camminare controvento.
i tre motori dell'antonov 12 facevano un casino infernale come cercassero di risvegliare il quarto che da una mezz'ora buona aveva smesso di far girare l'elica per farsi una fumatina in tranquillità. i piloti parlavano tra loro passandosi una bottiglia di kenya gold liqueur e ridevano troppo per poter pensare si trattasse solo d'un goccetto. amoruso s'era calato tre roipnol alla partenza e dormiva nella stiva incastrato tra le casse di imbel 97 brasiliani assicurate con cinghie alla struttura dell'aereo. il nome di quel fucile, che tanto ricordava la parola "imbelle", lo aveva fatto ridere di gusto una settimana prima, quando nell'ufficio ginevrino della safety commission del CERM, aveva accettato l'incarico di seguire quella consegna per il bobocolongo. nelle intenzioni del CERM le armi avrebbero dovuto alimentare la guerriglia antigovernativa del fronte per la libertà democratica contro il governo makhnofascista insediatosi attraverso una rivolta popolare e giunto al potere nel corso di un solo week end, lasciando a bocca aperta gli amministratori delle principali multinazionali che operavano nel paese. quelle bocche s'erano subito richiuse in un serrar di mascelle rancoroso che prometteva vendetta.
amoruso non aveva chiaro neanche dove fosse il bobocolongo, ma comunque non aveva nulla da fare e da troppe settimane si trovava al verde, pertanto quando un signore dall'aria distinta gli aveva messo sotto la porta un assegno circolare da diecimila euro chiedendogli di accompagnarlo a ginevra s'era dato una sciacquata alle ascelle, aveva messo il suo miglior completo facendo anghingò tra i due che possedeva, e giunto a ginevra ed ascoltata l'ulteriore proposta dei suoi committenti aveva accettato l'incarico. da genova, dove aveva trasbordato le casse da un cargo su un altro battente bandiera liberiana, ad alessandria il viaggio era stato tranquillo, o meglio tranquillato dalle dieci scatole di roipnol che amoruso s'era portato dietro, quindi le armi erano state spostate su un camioncino e poi, in un aereoporto militare in mezzo al deserto, sull'antonov, al quale nel tempo di questa introduzione e tra le risate dei piloti s'era spento un altro motore.
duemila metri sotto l'antonov il bobocolongo makhnofascista scorreva buio, punteggiato da qualche luce fioca. il movimento che il presidentissimo tsutu ngola aveva messo in piedi si basava su un sincretismo tra l'anarchia makhnovista, quella che lo stalinismo spazzò via perchè profondamente acomunista, e un fascismo che si concretizzava nella centralità dello stato, garante del popolo e risolutore dei conflitti di classe. in pratica ogni villaggio aveva una sua casa del fascio dove veniva eletto dagli abitanti che paavano le tasse un rappresentante. i villaggi, federati in provincie, a loro volta nominavano un federale e i federali componevano il consiglio di stato. c'era sì un partito unico, ma che imponeva le sue cariche dal basso della sua base e non dirigisticamente dall'alto. era un partito unico perfetta espressione del popolo. i sindacati erano stati sciolti in quanto i conflitti venivano risolti localmente e comunque ogni industria era di proprietà per il 30% dello stato e per il 30% dai lavori, solo il rimanente 40% era della proprietà che per governare aveva necessità dell'appoggio di una delle due componenti che comunque lo avrebbero messo in minoranza ove si fossero unite per un obiettivo comune. l'esercito, garanzia sicura dei confini della patria, era stato sciolto e sostituito da una milizia popolare di leva con ferma decennale, l'aver prestato servizio garantiva a vita la possibilità di partecipare alle votazioni nella casa del fascio. a parte il presidentissimo, che non era chiaramente stato eletto, i futuri presidenti sarebbero stati eletti dal consiglio di stato o per acclamazione popolare. "queste sono le basi", aveva detto tsutu ngola, "per il resto s'improvviserà. e che dio ce la mandi buona.".
all'antonov s'era spento un terzo motore ma i piloti avevano benaltri problemi: il kenya gold era finito e loro, lasciati i comandi, erano impegnati a rivoltare sotto sopra gli armadietti per rimediare qualcosa da bere. dopo aver messo sotto sopra l'aereo, controllando anche sotto ad amoruso, uno dei due trovò una bottiglia di koummis, latte di cammella seccato e fermentato ed annunciò la scoperta con un urlo di trionfo che attirò l'attenzione dell'altro e cominciarono a litigarsela svegliando amoruso proprio mentre l'ultimo motore si spegneva. al vedere quei due stronzi ubriachi litigarsi la bottiglia, i motori spenti e l'aereo in piena parabola discendente amoruso provò un certo senso di fastidio, certo, sempre meno di quello che abitualmente provava volando alitalia, ma comunque significativo. aveva le idee piuttosto confuse e la bocca impastata dallo psicofarmaco, quindi cercò di concentrarsi su qualcosa di semplice che gli consentisse di uscire dalla situazione e visto un paracadute se lo infilò, agganciò la fune di vincolo, aprì il portellone e gridando "girolamo!" si buttò giù. l'aereo si schiantò a qualche chilometro di distanza illuminando col suo bagliore la notte africana. arrivato a terra amoruso guardò l'orologio, si succhiò l'indice e lo mise a vento e disse tra sé "mi sa che se voglio essere a casa per cena tocca che muovo il culo", quindi cominciò a camminare controvento zoppicando un po'.
