La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

amoruso e le costole del vate.

era giunto il buio ad annullare ogni ombra naturale, e innaturali s'allungavano quelle che prodotte dai lampioni andavano arrampicandosi sui muri dei palazzi, strisciavano sull'asphalto, inseguivano le poche auto di passaggio di quella notte di fine agosto. di tanto in tanto, non vista, un'ombra si muoveva per grattarsi il naso, per sgranchirsi una gamba o per flettere la schiena indolenzita dalla continuata immobilità. amoruso dormiva un sonno simile alla morte sognando incubi che parlavano di insetti e di misteriose presenze quando il campanello di casa venne schiacciato da una mano guantata trillando insopportabilmente. amoruso non aveva alcuna intenzione di aprire, a quell'ora: si girò sull'altro fianco sbuffando e si schiacciò il cuscino sulla testa ad attutire il fracasso del campanello che ad un certo punto finalmente smise di suonare per lasciare il posto ad una granucola di colpetti, un bussare insistente e martellante. amoruso si girava nel letto come una fettina panata sulla padella evitando ostinatamente di prendere atto della situazione, fino a che riprese il trillo del campanello e si alzò.

ascoltò lo splat splat dei suoi piedi fino alla porta e dovette averlo udito anche il visitatore che, finalmente, sospese la sua mengeliana tortura. tra tre secondi scarico un caricatore contro la porta. uno... due... disse perentoriamente amoruso. non spari, ho qualcosa per lei: lavoro., disse una voce femminile quanto anziana attraverso il tamburato dell'uscio. la parola lavoro era irresistibile in quel periodo di magra ed amoruso aprì la porta per vedere un'anziana signora fissarlo negli occhi, poi guardare all'altezza della sua vita in un dilatarsi di pupille e dopo un istante tornare a guardarlo in viso. solo allora realizzò d'essere nudo.

mi dica, chiese amoruso alla vecchia dopo averla fatta accomodare, essersi vestito alla meno peggio ed accomodato a sua volta. ho qui questo pacchetto per lei, rispose la cadente ma dignitosissima signora, che aggiunse: deve portarlo al vittoriale, le darò cento euro. amoruso prese il pacchetto e lo aprì rimanendo a bocca aperta. la signora sorrise: sono le costole di d'annunzio, una preziosa reliquia per me. me le donò dopo una notte di passione ed adesso che sento di essere prossima a lasciare questa terra desidero che vengano conservate al vittoriale. ce le porterà? è importantissimo per me. la razionalità di amoruso disse di no, ma il suo costante bisogno di denaro le diede un pugno sul naso e la bocca, di concerto con la lingua, disse di sì. la vecchia sembrava soddisfatta, sganciò un biglietto da cento nuovo di bancomat seguito da un altro sul palmo di amoruso che non aveva accennato a chiudersi, quindi se ne andò accomiatandosi con un mi raccomando! e lasciandogli un biglietto da visita: contessa muti.

amoruso se ne stette un po' di tempo con le ossa in mano e gli angoli della bocca piegati all'ingiù. annusò le ossa: non puzzavano come temeva, anzi, la vecchia doveva lustrarle e profumarle ogni giorno. il profumo era di rose e amoruso pensò all'inzizio del piacere, quindi scrollò il capo, e cercò di immaginare un posto dove conservare la reliquia. in casa no di certo che portano sfiga. disse tra sè, e le appoggiò sul davanzale della finestra . si riaddormentò in breve tempo e riprese i suoi incubi nel punto in cui era stato costretto a lasciarli. un rumor di croste lo svegliò che era giorno fatto. sulla faccia la bocca si stirò in un sorriso al ricordo della vecchia e soprattutto dei duecento zecchini, mentre il rumore, quasi un franger di biade, si portò sempre più acceleratamente al centro dei suoi pensieri. voltò di scatto il capo per vedere l'ultimo pezzetto di costola divorato da ugo, il cane dei vicini, che con le anteriori appoggiate al davanzale faceva colazione con una espressione compiaciuta.

con la morte nel cuore qualche ora dopo amoruso, col suo vestito migliore indosso e un mazzo di margherite per il quale aveva speso i duecento euro ricevuti, o meglio quel che rimaneva di essi dopo detratto l'importo di un conticino in sospeso col pusher che ristava incagliato da troppo tempo, suonò al campanello di villa muti. chiesto ad un maggiordomo sosia di boris karloff di poter vedere la contessa, questi rimase dapprima irrigidito, quindi proruppe in un pianto dirotto andando a nascondere il faccione nel cavo della spalla di amoruso: la contessa è morta stanotte! gemette. amoruso, impassibile, attese che il maggiordomo smettesse di piangere la vecchia con una partecipazione forse maggiore di quella mostrata a suo tempo da gilgamesh nel compiangere enkidu, quindi consegnò i fiori al maggiordomo, gli disse di farsi forza e tornò a casa a terminare la centrifuga alla lavatrice nella quale ugo stava espiando la sua colpa.