi sembra poco probabile, sarebbe come dire che non esiste nulla ed esiste tutto. sarebbe come accettare l'esistenza di un creatore e di un distruttore e di dimensioni parallele. dovresti essere dio, caro bellamorte, e se pensi di essere dio, per chiudere il cerchio, sei matto. e siccome in realtà sei matto, ti sei inventato tutto: hai una allucinazione. se vuoi ho l'indirizzo di un buon psichiatra.".

bellamorte si guardava i piedi scrollando il capo: "vedi amoruso, tu sei una persona intelligente. ma manchi di fede. mi deludi sempre. e adesso è ora. è ora che io vada.". poggiandosi prima sulla gamba sana e poi sulla protesi bellamorte si risollevò. nel tempo che ci mise, e non fu poco, amoruso guardò al risultato della partita in trasmissione: "ma merda! in tre minuti sono tre a cinque, cazzo!". i sorci verdi stavano perdendo oltre l'immaginabile. in meno di due minuti avevano subito quattro bandiere. bellamorte, finalmente in piedi, ghignò e, dandogli le spalle rivolto verso la porta aggiunse: "amoruso, uomo di poca fede, il viaggio nel tempo è viaggio dello spirito o non è.".

in quel momento bussarono alla porta. amoruso disse avanti ed il frate savonarola, sporgendosi nello specchio della porta disse a bellamorte: "signore, è ora."; "arrivo.", disse bellamorte, "addio amoruso." ed uscì dall'ufficio. amoruso rimase un po' in silenzio, poi schiacciò il tasto P- del telecomando, ma a quell'ora la troiona che stava guardando su un canale privato aveva ceduto il posto ad una televendita di miracle blade serie perfecta. amoruso spense la tv e si mise alla finestra a guardare il buio del giorno.

amoruso black monday.

gli omini e le donnine del sogno s'affannavano nel tentativo di trattenere con le loro suppliche amoruso: "nooo, non te ne andareee, resta con noi! aiutaci! hai visto quanto è bella la principessa e quanto malvagio sia il male che ci minaccia!". "ragazzi lo so, ma non è colpa mia, è che voi vi mettete a cantare la canzone e...", cercò di spiegare amoruso allontanandosi verso l'uscita del tunnel, sollevando ad ogni passo dieci omini del sogno aggrappati come disperati ai suoi calzoni. "noooo, nooo, non la cantiamo! resta! non te ne andare.", gli omini piangevano e si strappavano capelli e peli della barba, le donnine disperate coi figlioli in braccio gridavano: "resta... resta! per pietà!". poi ad un certo punto, tutto il piccolo popolo del sogno s'immobilizzò e attaccò col canto di due sole note: "tu ttù tu ttù tu ttù". amoruso aprì un occhio, poi l'altro e mise a fuoco: le sette e cinquantanove. schiacciò lo snooze biscicandosi: "scinque minuti ancora". dieci minuti dopo amoruso versava, in totale confusione mentale, il caffè sulle bustine di thè precedentemente predisposte nella tazza. è che aveva cambiato idea e non s'era avvertito. gettò tutto nel lavandino. accese la radio e cominciò ad ascoltare il giudice d'ambrosio massaggiandosi il ginocchio, era caduto scendendo le scale poco prima. considerò che era fallito ogni tentativo di conquista del potere da parte del popolo. i movimenti prima, il terrorismo poi, l'entrismo [extrema ratio regis]: niente. continuò ad ascoltare per un po', poi si svegliò per bene e s'incazzò sul serio. cambiò canale. un tizio lo informava che quel lunedì era chiamato, da qualche parte, il black monday e se ne tornò a letto dal piccolo popolo del sogno, per il quale, rispetto agli italiani, provava profonda stima.

amoruso ed il mundus subterraneus.

"buongiorno! posso intervistarla per il programma misteri per caso?", disse sorridendo siusy blady, "lei lo sa chi ha scoperto l'america?". amoruso sobbalzò nel momento in cui il microfono della viaggiatrice per caso gli sfiorò le vibrisse. "chi ha scoperto che?". "l'america!", ribadì con entusiasmo romagnolo la siusy; "colombo?", azzardò amoruso muovendosi nel tentativo di rendere la vita difficile all'operatore che stava riprendendolo. "ma no!", affermò trionfante la blady come se si aspettasse una risposta simile, e rilanciò: "lei lo sa che l'america compare in carte geografiche precedenti a colombo? la carta di vinland, ad esempio!". amoruso rimase interdetto, tolse gli occhiali da sole pieghevoli pensando al fatto che bisognasse stringerne le viti. "senta signora blady, a parte che lei dal vivo sembra molto più magra e che lupo solitario era bellissimo", la voce di amoruso era atona, bassa, sconfortata: "ma adesso non verrà a dirmi che sta facendo un programma sulla cartografia del mistero? no, dico: mo' mi tira fuori il mundus subterraneus di attanasio kircher? senta, gliela dico io come è andata, ce l'ha un minuto anzi due?". adesso era la blady a sembrare basita, l'unica cosa che riuscì a dire, mentre amoruso la faceva accomodare su una panchina vicina, fu: "più *magra*?".

"lei conosce la geografia della terra, no? come tutti noi oggi, in questa epoca di satelliti l'abbiamo presente. ecco, la invito a pensare a quante superfici terrestri potrebbero essere contenute al suo interno, ecco, guardì, anche a non volersi troppo avvicinare al nucleo sono superfici di dimensioni impressionanti. se vuole le do' il cellulare di un amico di pisa: se glielo chiede le fa il calcolo. comunque, ripeto: sono vastità impressionanti. ecco, queste vastità erano e, forse sono ancora, abitate da una razza molto più antica della nostra che da essa deriva. lei crede che gli uomini preistorici, che non significa scimmioni ma solo che vissero prima dell'inizio della storia come la conosciamo, cercassero riparo nelle caverne? sbagliato, ne stavano timidamente cominciando ad uscire. sa che il sapiens arrivò come una tempesta a sconvolgere gli equilibri dei neandethal e di chi sa quali altre specie di ominidi? lei crede che veniamo dalle stelle magari? sbagliato, o meglio non del tutto esatto. veniamo dalla terra. querllo che è in alto è in basso, dicevano alludendo antichi saggi.", amoruso si diede una aggiustatina al pacco rapida e disinvolta, accompagnata da un colpetto di tosse ed uno scaracchio.

