December
05
il sole allo zenit avrebbe piazzato tutte le ombre sull'attenti non ci si fossero messe di mezzo le nuvole che, cariche di umidità, transitavano su roma alleggerendosi in parte con scrosci improvvisi e violenti di pioggia che il tevere accoglieva mugghiando come un mare e affilandoci la sua lama di boia nella speranza di un facile lavoretto incarnato da eventuali suicidi vintage. amoruso, che aveva evitato di guardare lo specchio sino a quel momento poggiò il rasoio, alzò lo sguardo e salutò una faccia che non vedeva da tempo: "macciao!", in quel momento bussarono alla porta.
amoruso aprì e si ritròvò di fronte i re magi, richiuse, riaprì e visto che di fronte a lui c'erano sempre i tre magi disse: "buongiorno, hanno bisogno?". i re magi fecero cenno di chiedere il permesso di entrare ed accomodarsi ed amoruso li invitò con un ampio gesto della mano ed una mezza riverenza. zigzagando tra i calzini, i posacenere caduti in terra, cartoni di pizza a portav via dai quali cominciavano a spuntare preoccupantissimi germogli i re magi sedettero alla scrivania, di fronte ad amoruso che non seppe ripetere altro che: "hanno bisogno?". "prima i doni!", disse quello che sembrava il più anziano. ad amoruso brillarono gli occhi non tanto per l'oro o per l'argento quanto per la mirra che nella sua ignoranza aveva sempre ritenuto essere una droga esotica di alto livello.
i re magi tirarono fuori un cesto contenente ogni ben di dio: caciotte di pecora che dal profumo sembravano delle marzoline da leccarsi i baffi; rosari di salsicce trasudanti grasso dal vago sentore d'affumicato; barattoli di melanzane e porcini e ogni ben di dio sott'olio. amoruso era deluso ma cercò di non darlo a vedere, e comunque l'uomo deve pur mangiare e va bene il nutrimento dello spirito ma occorre pensare sempre anche a quello del corpo: "grazie!", disse e: "hanno bisogno?", continuò risultandosi per lui stesso antipatico. "sì", disse il primo dei re magi. "abbiamo", continuò il secondo. "bisogno!", concluse il terzo. i re magi parlavano come qui, quo e qua e mangiavano come pecorari dell'alta laga, amoruso fece gli occhi a fessura, avrebbe voluto dire "e di cosa hanno bisogno?" ma si trattenne.
alternandosi nel parlare i re magi comunicarono ad amoruso che il presepe vivente del loro paesino, del quale loro facevano parte nei panni dei re magi, era una tradizione secolare della loro terra che purtroppo quell'anno rischiava di essere oscurata da un fatto di cronaca: qualcuno stava assassinando in maniera efferata i poveri del paese uno dopo l'altro, finora si era arrivati a tre omicidi. il primo povero era stato trovato in un fosso, nelle narici gli erano stati piantati due turaccioli di sughero fino a farli penetrare nei lobi frontali del cervello; al secondo povero erano state cucite le labbra e le narici ed era morto per soffocamento; al terzo povero era stato fatto lo scalpo, cosa che sembrava strana essendo egli notoriamente calvo.
"ho capito...", disse amoruso, e continuò: "accetto l'incarico, domani verrò in paese, vi chiedo solo una cosa: che tutti gli abitanti del paese siano riuniti, ho bisogno di vederli tutti.". in tre successive riprese i magi assicurarono che sarebbe stato fatto e si accomiatarono mentre amoruso reprimeva l'istinto di omaggiarli con una ulteriore riverenza. è che amoruso trovava le sue riverenze impeccabili e ci teneva a sfoggiarle pur non avendone mai occasione.
il giorno dopo amoruso, sognando una daihatsu copen e viaggiando su una centoventisette avana targata rieti del '78, giunse nel paesino famoso per il suo presepe vivente. i re magi lo accolsero, gli scappò una riverenza per la quale si morse a sangue il nudo labbro, ed assieme si recarono in un grande capannone dove erano ammassati tutti gli abitanti, ognuno nel costume corrispondente al personaggio del presepio che interpretava. il detective dell'assurdo percorse il fronte dei paesani con passi lunghi e lenti, quasi un generale che passa in rivista le truppe prima della battaglia, su ognuno degli astanti su posò il suo sguardo severo ed indagatore. al dodicesimo giro qualcuno sbuffò. al ventesimo un bambino iniziò a piangere. al trentaduesimo, quando tutti s'erano rotto il cazzo amoruso si bloccò ed urlò, facendo trasalire anche i sordi: "il primo povero usava soffiarsi il naso spesso, vero?". tutti i presenti cominciarono, annuendo, a guardarsi tra loro, quindi san giuseppe, che si sentiva investito dell'autorità per farlo anche perchè era il sindaco disse: "beh, sì!". "ah-ha! esclamò amoruso costringendo i più anziani a prendere la pillolina salvavita per non infartare seduta stante, "bene! e il secondo... il secondo dei povei uccisi era forse persona catarrosissima?". mentre il pubblico ricominciava ad annuire il sindaco-sangiuseppe confermò. "bene", disse amoruso, "non servirebbe neanche chiederlo: il terzo aveva sempre la fronte blillante come un diadema di tiffany a causa di uan ipersudorazione?". il sindaco ammise che anche questo corrispondeva a verità. nella sala si fece un silenzio così assoluto che una mosca di passaggio, pur di non infrangelo, si suicidò precipidandosi a peso morto in una lattina di spam lasciata lì aperta per puro caso da un turista di passaggio.
