La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

amoruso e la lepre di maggio.

amoruso tornò a spostare la tendina: due piani sotto, in strada, la ragazza continuava a distribuire specchietti ai passanti. una signora elegante con un fox terrier al guinzaglio ne prese uno, distrattamente, si guardò e cambiò espressione. la maggior parte cambiava espressione, tutti gettavano lo specchietto nel cestino che si trovava a pochi passi. la ragazza continuava a distribuire specchietti, quando era prossima a finirli riciclava quelli abbandonati presso il cestino e ricominciava: guardatevi. bionda, minuta, indossava abiti colorati che contrastavano con la sua aria triste. non diceva niente. faceva: guardatevi. in televisione un gruppo di metallari era giunto al core dell'esecuzione di fronte ad un pubblico in delirio. il cantante mentre continuava a suonare cominciò aiutandosi con un piede a togliersi la scarpa dall'altro. poi il calzino. quando il piede fu libero si avvicinò al margine del palcoscenico e lo protese verso il pubblico. un essere dalla sessualità indefinità iniziò a succhiarglielo con voluttà. amoruso spense la tv e si sdraiò di nuovo sul letto. doveva perdere tempo, doveva ritardare per dare modo agli omini del futuro di preparare il palcoscenico nel quale avrebbe continuato a muoversi. guardò l'orologio al polso e quello sulla tele: era avanti ormai solamente di tre minuti e venti secondi.

il giorno prima amoruso s'era mosso con troppo anticipo ed aveva continuato a guadagnare tempo con sorpassi azzardati, una velocità sopra la media e una serie di fortunate conseguenze quando si trovò di fronte alla macchina il vuoto. la strada finiva nel vuoto, non solo, l'intera prospettiva sfumava nel nulla. o meglio. non proprio nel nulla. nel cantiere degli omini del futuro che lavoravano febbrilmente per creare un contesto nel quale amoruso potesse muoversi. appena la macchina fu ferma, sul ciglio del nulla, gli omini alzarono gli occhi sbalorditi smettendo di lavorare. poi si guardarono allibiti tra loro fino a quando il capocantiere si fece avanti: "ma lei è già qui?", disse ad amoruso. "qui dove?", rispose il detective con un sorriso. il capocantiere degli omini del futuro si prese una lunga pausa, accese una sigaretta, guardò l'orologio e disse: "quì, avanti di cinque minuti rispetto a dove avrebbe dovuto essere.

amoruso guardò di nuovo l'orologio: un minuto e venti secondi esatti. ancora un paio d'ore e tutto sarebbe tornato normale: avrebbe potuto muoversi in sincronia col proprio futuro, uscire, andare a prendere un gelato certo che un omino del futuro glielo avrebbe fatto trovare pronto e avrebbe anche potuto cambiare idea ed optare per un pezzo di pizza rossa con le olive e le cipolle: sarebbe stato lì, fumante, ad attenderlo. tornò alla finestra. la strada era ormai quasi vuota. la ragazza era seduta sul marciapiede, aprì il suo borsone traendone uno specchietto e si guardò. trovandosi più in alto amoruso non poteva vederne il viso e quando le spalle di lei cominciarono a sussultare ebbe il dubbio, che gli rimase, circa il fatto che stesse piangendo oppure ridesse.

il sole tramontava sui palazzoni che assunsero un colore grigio rosato. i gabbiani in piccoli stormi tornavano al mare dalle discariche di periferia, amoruso guardò l'orologio, sospirò e s'accese l'ultima sigaretta della giornata.

notturno.