"partiamo dall'inizio", riprese amoruso, "una astronave aliena di forma sferica e dimensioni pressochè simili a quelle della terra attuale viaggia con l'equipaggio, migliaia di individui, in stato di ibernazione. qualcosa va storto e gli atronauti continuano a dormire mentre l'astronave si ferma entrando nell'orbita del sole, e, per culo o per un qualche motivo non entra in collisione, o forse ci entra ed ha la meglio - sarà stata ben corrazzata - ed a furia di rimbalzi si ferma nell'orbita attuale. ad un certo punto gli atronauti si svegliano e vedono che grazie al calore dei motori nucleari dell'astronave, rimasti accesi al minimo, sui detriti che si sono attaccati alla stessa collisione dopo collisione si è andata formando una atmosfera e si sono sviluppate forme di vita. un po' come i denti di cane sulla chiglia delle barche, le cozze che si attaccano alle murate al pelo dell'acqua. lei va a vela, no? avrà presente. quella che conosciamo come crosta terrestre è uno spazio minimo rispetto a tutti i ponti dell'astronave che compongono il volume sottostante.", amoruso guardò passare una ragazza bassina, con le occhiaie ed i capelli corti, e scrollò il capo.

"fino a quì ci siamo? bene, adesso i naufraghi hanno bisogno di uscire dall'astronave per un qualche motivo. pulire le sonde, riparare qualcosa. chissà. per uscire dall'astronave e sopravvivere in quell'atmosfera modificano geneticamente alcuni di essi. questi escono dall'astronave e si mettono a cercare di capire che cazzo sia successo e risolvere il problema. cominciano ad uscire dai meandri della terra e vari equipaggi di esploratori. ma le cose non vanno bene subito, alcuni di quelli che sono usciti sono instabili, impazziscono, perdono la coscienza di chi sono e diventano altro. neanderthal? boh. chissà quante prove hanno fatto. fatto sta che ad un certo punto ottengono il modello che funziona. lei dice, ma una tuta spaziale non ce l'avevano a bordo? le dico, se lei possedesse tecnologiee conoscenze in grado di fornirle a piacere le branchie, andrebbe sotto con la muta e le bombole? comunque sia escono. credo che a questo punto siano ragionevolmente simili a noi. a Sua immagine e somiglianza, hehehe. fanno una cartografia e cercano di rimapparla sull'astronave. alcune antiche carte neanche rappresentano la terra, ma schemi di circuiti, impianti, dia un'occhiata, controlli, siusy. tracce di queste antiche esplorazioni rimangono a tutt'ora: dollmen; menhir; la stessa hanging rock: sonoi riferimenti geografici, tipo le pietre confinarie dell'attuale catasto. e si incontrano con la progenie dei loro primi esperimenti che ormai numerosa popola la terra. alcune pitture rupestri ci portano testimonianza degli incontri avvenuti, ma anche negli antichi racconti di uomini bianchi dai capelli rossi, nei sacrifici delle popolazioni precolombiane di uomini bianchi, ma sopratutto nel mito di atlantide, nel mitico regno di mu. le figure sul terreno, quasi segnali ai trasvolatori, che appaiono in una piana sudamericana. mi segue?". "insomma...", balbetto la blady.

"poi che successe?", si chiese dandosi una risposta amoruso:"successe quello che quei signori mai si sarebbero atteso, accadde che mentre numerosissimi di essi erano sulla superficie dell'astronave per i compiti loro assegnati navigando per mare e per cielo con le loro formidabili carte della terra, orientate su un segnale magnetico, un meteorite di enormi dimensioni colpì la terra, o l'astronave se preferisce, modificandone l'asse e pertanto mandando a mignotte la chiave di lettura di quelle carte: l'orientamento in base al magnetismo: era cambiato il nord. quei disgraziati che erano rimasti fuori e lontani dal terribile impatto non riuscivano a capacitarsi del fatto di non capirci più nulla, e quelli che sopravvissero al tremendo diluvio, come i primi non riuscivano a ritrovare il buco per tornare sotto. non ci riuscivano perchè leggevano le carte esatte ma con occhi sbagliati. erano disperati temendo che l'astronave potesse tornare a posto e ripartire senza di loro, ed anche dalla prospettiva di dover convivere con quella razza geneticamente errata che con essi divideva il pianeta.", amoruso chiese alla blady se avesse un cannino, al diniego di questa fece gli occhi sorpresi e s'accese una macedonia senza filtro.

"fatto sta che questi poveracci non riuscivano a rassegnarsi all'idea di rimanere in quel mondo barbaro, gli uomini di allora erano davvero selvaggi, e si misero a darsi da fare per tornare sotto, a casa, nell'eden, nel paradiso perduto ed al sicuro da una ripresa del viaggio da parte dell'astronave con conseguente perdita di tutta l'immondizia che c'era sopra, quella che noi chiamiamo superficie terrestre. prima di tutto dovevano incontrarsi e ci volle un lungo tempo e la cosa venne resa più difficile per il fatto che poche donne seguissero gli uomini in superficie e pertanto era stato necessario accoppiarsi con donne del mondo esterno, che sfumarono le caratteristiche razziali prime degli uomini di sotto, in misura maggiore che non per i soli motivi di variazione genetica e li costrinse a dover fissare le proprie conoscenze su supporti scritti per tema di perdere con i successivi incroci, le proprie caratteristiche: anche se non avessero più avuto certe facoltà avrebbero comunque avuto memoria di averle avute, ed in qualche caso venivano formalizzate procedure mentali finalizzate ad un qualcosa che a loro in quel momento riuscivano del tutto istintive. abracadabra, hahahahaha!", anmoruso accompagnò l'ultima parola ad uno sguardo spiritato.