amoruso ricominciò a misurare a larghi passi il pavimento fino a fermarsi di fronte alla bella signora che nel presepe interpretava la lavandaia: "è stata lei!". a quella frase la lavandaia con un sibilo portò la mano al corsetto per estrarne la lama micidialmente avvelenata di un kriss malese e sarebbe con esso riuscita a por fine alla tormentata esistenza di amoruso non fosse che venne bloccata subito dal maresciallo dei carabinieri che anche nel presepio faceva il maresciallo dei carabinieri perchè quando aveva chiesto il permesso di partecipare l'arma glielo aveva negato adducendo principi di serietà e di centenaria tradizione. la lavandaia, disarmata, venne tradotta in cella di sicurezza. un altro caso era risolto.
la tavola imbandita per festeggiare l'evento era uno spettacolo degno di un raspelli a cavacecio di vissani: latticini, salumi, sottolii, bucatini alla gricia, alla matriciana, col sugo di castrato, alle regaglie di pollo, olive all'ascolana, c'erano anche gli involtini primavera per rappresentare la minoranza locale: dei cinesi che nessuno però vedeva mai ma si sapeva che c'erano per il rumore di macchina da cucire che usciva dal sottoscala di una villetta semidiroccata. "prima di cenare...", disse un re magio. "volete spiegarci...", continuò l'altro re magio. "come avete fatto?", concluse il terzo re magio. amoruso mise su il sorrisetto della vittoria, un sorrisetto che di rado aveva occasione di sfoggiare e disse: "è stato facile, come dice la filastrocca? la bella lavanderina?". "che lava i fazzoletti per i poveretti della città.", dissero in coro pavlovianamente i paesani. "infatti,", continuò a spiegare amoruso: "la signora s'era così immedesimata, ma sarebbe meglio dire immassimata, nella parte che soffriva anche delle sofferenze del suo personaggio, sfociando nella reazione di quest'ultimo costretto a lavare i mocciolosi, scatarrati e insudacciati fazzoletti dei poveretti. una grama esistenza che può, può non crediate, sfociare nei peggiori delitti.". la chiusura di amoruso era stata da manuale e egli volle superarla: "e adesso mangiamo!".
that's all, now: love&pride!
i re magi tirarono fuori un cesto contenente ogni ben di dio: caciotte di pecora che dal profumo sembravano delle marzoline da leccarsi i baffi; rosari di salsicce trasudanti grasso dal vago sentore d'affumicato; barattoli di melanzane e porcini e ogni ben di dio sott'olio. amoruso era deluso ma cercò di non darlo a vedere, e comunque l'uomo deve pur mangiare e va bene il nutrimento dello spirito ma occorre pensare sempre anche a quello del corpo: "grazie!", disse e: "hanno bisogno?", continuò risultandosi per lui stesso antipatico. "sì", disse il primo dei re magi. "abbiamo", continuò il secondo. "bisogno!", concluse il terzo. i re magi parlavano come qui, quo e qua e mangiavano come pecorari dell'alta laga, amoruso fece gli occhi a fessura, avrebbe voluto dire "e di cosa hanno bisogno?" ma si trattenne.
alternandosi nel parlare i re magi comunicarono ad amoruso che il presepe vivente del loro paesino, del quale loro facevano parte nei panni dei re magi, era una tradizione secolare della loro terra che purtroppo quell'anno rischiava di essere oscurata da un fatto di cronaca: qualcuno stava assassinando in maniera efferata i poveri del paese uno dopo l'altro, finora si era arrivati a tre omicidi. il primo povero era stato trovato in un fosso, nelle narici gli erano stati piantati due turaccioli di sughero fino a farli penetrare nei lobi frontali del cervello; al secondo povero erano state cucite le labbra e le narici ed era morto per soffocamento; al terzo povero era stato fatto lo scalpo, cosa che sembrava strana essendo egli notoriamente calvo.