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nessuno ha mai avuto fretta d'ammazzarsi, amoruso.
spostò la testa cercando di prendere ombra dalle foglie che si frapponevano tra lui ed il sole. la luce di quel giorno era tremula, molto bianca: da mal di testa. il parco era, data l'ora meridiana, deserto. una altalena dondolava senza che nessuno ci sedesse sopra: qualcuno era andato via da poco? non se ne era accorto e provò fastidio. prese il telefonino e ripetè l'ultimo numero fatto: utente non raggiungibile. cercò nella respirazione un argine alla marea montante dell'ansia. sapeva bene che se si fosse lasciato andare sarebbe stato peggio. si alzò dalla panchina e decise di tornarsene a casa: era andata a buca.
si fermò al bar per bere due vodke lisce che ebbero la buona grazia di rilassargli la mascella e togliergli sapor d'elettrico dalla bocca. "amoruso?", chiese una voce dietro le sue spalle. si girò. "amoruso?", ripetè quello che scoprì essere un gigante col naso schiacciato dal pugilato e le orecchie merlettate dalla lotta libera. "sono io.", rispose amoruso mentre nella sua testa sua maestà la paranoia prendeva posto sul trono ordinando alla mano destra di andare in tasca a far compagnia al revolver. "dovrebbe seguirmi.", disse l'omone. "senti amico", disse amoruso che per quell'individuo tutto provava tranne amicizia, "io sto a ròta fracico, sono nervoso, due vodke non m'hanno fatto un cazzo ed ho una mano sudatissima in tasca che cerca di infilare l'indice nella guardia di una .357 canna corta puntata esattamente alle tue palle. ora dimmi che puoi procurarmi qualche capsula di meth o vattenaffanculo". l'omone annuì ed amoruso lo seguì.
ingoiò tre capsule assieme, ovviamente senz'acqua, non appena ebbe posato il culo sul cuoio cucito a mano del salottino all'interno della limousine alla quale il gigante, dopo avergli messo un sacchettino con una ventina di pasticche in mano, lo aveva accompagnato. la base di vodka fece il suo mestiere e sentì il benessere, quello che per altri è uno status normale indegno di nota, salirgi dallo stomaco alla testa e scendegli giù rilassandogli le gambe che allungò. una quarta capsula la aprì e la versò nel drink, di nuovo vodka, che il suo ospite gli porgeva da quando era entrato. di nuovo vodka, certo, ma stavolta di qualità. a quel punto amoruso finalmente si era sentito a posto. normale. l'ospite invece ne rilevava gli occhi spalancati, le mascellecontratte e le mani in perenne movimento: "cazzo questo davvero è fuori.", pensò.
la macchina aveva fatto poche centinaia di metri. amosuso stava da dio: si godeva la metànfa sbragato sul sedile con la sigaretta accesa in una mano ed il tumbler nell'altra, il culo affondato nel sedile, gli occhi sgranati che roteavano guardando fuori dal tettuccio aperto un po' alla ricerca del sole, un po' a sfuggirlo non appena lo avessero trovato. il misterioso ospite tossicchiò richiamando la sua attenzione. avutala allungò ad amoruso una mazzetta di denaro dal considerevole spessore. l'auto rallentò. fuori le strade erano deserte: "avremo fatto l'una e venti.", pensò amoruso. il ferragosto aveva liberato dalla gente le strade cittadine, e, specie in quell'ora non girava nessuno. amoruso prese i soldi e se li cacciò lestamente in tasca: "bene, meth, soldi: chi devo ammazzare?" chiese sorridendo al suo interlocutore. "quello", disse l'uomo indicandogli col dito una figura che s'avanzava per la via. amoruso lo guardò e lo riconobbe: era amoruso. scese dalla macchina. sorrise. palpò nella tasca sinistra la rassicurante presenza della sacca di meth. afferrò ella tasca destra l'impugnatura di marca della sua pistola di marca e cominciò a mettere un passo dietro all'altro. con calma. del resto nessuno ha mai fretta d'ammazzarsi.
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