"come riconoscersi, allora, visto che si somigliava sempre più agli esterni? ci si doveva riconoscere con dei segni, con allusioni. la sfinge, le mura ciclopiche, i giardini pensili, la torre di babele altro non erano che allusioni: un dire io sono io, tu sei tu? una volta ritrovatisi, poi, bisognava andare d'accordo. molte guerre dell'antichità nacquero dai disaccordi di questi uomini. alessandro invase il regno di dario per cercare di sottrargli le sue preziose biblioteche nella speranza contenessero indizi, segni, che l'altro non era riuscito a decodificare o comprendere.", amoruso accese col mozzicone di macedonia una n80.

"poi accadde ancora che le carte degli antichi eploratori provenienti dalle viscere della terra, nei secoli, vennero in parte conservate ed in parte smarrite. e allora questi uomini ritrovatisi ed organizzatisi cominciarono a cercare le carte. vennero creati imperi, come quello persiano, quello romano, retti dai discendenti degli orfani di agartha, così si chiamava la loro astronave, finalizzati solo a riconoscersi, come ho già detto, ricollegarsi tra loro, mettere a comune le conoscenze. servivano infatti imperi per disporre di flotte per la ricerca, di fama per dare notizia di sé ai compagni, la testa di re ed imperatori sulle monete non nasce per caso, di eserciti per esplorare la terra. lei sa che i romani di lucullo giunsero fino alla cina?". amoruso spense l'n80 con la suola della scarpa. si cercò in tasca e sorrise: "ce l'ho io un cannino!", e si mise a rollarlo con due cartine ad "elle" continuando a parlare.

"dove era finito l'ingresso o gli ingressi? chi lo sa, forse s'era richiuso? ma loro cercavano. le carte. sopratutto dagli ebrei. l'allusione del diluvio, nella bibbia, è tra quelle che più vi si diffondono in descrizioni, rispetto a quelle circa il diluvio di altri popoli. sembrava chiaro ne dovessero sapere, magari nel loro errare per il deserto in cerca di una patria avevano ritrovarto antichi rotoli, chi lo sa. o forse erano il gruppo di un qualche dissidente? di qualcuno che voleva serbare il segreto e non tornare più giù essendo sulla superficie un dio che dava comandamenti e sotto di essa magari solo un numero? gli esclusi da agartha capivano che dovevano cercare 'ste carte, ricominciare da quelle e capirci qualcosa. per capirci qualcosa usarono le abazie ed i monasteri e le loro biblioteche piene di studiosissimi monaci che lavoravano a tempo pieno. poi, e guarda caso dopo le crociate e le conversioni coatte degli ebrei comincia l'epoca delle grandi esplorazioni per mare e delle grandi scoperte astronomiche. faccio salti di decine, a volte centinaia di anni, ma mi consenta di farla breve. per cominciare rendono noto, dopo aver resistito per secoli, il fatto che la terra abbia un volume. poi che giri su se stessa e attorno al sole. sarebbe scomodo celare un segreto tale e dare nel contempo dritte agli scienziati di superficie che utilizzano, sfruttano, per le ricerche. e arrivarono a comprendere cosa avesse fatto il meteorite. evidentemente gli ebrei qualcosa avevano. ed evidentemente erano le carte che portarono alla scoperta dell'america. e se le carte, corrette, funzionavano comprenderai come la fiducia nel ritrovamento delle porte di agartha fosse allora alle stelle, hahaha! le stelle, astronave, hahaha!", amoruso accese lo spinello. la blady pensò che forse s'era sbagliato e s'era rollato un pezzo di plastica, a giudicare dall'odore che sentiva, ma amoruso fumava di gusto: tre boccate, inspirare, espirare.

"ma un conto erano le carte della superficie, un conto quella che guidava al rientro. quella non c'era: non era quella dell'america, dell'oceania. non s'era trovato l'ingresso di agartha alle sorgenti del nilo, né dove la cercò pizarro. marco polo non l'aveva trovata, i portoghesi, che disponevano di una buona parte di quelle carte donate loro a tomar, navigarono in lungo ed in largo senza venirne a capo.", la blady faceva fumo dalle orecchie, ogni parola di amoruso avrebbe potuto essere ampliata in una serie di collegamenti, che sembravano davvero spiegare la storia dell'umanità come la storia della conoscenza, della produzione, della ricerca finalizzate solo a ricongiungere ad agartha coloro che ne rimasero fuori durante il diluvio. amoruso fumava e parlava ad occhi chiusi, come se li muovesse su una parete in cui fossero disegnati fatti e collegamenti tra essi come in un grandissimo diagramma. quella parete amoruso l'aveva vista davvero e ne aveva memoria: era nella casa di lisbona del professor bellamorte, sua nemesi e principale nemico.

"la delusione fu grandissima, quando all'inizio del novecento non s'era riusciti a venirne a capo. si cercò attorno a quegli anni anche nell'artide e nell'antartide: niente. fu grande lo scoramento della discendenza degli antichi uomini sotterranei. sì, certo, insegnarono agli uomini a volare pensando che la geografia fosse troppo mutata e che occorresse sorvolare per avere cartine visuali, ma anche da esse poco e niente. poi arrivarono hitler e stalin ricominciarono a cercare dagli ebrei, dopo la lunga pausa che la storia aveva accordato a quel popolo. pur massacrandone una buona parte non si riuscì ad avere la carta, ma gli cavarono fuori che negli antichi meccanismi della cabala c'era un cifrario, compresero che l'ingresso di agartha non era un segno su una carta, ma delle coordinate geografiche. il nome di dio erano delle coordinate. nel frattempo in america, con la collaborazione di numerosi scienziati di origine ebraica, venne sviluppato un esplosivo capace di riaprire, una volta trovatolo, l'ingresso. lo stesso potenziale distruttivo dell'arca dell'alleanza. era nata l'arma atomica, più in realtà gli antichi rabbini avevano scopiazzato e male degli antichi appunti, forse di un motorista dell'astronave, che i moderni ebrei avevano trasformato in ordigno nucleare. il gruppo ebraico era quello che meglio aveva conservato gli antichi appunti, carte, cifrari. i sotterranei, non quelli di kerouac, eh", disse ghignando amoruso. " finirono la guerra e passarono ad utilizzare quanto avevano appreso nei campi di concentramento da rabbini ignavi della vera valenza dei segreti di cui erano depositari. vennero sviluppati computer sofisticatissimi per permutare il permutabile: ogni scritto vi venne sottoposto senza risultato. e siamo ai giorni nostri, dove la principale novità è costituita dal fatto che gli è venuto il dubbio che altri pianeti possano in realtà essere altre astronavi, e li provano ad esplorare.". amoruso scappellò la miccia fumata a metà con una schicchera e ripose il mozzicone. "ah. quindi finisce quì?", chiese la siusy.

