troppi tossici in giro, amoruso.
le prime ombre della sera si accingevano ad occupare gli spazi che le ultime ombre del giorno avevano abbandonato. pur condividendo le stesse aree e sembrando aver molto in comune quelle ombre vivevano realtà diverse, come una coppia arrivata in fondo alla propria storia. il marciapiede si era svuotato quasi del tutto, tranne che per i tossici che ancora lo affollavano. amoruso, seduto sul cornicione del tetto del suo condominio, dopo una lunga concentrazione mollò una cicca che andò a cadere tra i ricci di un eroinomane addormentato sui gradini dell'ingresso del palazzo, quindi si stiracchiò e scese nel suo appartamento.
aperta la porta d'ingresso e scavalcati decine di cartoni di pizza e lattine di birra amoruso guardò, per abitudine più che per curiosità, la segreteria telefonica: riportava un. nuovo. messaggio. era Franti, un collega dei tempi andati che ancora era ispettore, il che rendeva bene l'idea del suo curriculum: aveva più denunce lui per violenza che non craxi per concussione. amoruso mise un maglione enorme sulla maglietta e ginzi che indossava, infilò un paio di scarpe da tennis marce ed uscì di casa.
al caffè mazzini li guardavano tutti. in quella corte dei miracoli di mignotte, avvocati e commercialisti i due si stagliavano notevolmente. anche perchè entrambi avevano i piedi poggiati sul tavolino, visto che quando il cameriere aveva chiesto a Franti di toglierli Amoruso aveva aggiunto i suoi mentre ordinava due fernet con acqua gassata. Franti aveva bisogno d'aiuto:
"sono tre mesi che, l'avrai notato, le strade sono piene di tossici. ma piene è dir poco. qui stanno tutti fatti dalla mattina alla sera. e non quelli che rubano o che comunque hanno i soldi: qui anche il più sfigato dei tossici si permette sballi da mille euro al giorno. non ci capisco un cazzo. pensavo fosse una nuova droga, economica, ma questi sono fatti di tutto: ero, coca, mdma, lsd, tutto.".
amoruso promise che avrebbe cercato di dargli una mano, si scolò il fernet e andò al cesso a tirarsi una botta dalla sacca generosamente gonfia che franti gli aveva passato. non certo per pagamento, era un normale omaggio tra amici. era grassa e saporita e uscito dal cesso amoruso si scolò un nuovo fernet prima di recarsi al parco. voleva vedere come stava er miccetta. cazzo, er miccetta era il tossico più disgraziato di tutti: se pure lui era nelle grazie del Grande Loto qualcosa di strano c'era sicuramente. amoruso si avviò con passo incerto ma spedito.
er miccetta sta fuori come un balcone. sotto al cespuglio dove dormiva, al riparo di cartoni e teloni di plastica, grufolava con la bava alla bocca e una congiuntivite agli occhi tale da far sembrare lagrimasse pus. c'era decisamente qualcosa che non andava, sembrava fosse li a rantolare da giorni: era sdraiato in un mare di merda e piscio. er miccetta soldi per procurarsi giorni e giorni di sballo non ne aveva mai avuti in vitra sua. amoruso si voltò e si avviò verso l'uscita del parco, quando vide sull'asphalto dei segni fatti col gesso che solo gente di vecchia scuola avrebbe riconosciuto. seguì le indicazioni per quello che avrebbe dovuto essere uno spaccio d'altri tempi.
non aveva percorso neanche cento metri che vide un negro all'ingresso di uno di quei buchi che a roma spesso si vedono tra i ruderi, una specie di grotta. amoruso fece un cenno al negro che fece strada spostandosi di lato. amoruso cominciò a scendere nel buco che, persorsi pochi passi, dopo una curva si trasformò in un corridoio pulito e illuminato, le pareti di un bianco così bianco da sembrare azzurrino. al termine del corridoio un cartello sotto un campanello: "droga illimitata permanente - citofonare qui". amoruso citofonò.
due assistenti in camice lo fecero accomodare, quindi gli chiesero dieci euro. amoruso ci rimase: droga illimitata permanente a dieci euro? in quel momento i braccioli della sedia scattarono e amoruso rimase imprigionato. una risata riempì quello che a uno sguardo più attento si rivelò un laboratorio. e quella risata... dio quella risata... il dottor Bellamorte uscì da una zona d'ombra, sempre continuando a ridere.
"sapevo che prima o poi saresti arrivato, amoruso. vuoi anche te il servizietto?". amoruso tirò su col naso cercando conforto nella botta di un paio d'ora prima, ma dovette comunque affrontare da solo la consapevolezza che Bellamorte, suo arcinemico, era li di fronte a lui che lo teneva prigioniero. "che servizietto?", chiese amoruso. bellamorte senza neanche risponderli schiacciò un pulsante, e una enorme penna scese dal soffitto. "col mio laserino, vedi che bellino?" , gli spiegò nel frattempo bellamorte, "col mio laserino ti do una buciatina al cervello qui, una li, una la e alè, stai fatto a vita. che droga vuoi? no, perchè bisogna bruciare in punti diversi. lsd? va bene?". amoruso cominciò a sudare freddo. uno sballo va bene. un giorno di sballo pure. ma l'idea di passare il resto dei suoi giorni a smerdarsi inseguendo farfalle lisergiche non lo entusiasmava troppo.
il dottor bellamorte disse: "faccio io, dai: lsd". stava per premere il pulsante per avviare il laser quando la porta dello studio si spalancò, sfondata da un ariete della narcotici. franti entrò per primo e si beccò una pallottola nella spalla tiratagli da uno degli assistenti. dopo dieci minuti il dottor bellamorte e i suoi due scagnozzi più il negro erano giù in un cellulare, direzione regina coeli, franti era sull'ambulanza in direzione policlinico e amoruso procedeva con passo molto più incerto e molto meno spedito verso il cornicione del palazzo del suo appartamento: non voleva perdersi il cambio della guardia tra le ombre della notte e quelle del giorno.