grigio vesuvio.
condensare la forza in un punto preciso, fino a quando il muscolo non si fosse contratto attorno ad un centro divenendo indipendente dalla volontà cosciente, salvo rimanere controllabile in funzione di semplici regole apotropaiche, quindi spostarlo lentamente, manovrando il dolore per entrare in una dimensione altra, astratta; in termini più semplici un crampo notturno al polpaccio. molti si spaventano subito perdendo il controllo e subendo passivamente l'evento, lui no, ma con quella macchia bianca di sofferenza secca causata dalla pallottola che gli era penetrata nella corteccia cerebrale era tutto un altro discorso e non c'era nulla che potesse fare. lo comprese in un attimo e l'attimo dopo era morto. si chiamava calogero porfiri, in arte manola, era tossico, frocio, infame e ai miei piedi nel suo pied à terre alla magliana. morto.
"amoruso vedi che devi fare, eh.", il commissario sarcozzi aveva chiuso con queste parole la telefonata con cui mi aveva buttato giù dal letto quella mattina all'alba. l'alba... le dieci. a dire la verità giù dal letto c'ero già, dovevo essere svenuto, rientrando nella notte, tra la porta d'ingresso ed il cesso. m'ero evidentemente pisciato sotto e nella caduta la bottiglia che avevo in mano rompendosi mi aveva aperto un brutto taglio sulla mano. "che hai fatto alla mano? hai un'aspetto dimmerda, amoruso.", aveva detto sarcozzi due ore dopo, quando l'ebbi raggiunto nel luogo dell'appuntamento. mi mostrò il corpo di calogero-manola: "era un tuo informatore, no? dimmi qualche cosa, amoruso, sennò fai ferragosto al commissariato.". "c'è l'abbacchio il 15 a pranzo?", chiesi senza ottenere risposta. "amoruso, se vieni a sapere qualcosa chiamami...". sarcozzi era in fondo una brava persona e le sue minacce non facevano troppa paura. quello che faceva paura era il ricordo del buco del proiettile tra la fronte ed il naso di manola. e la sua faccia contratta dal panico. somigliavano in grande al mal di testa ed alla faccia contratta da hang over che mi ritrovavo addosso.
"non è che mi puoi ammazzare così un informatore, eh.", pensavo mentre forzando la porta mi introducevo nella casa del professor scoccimarro, esimio accademico e onorato rappresentante di cosa nostra per roma e provincia. andai in cucina, aprii il frigo e dopo aver tolto il cucchiaino dal collo di una bottiglia di krug ne diedi due gran sorsi, quindi me la portai all'ingresso e sedetti su una poltroncina. tolsi la sicura alla beretta 6,35 guancette in madreperla placcata oro di manola che avevo recuperato da sotto alla consolle nell'ingresso del suo appartamento mentre sarcozzi cazzeggiava e mi misi ad aspettare: l'autista e guardia del corpo avrebbe a breve riaccompagnato a casa la nipote di scoccimarro dal circolo ippico dell'olgiata, accompagnato dalla governante.
il gorilla ci aveva pure provato a reagire, e adesso stava nell'angolo con un buco nella rotula che a giudicare dalle bestemmie che tirava doveva fare un male cane. la governante urlava, la bambina urlava. lo sparo si era sentito ed anche forte, amplificato dall'ampiezza dell'appartamento, ma a ferragosto a roma non c'è un cane: solo extracomunitari. il numero era su un post it seguito dall'avvertenza: "in caso di emergenza". il segnale diede libero: "pronto?" chiese il professore dall'altra parte della linea. "professore sono qui con sua nipote e il suo gorilla che è un attimino ko.", dissi sapendo che attimino, detto ad un accademico, è più doloroso di una stilettata ai coglioni. "professore,", continuai "mica è bello quello ha fatto fare a manola, eh. e se io mi incazzo e le buco la nipote? eh? EH? lei che dice se lo faccio?", spostai il cellulare verso la bambina che urlava disperata terrorizzata dalla pozza di sangue che usciva dal ginocchio dell'energumeno bestemmiante. "ma chi cazzo sei?", urlò il professore: "chi cazzo sei? tu non sai con chi ti sei messo!". stavo godendo. diedi una sorsata al krug e sibilai nella cornetta: "professore, la mafia non è lei né è una organizzazione, la mafia è un modo di essere: è di tutti. per questa volta le è andata bene, alla prossima ci pensi prima di far ammazzare la gente per una cazzata. saluti da manola.".
riattaccai il telefono, mi ricacciai la pistola in saccoccia e me ne tornai a casa. fin giù in strada continuai a sentire le urla della ragazzina e le biastime del gambizzato. quando mi sdraiai sulle lenzuola incartapecorite del letto di casa mia il corpo mi ringraziò ad alta voce. avevo le meningi in fiamme, la faccia color grigio vesuvio e l'ultima cosa che vidi prima di svenire di nuovo è che si erano fatte le diciassette e trenta.