"no,", amoruso sorrise: "ai giorni nostri hanno anche capito che l'ingresso non lo ritroveranno mai più, che il tempo li ha fregati confondendo i ricordi ed i documenti e sono così incazzati che hanno deciso di farli uscire di fuori. che se non trovano l'ingresso per entrare faranno uscirer quelli che sono sotto. e gli tocca pure sbrigarsi". siusy sgranò gli occhi: "e come fanno a farli uscire?". "beh, disse amoruso, scaldando il pianeta: prima che ci si cuocia il cervello a noi di fuori, avranno pensato, quelli di sotto faranno la schiuma e apriranno il portello. e via con le industrie e l'era del petrolio e degli esperimenti atomici.". "e perchè si debbono sbrigare?", chiese la blady. "mah, ha sentito dello tsunami in oriente, no? ecco, direi che quelli di sotto stanno cominciando a scaldare i motori.".

la blady era ammutolita. solo dopo un po' trovò il coraggio di chiedere ad amuruso: "ma lei 'ste cose come le sa?". "intuito, ora mi scusi ma purtroppo lei sa troppo, mi tocca sparaflesciarla.". la blady s'aprì in un sorriso: "come in man in black?". amoruso si alzò dalla panchina e le diede le spalle: "più o meno.", disse, prima di emetterle un prooot sommesso, quasi baritonale, in piena faccia. poi andò a far colazione in pasticceria: gli era venuta una fame cosmica.

amoruso e zanna gialla.

amoruso non resistette alla tentazione: vista la caldarrostaia si perse prima in una serie di citazioni a mente da montale su angeli neri ospitati nel suo scialle, quindi s'avvicinò per comprare un cartoccetto. faceva freddo e l'asphalto cittadino era bagnato da una pioggerellina sottile. la gente s'affannava da una boutique all'altra a caccia di saldi su prezzi aumentati ad hoc. amoruso si fece spazio tra gli acquirenti dei fumanti cartocci e alla domanda della caldarrostaia rispose: "io? castagnetta grazie.". mentre diceva questo ad un vicino s'illuminò il volto e prese a fissarlo. era un barbone, forse peruviano, avvolto in una coperta. mentre amoruso si rimetteva a passeggiare sgranocchiando le caldarroste s'avvide del fatto che lo strano tipo lo stesse seguendo. allungò il passo e prese al volo il bus, era convinto di averlo seminato quando, inserendo la chiave nella serratura dell'ufficio se lo trovò di nuovo alle spalle.

"te scusa me. io dovere te parlare.", disse il tipo. amoruso ritenette preferibile farlo entrare per toglierselo dalle palle all'evitarlo per ritrovarselo ancora tra i coglioni in seguito. lo fece accomodare ed invitatolo a sedersi si stupì nel vederlo accosciarsi sul tappeto a gambe incrociate. "dica, come si chiama, per cominciare?", disse amoruso allo strano tipo, mentre si sistemava tra uno scrocchiar d'ossa, davanti a lui nella medesima postura . "io zanna gialla, grande capo indiano!". era indiano. minchia. un pellerossa. a guardarlo bene, in effetti, c'era tutto. l'indiano tirò fuori un caloumet e prese a caricarlo cerimoniosamente. "allora, mi dica, cosa posso fare per lei?". l'indiano prese a spiegare:

"io, zanna gialla, grande capo indiano, racconto: c'era un tempo in cui la mia tribù viveva nelle grandi praterie in armonia col cervo ed il bisonte. i fanciulli cavalcavano e grandi mandrie di mustang brucavano l'erba blu. fumavamo in pace il caloumet, ma venne il grande padre bianco col suo uomo della medicina. speravo portasse coperte e sacchi di farina per l'inverno ma invece il grande padre bianco disse che i nostri bambini non dovevano più mangiare il pemmican. che il pemmican era porciume, seccato con le mosche sopra. il grande padre bianco disse che "la merenda non si fa più così", e ci diede le sue sane merende. i fanciulli presero a mangiarne e si cagarono l'anima. ma il grande padre bianco non volle sentir ragioni! meglio la diarrea mangiando civilmente che un cagar sano derivante da cibi immondi. a nulla valse spiegare che erano secoli che gli indiani della prateria crescevano sani e forti. il grande padre bianco disse, ed era inconfutabile, che i fanciulli che mangiavano pemmican morivano tutti. per evitare questo ci ritirammo ad ovest a fumare il caloumet in nuovi spazi.", una nuvola azzurrina circondava l'indiano uscendo dal caluomet.

"giunse più ad ovest il grande padre bianco col suo uomo medicina e speravo portasse sacchi di farina e coperte per l'inverno ma egli disse che basta cavalcare senza cap, ci si fa male, è da incivili. io chiesi cosa fosse un cap, ed egli facendo una faccia disgustata disse: "selvaggi!". il cap era un orrendo cappelletto di velluto nero sotto al quale non si potevano portare penne d'aquila e si rimaneva pelati. hai mai visto un indiano pelato?". amoruso lo guardava con gli angoli della bocca all'ingiù: "no, mai visto.". "infatti", riprese l'indiano, "non accettammo e ci spostammo più ad ovest a fumare il caloumet.". "ah, ecco!", disse amoruso. la stanza era piena di fumo, amoruso pensò fosse scortese farlo fumare da solo ed accese un cylum che ebbe un cenno d'approvazione da parte dell'indiano.