"cazzocazzocazzo che cazzata!", amoruso ri rigirava nel letto scalciando istericamente e contorcendosi come un indemoniato. s'era distratto un attimo ed una situazione ordinata era divenuta un caos difficile da sbrogliare. circostanze compartimentate avevano creato legami forti tra loro risultando ora indistinguibili e pertanto ineliminabili tout court a meno di non rischiare di buttare nel cesso i pesci con l'acqua da cambiare dell'acquario. "cazzocazzocazzocazzo", amoruso accese la luce, sedette sul letto e s'attorcigliò una canna nella consapevolezza che non gli avrebbe agevolato il sonno ma anzi avrebbe dato volume a quei pensieri che avrebbe voluto spegnere: "ma sticazzi", concluse ad alta voce. veronica mars sorrideva ed ammiccava con le sopracciglia alludendo a qualcosa che si trovava dietro le spalle di amoruso, il quale non aveva alcuna intenzione di voltarsi nella consapevolezza che se lo avesse fatto veronica sarebbe sparita. "senti veronica, gran calma che già l'altra volta è andata malissimo. allora senti, ma tu pensi che dovremmo avere un bambino?", amoruso non aveva neanche finito la frase che tra lui e la mars comparve una enorme scritta lampeggiante al neon che diceva "cazzata" mantre risate registrate echeggiarono in quello spazio senza confini. veronica mars sgranò gli occhi e cominciò a scomparire: "noooooo! veronica mars, cazzo, no, ti prego non sparire! veronica maaaars! veronica maaaaaars! torna qui! ti devo imporre il mio affetto!". immaginati di avere la bocca piena di terra, una saccoccia di cemento sul plesso solare e due generatori piezoelettrici all'altezza delle ginocchia che ad ogni schicchera contraggono i muscoli dei polpacci in modo innaturale provocando crampi dolorosissimi. "veronica mars, ma vaffanculo va.", pensò amoruso alzandosi dal letto, inciampando su una maglietta per terra e avviandosi verso il cesso. uno sguardo alla finestra gli fece odiare la luna di maggio carica di quelle promesse estive che puntualmente settembre avrebbe avvolto in una nebbia di delusioni. amoruso pisciò e tornò a letto. era ancora troppo presto per alzarsi e troppo tardi per pensare di riprendere sonno. pensò, come contasse le pecore, a pietro bastogi, alle ferrovie meridionali che realizza grazie ai suoi agganci con sella e che lo stato gli ricompra nel 1906; con quei soldi i santi bastogi, padri della patria, fondarono una fiorente industria elettrica: stessa spiaggia stesso mare, lo stato la nazionalizza nel 1962. pensò a quanto sia marcio il capitalismo italiano fin dall'unità. contare le pecore funziona: due minuti dopo amoruso correva in prato pieno di cespugli di ginestra dal dolcissimo profumo. correva e rideva, correva e rideva, correva e rideva, correva e pestò un fior di cane proprio mentre la radiosveglia annunciava mare forza sei nel basso adriatico. .

amoruso, una patria e poirot.

amoruso e la piccola patria della curva.

finalmente amoruso riuscì ad udire il suono del silenzio oltre il rumore dei suoi pensieri, aprì gli occhi che si riempirono di buoio e realizzò che la posizione nella quale si trovava nel letto era quella che nella quale di solito si ricompongono i morti: supino, le mani giunte sul petto. cambiò subito posizione per poi indignarsi con se stesso per l'assurda preoccupazione prossemica che l'aveva preso nonostante fosse solo, in piena notte, in una città resa deserta dal lungo ponte di san marco, pensò di rimettersi ad imitare il vampiro ma su quest'ultimo pensiero giunse il sonno a stendere il suo velo su un pensare che in letteratura e in altri tempi sarebbe stato definito tout cout febbrile, e forse la febbre ce l'aveva per davvero, almeno a giudicare dalla macchia di sudore che lentamente s'espandeva sulle lenzuola.

amoruso si faceva spazio tra la folla cercando di arrivare tra le prime file per conoscere il motivo di tanta calca quando un braccio uscito da un portone lo trascinò all'interno dell'oscuro androne di un palazzo, dalla cui tromba dell'ascensore cigolii sinistri annunciavano ansiogeni l'imminente arrivo al piano terra della cabina. "senti,", disse la voce di quel braccio, "le cose stanno così, come sai fin dai primi anni novante le tifoserie calcistiche sono divenute un esercito politico che per patria ha la curva, un esercito pagato aumm aumm dalle società sportive a compenso del favore o del chiudere un occhio del potere politico che fino ad oggi ha governato. questo potere ora chiede il conto e conta di destabilizzare il suo successore facendo scendere questo esercito in piazza con la scusa dei recenti scandali portaqti artatamente alla ribalta delle cronache. un esercito addestrato alla guerriglia, che non scappa quando sente la celere battere il passo sugli scudi, ma che anzi s'organizza e la fa, se non altro, fermare. per questo non trovi che su pochi giornali il nome di chiara gestronzi, scandalo si ma con giudizio, mentre ci trovi quello del figlio di morgi che ormai tanto è bruciato: i giornali che fanno capo al potere politico ora al governo cercano di minimizzare, certo non gli farebbe comodo una guerriglia urbana da parte di gente che s'allena tutte le domeniche mentre l'opposizione grida all'insicurezza delle strade.", la voce, che aveva fatta tutta una tirata, si fermò per un istante e concluse: "si' capito?".