"ho capito...", disse amoruso, e continuò: "accetto l'incarico, domani verrò in paese, vi chiedo solo una cosa: che tutti gli abitanti del paese siano riuniti, ho bisogno di vederli tutti.". in tre successive riprese i magi assicurarono che sarebbe stato fatto e si accomiatarono mentre amoruso reprimeva l'istinto di omaggiarli con una ulteriore riverenza. è che amoruso trovava le sue riverenze impeccabili e ci teneva a sfoggiarle pur non avendone mai occasione.
il giorno dopo amoruso, sognando una daihatsu copen e viaggiando su una centoventisette avana targata rieti del '78, giunse nel paesino famoso per il suo presepe vivente. i re magi lo accolsero, gli scappò una riverenza per la quale si morse a sangue il nudo labbro, ed assieme si recarono in un grande capannone dove erano ammassati tutti gli abitanti, ognuno nel costume corrispondente al personaggio del presepio che interpretava. il detective dell'assurdo percorse il fronte dei paesani con passi lunghi e lenti, quasi un generale che passa in rivista le truppe prima della battaglia, su ognuno degli astanti su posò il suo sguardo severo ed indagatore. al dodicesimo giro qualcuno sbuffò. al ventesimo un bambino iniziò a piangere. al trentaduesimo, quando tutti s'erano rotto il cazzo amoruso si bloccò ed urlò, facendo trasalire anche i sordi: "il primo povero usava soffiarsi il naso spesso, vero?". tutti i presenti cominciarono, annuendo, a guardarsi tra loro, quindi san giuseppe, che si sentiva investito dell'autorità per farlo anche perchè era il sindaco disse: "beh, sì!". "ah-ha! esclamò amoruso costringendo i più anziani a prendere la pillolina salvavita per non infartare seduta stante, "bene! e il secondo... il secondo dei povei uccisi era forse persona catarrosissima?". mentre il pubblico ricominciava ad annuire il sindaco-sangiuseppe confermò. "bene", disse amoruso, "non servirebbe neanche chiederlo: il terzo aveva sempre la fronte blillante come un diadema di tiffany a causa di uan ipersudorazione?". il sindaco ammise che anche questo corrispondeva a verità. nella sala si fece un silenzio così assoluto che una mosca di passaggio, pur di non infrangelo, si suicidò precipidandosi a peso morto in una lattina di spam lasciata lì aperta per puro caso da un turista di passaggio.
amoruso ricominciò a misurare a larghi passi il pavimento fino a fermarsi di fronte alla bella signora che nel presepe interpretava la lavandaia: "è stata lei!". a quella frase la lavandaia con un sibilo portò la mano al corsetto per estrarne la lama micidialmente avvelenata di un kriss malese e sarebbe con esso riuscita a por fine alla tormentata esistenza di amoruso non fosse che venne bloccata subito dal maresciallo dei carabinieri che anche nel presepio faceva il maresciallo dei carabinieri perchè quando aveva chiesto il permesso di partecipare l'arma glielo aveva negato adducendo principi di serietà e di centenaria tradizione. la lavandaia, disarmata, venne tradotta in cella di sicurezza. un altro caso era risolto.
la tavola imbandita per festeggiare l'evento era uno spettacolo degno di un raspelli a cavacecio di vissani: latticini, salumi, sottolii, bucatini alla gricia, alla matriciana, col sugo di castrato, alle regaglie di pollo, olive all'ascolana, c'erano anche gli involtini primavera per rappresentare la minoranza locale: dei cinesi che nessuno però vedeva mai ma si sapeva che c'erano per il rumore di macchina da cucire che usciva dal sottoscala di una villetta semidiroccata. "prima di cenare...", disse un re magio. "volete spiegarci...", continuò l'altro re magio. "come avete fatto?", concluse il terzo re magio. amoruso mise su il sorrisetto della vittoria, un sorrisetto che di rado aveva occasione di sfoggiare e disse: "è stato facile, come dice la filastrocca? la bella lavanderina?". "che lava i fazzoletti per i poveretti della città.", dissero in coro pavlovianamente i paesani. "infatti,", continuò a spiegare amoruso: "la signora s'era così immedesimata, ma sarebbe meglio dire immassimata, nella parte che soffriva anche delle sofferenze del suo personaggio, sfociando nella reazione di quest'ultimo costretto a lavare i mocciolosi, scatarrati e insudacciati fazzoletti dei poveretti. una grama esistenza che può, può non crediate, sfociare nei peggiori delitti.". la chiusura di amoruso era stata da manuale e egli volle superarla: "e adesso mangiamo!".
that's all, now: love&pride!