"ma il grande padre bianco venne anche più ad ovest e mentre speravo avesse portato coperte e sacchi di farina disse che mangiavamo troppo. che ingrassavamo e che ciò era male. io non credevo fosse male, i nostri avi avevano fatto la fame per troppo tempo e adesso che finalmente c'eravamo rimediati un po' di mais per tutti avremmo dovuto lasciarlo marcire? il grande padre bianco disse che non gli importava, che avrebbe fatto di noi gente civile: 70 grammi di mais al giorno ed il restò se lo portò via. mano a cazzuola, un grande guerriero e ottimo muratore per un po' mangiò come da regola del padre bianco, poi schiattò. noi spostammo ad ovest il fumo dei nostri caloumet.". "go west!" confermò d'aver capito amoruso, mentre caricava un altro cylum a fronte dell'ennesima ricarica del caloumet da parte dell'indiano.

"ma il padre bianco giunse anche lì ed io, ingenuo, pensai che finalmente avesse capito e avesse portato coperte e sacchi di farina: no: disse che il fumo del caloumet fa malissimo ed è da incivili e volle che non fumassimo più nelle capanne ed anche nella prateria a meno di un chilometro da ogni forma di vita. ora, ora che ci toccò anche il sacro caloumet comprendemmo una grande verità: il grande padre bianco è un fissato del cazzo e ha sguarato la minchia. se ne frega delle coperte e dei sacchi di farina che ci servono e rompe i coglioni con le stronzate.". "sguarato si dice anche in lingua indiana?", chiese amoruso. "sì.", rispose zanna gialla soffiando una fumata che per un istante lo fece sparire agli occhi di amoruso.

"ho capito", disse amoruso alzandosi tra un crocchiar di giunture, "ma da me che vuoi?". l'indiano si avvicinò, l'alito gli puzzava di tabacco pestilenziale e il motivo del suo nome divenne chiaro quanto scuri erano i suoi denti: "tu grande uomo magia, io letto libro su te e su sciamano tuo maestro, tu fai magia nera a padre bianco e padre bianco muore!". "io? magia?", disse sgranando gli occhi amoruso. "scusa", disse il muso rosso, "tu castaneda, no? io sentito te dire 'io castaneda'". amoruso rimase fisso per un ora. l'indiano, tipo paziente non si scompose. fu solo sei ore dopo che un lampo percorse gli occhi del nativo americano che chiese: "io equivocato forse?". "tu equivocato.", disse amoruso.

il fu amoruso.

la capanna era piena di una nebbiolina dall'odore dolciastro. alla fioca luce del braciere posato sulla terra battuta in posizione centrale le figure umane mollemente distese a raggiera intorno ad esso, su stuoie di canne, fumavano da lunghe pipe. visto dal buco centrale del tetto di foglie di palma il contenuto della capanna ricordava il quadrante di un orologio. amoruso aspirò un lungo tiro. lo soffiò lentamente. poi vuotò la pipa e la caricò con una nuova pallina d'oppio. il tutto richiese almeno quaranta minuti, ma amoruso non sembrò mai annoiarsene o aver fretta. caricata la pipa l'accese e tornò a chiudere gli occhi.

spira con vento di scimmia la rabbia ventosa del dragone verde. gli occhi son di bragia, il cuor nerocarbone. lì, sotto lo sciamma della caldarrostaia. lì sorradendo i tetti con furia distruggitrice. uno squarcio nel cielo: l'angiol divin che suona la sua tromba. l'accende. se la fuma. il dragone viene sbriciolato da due polpastrelli e soffiato via da due labbra vermiglie appena dischiuse. si sta come foglie d'erba a maggio in riva all'aniene. zang. tumb. tumb. su', più su' sulla montagna fredda!


quando, allungando la mano, amoruso non sentì più la confortante presenza di palline nella sua ciotolina decise che era arrivata l'ora di alzarsi. uscì dalla capanna in mutande: gli avevano rubato tutto. a piedi nudi si avviò per un sentiero della jungla fino alla strada asphaltata. di lì ottenne un passaggio da un vecchietto su quella che una volta doveva essere un'ape car. venne lasciato davanti alla casa di ciun lai, un cuoco cinese che aveva conosciuto molti anni prima. il cinese uscì di casa con lo sguardo sgranato: "amoluso! amoluso! tu vivo! io glande gioia!". abbracciato amoruso il cinese lo portò dentro e gli raccontò dello tsunami che nei giorni del suo delirio aveva colpito la costa provocando centinaia di morti tra i turisti.

"uno tsunami?", disse amoruso. "sì, tsunami. tu molto foltunato!", fu la risposta del cinese. "centinaia di vittime?", continuò amoruso. "migliaia! folse milioni!", fu la replica del muso giallo. "io sono morto.", affermò amoruso. "no, tu no molto amoluso, tu vivo!", disse il cinese con la faccia di quello che non si fa coglionare. "no, io morto ciun lai. io morto. se dici a qualcuno che m'hai visto ti taglio l'uccello, lo affetto fino fino come la mortadella e te lo faccio mangiare.", amoruso queste ultime parole le disse a pochi millimetri dalla faccia del cinese, badando bene a sputazzare. "ah, celto! tu molto! molto molto! tlanquillo!", disse il cinese che finalmente sembrava avere capito.

amoruso si fece restituire il portafogli lasciato per prudenza al cinese, ne trasse cinquecento dollari, ne diede cinquanta al suo ospite e si raccomandò: "allora io mi vado a fare un altra settimana di chiusa. te fatti i cazzi tuoi. quando torno bisognerà che tu vada in italia che c'ho una assicurazione sulla vita che ci sistema a tutti e due. però mo' mi vado a riposare alla fumeria. nun fa' cazzate.". "no cazzate.", disse il cinese con gli occhi chiusi e le dita a mo' di scout. amoruso si grattò il culo, scaracchiò e mormorò tra sé e sé: "fosse la vorta bbona...", girò il culo e uscì, sperava che finalmente fosse a riveder le stelle.

blu sangue.

alle tre e quaranta del mattino amoruso si solleva a sedere sul letto, gli occhi chiusi. si alza, si mette in mezzo alla stanza, le spalle curve, allunga una mano verso un onirico visitatore, la stringe a vuoto scrollandola vigorosamente, quindi si mette a sedere al tavolo. si rialza, scosta la sedia di fronte a lui invitando l'immaginario interlocutore a sedere e si risiede. resta seduto, con la testa appoggiata al braccio per una mezz'oretta, quindi si rialza, ristringe la mano a vuoto e si rimette a letto mormorando: "...'shto shtronso.".