amoruso capire aveva capito ma quello che aveva in testa era tutt'altro: "ma come cazzo fai a startene sospeso a mezz'aria?", chiese al braccio che per tutta risposta prima cadde a terra e poi si sciolse come fosse stato nell'acido. il cigolare della cabina ascensore scosse amoruso che per il terrore che assurdamente gli creava quell'incombere rimase paralizzato. l'ascensore giunse al piano terra e dalla cabina uscì veronica mars: "veronica mars! cazzo sei veronica mars!", esclamò stupito amoruso mentre veronica mars gli faceva cenno di stare zitto. "quelli la fuori vogliono ammazzarti, amoruso, ma io ti salverò!", disse veronica mars che in quell'istante sembrò rifulgere d'una luce che assunse le forme di una minerva classica. "cazzo veronica mars, non ci posso credere! veronica mars, te per me sei l'archetipo della fidanzata ideale almeno quanto milly d'abbraccio lo è della porca e antonella clerici della vacchetta! cazzo io... io ti amo veronica mars!", amoruso era agitatissimo e parlando gesticolava un casino e continuò subito dopo aver ripreso fiato: "ora io capisco veronica che la mia vita attuale è un gran casino, che c'ho un mucchio di problemi e che forse mi aggrapperei troppo a te dandoti un ruolo salvifico che forse ti impegnerebbe troppo restringendo i tuoi spazi e forse soffocando la tua vita, ma purtroppo sono un pupone cresciuto e anche piuttosto immaturo che ancora non sa bene cosa vuole fare da grande ed ha idee chiare solo su quello che non vuole fare e...", veronica mars stava sparendo. "veronica...", urlò amoruso cercando di afferrare il corpo della bionda detective limitandosi però solo ad artigliare l'aria: "veronica cazzo, no, cioè non volevo fare 'sto discorso.... cazzo non sono così peso veronica... cioè io rido e scherzo pure e ste cose di solito me le tengo dentro ma con te volevo essere sincero e... veronica mars! veronicaaaaa".

immagina una tartaruga marina su una spiaggia caraibica, sotto un sole cocente e pancia all'aria. immaginati che agiti di tanto in tanto le pinne in modo disperato e scoordinato e che poi, dopo, rimanga immobile per lungo tempo mentre il suo unico movimento resta un leggero gonfiarsi e sgonfiarsi della gola in un respiro affannoso. questa è l'immagine che amoruso vede tra l'istante in cui ha immaginato di urlare l'ultimo "mars" e quello in cui si rende conto di star sbattendo le braccia e le gambe sul letto, trovandosi supino e con la gola arsa dalla sete in mezzo ad una pozza di sudore che imbeve il materasso. "cazzo,", pensò amoruso, "che incubo dimmerda", ed allungò la mano verso il pacchetto di sigarette.

amoruso contro poirot.

quando poirot entrò nel suo ufficio amoruso stava tagliandosi le unghie dei piedi con le forbicine del coltellino svizzero. innumerevoli tagli sulle sue falangine podaliche indicavano la scarsa maestria del nostro eroe nell'uso di qualsivoglia strumento e la nulla attitudine dello strumento stesso alla bisogna. "amovuso, i suppose...", disse poirot mentre per lo stupore di vederlo amoruso si amputò un mignolo. "oh cazzo", disse poirot. "porca madonna", disse amoruso cacciando il piede sanguinante nel portacenere per non sporcare in giro, "ma sei cretino?". "mi scusi, evo venuto per chiedevle alcune cose civca il caso ljs...". amoruso zompettando su un piede solo era troppo preso nella ricerca del suo mignoletto per capire cosa stesse dicendo, quindi prese un contenitore di gas per accendini e lo usò tutto sul moncherino: "e mi aiuti a cercare questo cazzo di mignolo imbecille!".

dopo mezz'ora erano seduti di fronte nel pronto soccorso. "allova, lei mi sa dive qualcosa civca il caso ljs?". "è stato il maggiordomo", disse amoruso. "e lei come lo sa?", chiese poirot scartando un cioccolatino e mettendoselo in bocca. "ma maledettissimo stronzo, ti mangi un cioccolatino senza offrirlo?" urlò amoruso lanciandogli il mignoletto amputato e leggermente maleolente sulla faccia. "mi scusi", disse poirot togliendosi il cioccolatino di bocca: "vuol favorire?". "no, grazie", disse amoruso, al che poirot si ricacciò il cioccolatino in bocca. "avanti il prossimo", invitò un infermiera. "cazzo il mignoletto! e tocca pure a me! mi aiuti a cercarlo!", urlò amoruso, e tutti e tre si misero a cercare il mignoletto che venne ritrovato in un angolo tra la sporcizia.

due ore dopo amoruso zoppicante uscì dalla sala operatoria. "allora, sul caso ljs?", chiese poirot con l'alito che sapeva di ciocoolato fondente. "senta poirot, ce l'ha un cioccolatino?", chiese amoruso. "no", disse poirot. "e allora vaffanculo", repicò amuroso allontanandosi, zoppicante, verso il sole che tramontava dietro la oviesse.