una giornata di sole non in grado di riscaldare l'aria, data l'ora presta, faceva da cornice alla villa dei baroni di sassorado. il volo imprevedibile di uccelli iperattivi sorradeva i vigneti che rivestivano le colline circostanti con una compattezza che neanche il muschio ambisce raggiungere. amoruso scese dall'auto e suonò il campanello. se c'è una cosa imbarazzante sono i campanelli che, al suonarli, non danno al sonatore alcun riscontro: amoruso tornò a pigiare dopo neanche dieci secondi. e ancora dieci secondi dopo.

lungo il vialetto che portava dalla villa alla cancellata, circondata da bloodhound fulvi in vena di festeggiamenti, scendeva a passi lunghi quella che l'abbigliamento sembrava indicare come la governante:

"si?".
"amoruso, sono atteso.".
"ah, è lei, si accomodi, scusi ma oggi ci trasferiamo e...".
"nema problema.".
"cosa?".
"no, niente, fa niente.".

la domestica fece accomodare amoruso nel salone dove venne raggiunto dalla baronessa e dalla figlia di questa. la baronessa era quanto di più simile ad un insetto stecco amoruso avesse mai avuto modo di vedere: magrissima e rugosissima, nonostante non dovesse avere più di cinquant'anni, nel suo tailleurino rosa di chanel. la figlia della baronessa, una dodicenne all'apparenza, teneva in mano il coniglio più grosso che amoruso avesse mai visto.

"mi scusi", disse la baronessa ad amoruso per poi rivolgersi alla figlia: "allora: tieni questo scatolone, serve per trasportare pippo, non vorrei che scappasse in giro per la bentley scagazzando". nel parlare aveva porto alla bamboccia uno scatolo dentro il quale il coniglio sarebbe entrato con i margini di tolleranza di un cadavere nella cassa da morto; mentre diceva "scagazzando", la baronessa fece una faccia schifata ammiccando ad amoruso, che nel frattempo fingeva un interesse morboso per la punta delle mecap che portava ai piedi.

la baronessa ed amoruso lasciarono la pupona nella sala per spostarsi nello studio. "...allora, amoruso, l'ho fatta chiamare per...", il telefono cominciò a squillare, "mi scusi ancora", disse strabuzzando gli occhi l'avvizzita dama, "pronto? si? un attimo...". con gli occhi atteggiati a preghiera la baronessa chiese: "amoruso, mi scusi davvero, è un urgenza potrebbe attendere di la per qualche istante?".

amoruso rientrò nella sala. giocherellò con i soprammobili radunati per essere imballati. lesse le targhe ancora appese al muro: cavalierati, priorati: roba da feudalesimo. gli occhi gli caddero sullo scatolo poggiato sul tavolo: "lì dentro soffoca,eh...", pensò. si avvicinò. prese un paio di forbici poggiate su un mucchio di carta da imballaggio. sollevò le forbici per fare dei buchi per l'aria allo scatolo e le abbassò repentinamente sul coperchio per forarlo. lo scatolo ebbe un sussulto che fece sgranare gli occhi ad amoruso e gli spinse all'ingiù gli angoli della bocca. "vaccatroia...", disse amoruso risollevando le forbici e pulendone la lama con l'interno della giacca di tweed guardandosi intorno circospettosamente. in quel momento la porta dello studio si riaprì e la baronessa riapparve, quasi come in un "evoca necrospettro" a magic.

"mi scusi eh...", disse la zombie ad un amoruso al quale tremavano le labbra. "...ehm... se-senta baronessa, m-mi scusi m-ma...", zagagliò amoruso rinculando verso la porta, "...m-ma devo proprio...". amoruso, appena sulla soglia, fece dietro front e cominciò una corsa a lunga falcata verso il cancello. dietro di lui si alzò dopo un istante la canizza dei bloodhound. amoruso tenne duro e li mantenne a distanza per tutto il viale, sollevando nella furiosa corsa un polverone come quello che si vide solo, un giorno, dalla fortezza bastiani. saltò il cancello come neanche il bubka dei tempi migliori. sputò un pezzo di polmone. si reinfilò in macchina e da quelle parti mai nessuno lo vide più.

amoruso ed il calzolaio.

amoruso aprì gli occhi ed urlò. un dolore mai provato prima saliva dalle sue gambe come se fossero immerse in olio bollente. nell'istintivo alzare gli occhi al cielo urlando s'accorse di avere i polsi legati ad un gancio, sopra la sua testa. riabbassando gli occhi per cercare l'origine dell'insopportabile sofferenza tornò a svenire: dalle sue gambe pendevano lembi di pelle a larghi rettangoli lasciando scoperto il derma in alcuni punti fino ai muscoli. un cagnolino dal pelo incrostrato di sangue rappreso si accaniva su un brandello di pelle tentando di strapparlo scrollando la testa.

due giorni prima amoruso aveva ricevuto una telefonata da parte del cav. bechelli, un ex dipendente sip che aveva fatto poi fortuna commercializzando carne di lama dal perù: "tenera, mai grassa: carni bechelli, ad uno sputo da casa tua!", seguiva la scena di un lama verde che sputava. bechelli lo aveva invitato nel suo studio, dove amoruso aveva prima appreso che la di lui cognata era stata una delle vittime del calzolaio e poi ricevuto una lettera di incarico per una indagine privata e diecimila euro. per qualche istante amoruso pensò si trattasse di soldi del monopoli: non aveva, a due anni dall'entrata in vigore dell'euro, mai visto un biglietto da cento o addirittura cinquecento.


riaprì gli occhi. urlò di nuovo. un uomo vestito di nero gli stava facendo una iniezione nel cavo del gomito. "questo ti calmerà il dolore. comunque la superfice scuoiata è molto vasta e si sta infettando. non dovresti averne per molto. e tu porta via quel cane...". amoruso sentì sapore d'amaro salirgli alla bocca, ed effettivamente il dolore cessò. era in una stanza buia, con dei faretti che puntavano sul suo corpo nudo appeso al soffitto con un gancio da macellaio al quale erano legati i polsi. l'uomo di fronte a lui indossava una dolcevita nera, pantaloni neri ed aveva mangiato, a giudicare dall'alito, bagna cauda. "uno che mangia bagna cauda non può essere una brava persona.", pensò amoruso. cercò di riepilogare, in quella sosspensione del dolore, gli ultimi accadimenti.

amoruso aveva pagato adelina marturano, mignotta barese trasferitasi nella capitale con una trousse piena di speranze ed una convocazione per le selezioni per il grande fratello e poi, più prosaicamente, passata a far pompini nelle piazzole del raccordo, l'aveva pagata per fare da esca al maniaco. per una settimana di fila adelina aveva passeggiato sotto i cavalcavia del raccordo, zona di caccia del folle omicida, mentre amoruso sorvegliava da lontano, in macchina, con un binocolo ad amplificazione di luce stellare comprato a via sannio da un sedicente ex generale dell'armata rossa.

"allora? va meglio?", disse alitandogli pestilenzialmente in faccia l'uomo in nero, che stando di spalle rispetto ai faretti aveva il viso in ombra. "bbocchinaro!", rispose amoruso in modo del tutto proditorio, dato che non riteneva di averlo mai conosciuto, almeno dal tono della voce, sebbene qualcosa... "amoruso, amoruso, sempre così poco urbano...". "falla finita. ammazzami e amen.", amoruso mentre rispondeva stava disperatamente cercando di ricordare quella voce da quale passato arrivasse, lottando contro il torpore dell'anestetico. "ammazzarti? hahaha con calma, amoruso, con calma. tu, ti ho detto di levarmi dalle palle quel cane!".

una sera, finalmente ma non troppo col senno del poi, amoruso vide una figura tra i cespugli che bordeggiavano il marciapiede sotto al cavalcavia. una figura vestita di nero. amoruso sentì di esserci, abbassò il vetro e gettò una miccetta seminuova fumata solo per nove decimi. "porcaputtana se non mi sbrigo l'ammazza...", pensò amosuso mentre vide l'uomo in nero [l'uomo nero?] sollevare sulla testa di adelina un tubo di piombo di una quarantina di centimetri. amoruso mise la mano alla chiave d'accensione dell'auto: in quel momento sentì un fruscio alla sua sinistra e subito, in un lampeggiare azzurrino, rimase immobilizzato dalla scarica di un pungolo elettrico per poi svenire.

amoruso lo aveva riconosciuto, non occorreva che, come stava facendo, si girasse a lasciarsi illuminare meglio il volto. era lui, bellamorte, sua nemesi, suo tormento. e, più volte, suo assassino. "bellamorte, li mortacci tuoi, una volta che avevo messo su' un lavoretto per un bel po' di grana...". la diabolica risata di bellamorte venne seguita da un urletto: "ha! i soldi, il denaro. come mi fate schifo voi, il vostro denaro, le vostre vite borghesi ed inutili... immagina come mi sono sentito io quando mi chiama un maniachello del sindacato di maggioranza dell'anonima criminale che, modestamente, presiedo, per dirmi che aveva alle calcagna niente meno che amoruso! quale migliore occasione per farti la pelle di nuovo...", disse "la pelle di nuovo" sottolineando il calambour con ammiccamenti degli occhi.

qualche giorno dopo il calzolaio aveva un set di mocassini nuovi, uno di essi, vezzosamente, sfoggiava un paio di baffi la' dove le college sfoggiano il loro famoso cent.

il seme del palmarancio.

non amava la stazione termini. troppi barboni con gli occhi acquosi. un malodore fatto di tante puzze sottili, distinguibili nel bouquet: fleurs du mal [de vivre]? amoruso, le mani sprofondate nelle tasche dell'impermeabile, guardava col naso all'insù l'interno del dinosauro di montuori, calini, castellazzi, fadigati, vitellozzi e pintonetto: una squadra di calcetto c'era voluta per progettare quella gobba. la più bella stazione d'europa, l'aveva definita smith nel "the new architecture of europe". amoruso considerò quanta pubblicità al cemento armato ci fosse, in quella definizione: "st'erba mena!", concluse in modo solo apparentemente incongruo.

un uomo con un piglio militare, forse un russo a giudicare dall'aspetto, s'avvicinò ad una donna vestita elegantemente. amoruso notò un tizio che li fotografava, dal marciapiede opposto al loro. non sembrarono accorgersene e si baciarono. in quel momento arrivò, a distrarlo, il trafelato il ragionier grillini dei vivai grillini. "amoruso! finalmente! ma che ci fa quì? è il binario sei, mi segua, presto!". grillini con il suo passo corto, era un ometto di un metro e cinquanta, ma veloce, aveva un metabolismo più accelerato di quello di un girino, gli fece strada dandogli le spalle. amoruso, dietro di lui, gli faceva le facce con grande divertimento di un bambino di passaggio per guardare il quale a momenti venne beccato dal grillini che voltandosi chiese: "non è che ha dimenticato il biglietto?". "eh? uh! naaa.".

amoruso prese in consegna il pacchetto dalle mani sudaticce del ragioniere: "allora amoruso, il seme del palmarancio è rarissimo. mi raccomando, non se lo faccia fregare, sa, ci sono collezionisti disposti a tutto pur di...". "non si preoccupi.", tagliò corto amoruso. salì sul treno, s'accomodò sulla poltrona e s'addormentò. sognò di fondare una fabbrica socialista in italia, la fabbrica di trattori ottobre rosso. sognò che il lavoro vi fosse organizzato come in una comune anni settanta, con i ricavi utilizzati per attività dopolavoristiche interne alla fabbrica: piscine; discoteche; serre tropicali. sognò che gli affari andavano benissimo e tutti erano felici e producevano trattori in numero elevatissimo a costi irrisori e con una qualità superiore a quella media della concorrenza, mentre l'internazionale capitalista si mangiava le mani. a quel punto il sogno divenne un incubo e bombardieri usa giunsero a bombardare dall'alto infilando rosari di aerobombe nelle ciminiere, mentre i martelli di the wall ne calpestavano le rovine. a quel punto qualcosa lo svegliò.

era arrivato alla stazione di firenze, dove doveva scendere. s'affrettò a raggiungere l'uscita ma mentre attraversava un crocchio di persone in mezzo al passaggio tra i sedili un agente della polfer lo fermò: "ma è scemo? non s'è accorto che...". amoruso vide riversi nei sedili quelli che doveveno essere i cadaveri del militare russo e della donna elegante visti a roma. i loro bagagli erano stati messi sottosopra. cercavano qualcosa. "ma...", disse amoruso, subito interrotto dall'agente: "non posso crederci, ammazzano due persone mentre il treno percorre un tunnel e nessuno se ne accorge. e vada a sciacquarsi gli occhi, morto di sonno!". amoruso incassò non tanto per remissività o per evitare grane: era semplicemente fisso con lo sguardo alle due salme. sul pavimento, davanti ai loro piedi, una bottiglia di porto. un porto color champagne. si girò ed uscì dall'altra parte del vagone.

la stazione di firenze per quanto non fosse victoria station era sicuramente un posto migliore che non termini. amoruso aprì il pacchetto che aveva in tasca, tirò fuori un seme grande come una castagna d'ippocastano, se lo mise davanti agli occhi tenendolo tra il pollice e l'indice della destra e disse: "palmarancio: porti sfiga.". poi lo gettò in un cestino ed andò a guardare sul tabellone a che ora fosse previsto il prossimo treno per roma.

più che altro l'incipit, ovvero: amoruso e le tasche naturali.

seguimi: un uovo sodo, sbucciato a metà e con un morso che ne lascia vedere quello che una volta era stato il rosso ma che ormai e un neroverde; cenere di sigaretta; una cicca spenta; un incarto di un cheese burger del mac donald's con dentro due fettine di cetriolo riconoscibili come tali solo dal ris di parma; un coltellino dalla punta annerita; smoking de luxe; un foglietto con scritti dei versi poi cancellati e una ulteriore scritta che dice "stronza", circondata da freccine; un pezzo di specchio rotto; un elenco telefonico del 1986; residui alimentari; una bottiglia di fernet vuota a metà e piena per niente; un telefono di bachelite bianca che squilla; amoruso che risponde. "amoruso.". la voce dall'altro capo del doppino telefonico suona metallica, monotona: "amoruso?". "che fa? ripete? amoruso l'ho già detto io.". "...senta, è il convento delle suore della buona carità, sono la madre superiora, suor clotilde, volevo chiederle se può passare da noi più tardi.". "...della buona? dov'è che siete?". amoruso s'era istintivamente raddrizzato sulla poltroncina. residui di timor panico nei confronti delle monache, iniziati nelle mense dell'asilo e protrattisi fino in quinta elementare tornarono a galla: non si supera nulla, nella vita, lo si seppellisce e poi, ogni tanto, con le piogge, affiorano parti anatomiche ancora perfettamente riconoscibili. la monaca diede l'indirizzo ad amoruso.

i cipressi, sotto il cielo grigio di settembre solcato dal volo lento dei corvi, misero di buon umore amoruso. amava l'autunno. l'unica stagione in cui il tempo metereologico ed il tempo della sua intima desolazione battevano in perfetta sincronia. in cima alla collina, sulla nomentana, il convento si stagliava, con le sue mura di mattoni scuri, sulle nuvole che scorrevano verso est con una velocità insolita. "insolitamente veloci.", pensò infatti amoruso. poi pensò che aveva sete ed aprì il cassettino del cruscotto. dentro ci trovò delle boccettine di amaro per camionisti, che tracannò d'un fiato. era un periodo che c'andava pesante e sinceramente l'alcool era il meno: la sera prima aveva cenato con un'arancia alla messicana e l'ultima cosa che ricordava era d'aver detto "caaaaazzo.", e dopo fu le deluge.

accostò al cancello e sgranò gli occhi pensando di avere l'alito pesantissimo, 5 g, e puzzolente d'alcool. si mise a cercare delle gomme che aveva comprato tanto di quel tempo prima che ormai erano fuori produzione. le cercò ovunque, sotto i tappetini, nelle giunture tra i cuscini dei sedili, nelle bocchette dell'aria. niente. in compenso trovo dieci euro, cinquantamila lire col caravaggio, una boccetta di EN, ed una foto porno con mercedes amber che si infilava due bottigliette di coca cola nelle sue tasche naturali. la foto lo colpì: ce l'aveva nell'armadietto del militare, come era possibile che si trovasse lì? smise a metà il pensiero: niente gomme, cazzo. decise di parlare poco. mai, se possibile.

"amoruso, ho sentito parlare di lei da padre celestino...". la suora rimase in attesa di una risposta. amoruso tenne duro. dopo quattro minuti la suora ripetè la domanda. amoruso rispose: "mh!". un "mh!" convinto, ottimista, direi quasi solare. un "mh!" che avrebbe ridato vita ad un cieco e la vista ad un morto. "senta amoruso, veniamo al sodo. c'è una nostra novizia. non ci ha mai parlato del suo passato, ma noi abbiamo il dovere di conoscerne i trascorsi. vorrei chiederle se vorrebbe... come dite? indagare?". "mh!". "mh? accetta?". "mh-mh!". "ah, grazie, questa è una fotocopia della sua carta d'identità, tenga, quanto tempo ci vorrà? e quanto denaro?". disse denaro così come uno che non scopa da tre anni dice fica. amoruso guardò la foto. il viso sembrava... era... ma... certo è che la coca cola alla lunga stanca, evidentemente.

"ci vuole poco madre, e niente soldi, la sua novizia la conosco già, è, coincidenza, una mia lontana cugina e viene da una famiglia onestissima, le garantisco che anche indagando per un anno non troverei una sola pecca nella sua vita.". la suora fece degli strani occhi. tentò due volte di sboccare. sussurrò "va bene, va bene... non le rubo altro tempo...". credo che l'alito di amoruso cominciasse a rispecchiare lo stato del suo fegato. due mosche che erano fuori dalla finestra cominciarono a picchiare sul vetro nel tentativo di entrare. amoruso salutò, ma con un gesto, la vecchia suora e ripercorse all'indietro il tragitto nel convento verso l'auto.

uscendo estrasse l'agendina nera con l'elastico e con un mozzicone di matita segnò: "memo 281022: comprare gomme".