La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

il fu amoruso.

la capanna era piena di una nebbiolina dall'odore dolciastro. alla fioca luce del braciere posato sulla terra battuta in posizione centrale le figure umane mollemente distese a raggiera intorno ad esso, su stuoie di canne, fumavano da lunghe pipe. visto dal buco centrale del tetto di foglie di palma il contenuto della capanna ricordava il quadrante di un orologio. amoruso aspirò un lungo tiro. lo soffiò lentamente. poi vuotò la pipa e la caricò con una nuova pallina d'oppio. il tutto richiese almeno quaranta minuti, ma amoruso non sembrò mai annoiarsene o aver fretta. caricata la pipa l'accese e tornò a chiudere gli occhi.

spira con vento di scimmia la rabbia ventosa del dragone verde. gli occhi son di bragia, il cuor nerocarbone. lì, sotto lo sciamma della caldarrostaia. lì sorradendo i tetti con furia distruggitrice. uno squarcio nel cielo: l'angiol divin che suona la sua tromba. l'accende. se la fuma. il dragone viene sbriciolato da due polpastrelli e soffiato via da due labbra vermiglie appena dischiuse. si sta come foglie d'erba a maggio in riva all'aniene. zang. tumb. tumb. su', più su' sulla montagna fredda!


quando, allungando la mano, amoruso non sentì più la confortante presenza di palline nella sua ciotolina decise che era arrivata l'ora di alzarsi. uscì dalla capanna in mutande: gli avevano rubato tutto. a piedi nudi si avviò per un sentiero della jungla fino alla strada asphaltata. di lì ottenne un passaggio da un vecchietto su quella che una volta doveva essere un'ape car. venne lasciato davanti alla casa di ciun lai, un cuoco cinese che aveva conosciuto molti anni prima. il cinese uscì di casa con lo sguardo sgranato: "amoluso! amoluso! tu vivo! io glande gioia!". abbracciato amoruso il cinese lo portò dentro e gli raccontò dello tsunami che nei giorni del suo delirio aveva colpito la costa provocando centinaia di morti tra i turisti.

"uno tsunami?", disse amoruso. "sì, tsunami. tu molto foltunato!", fu la risposta del cinese. "centinaia di vittime?", continuò amoruso. "migliaia! folse milioni!", fu la replica del muso giallo. "io sono morto.", affermò amoruso. "no, tu no molto amoluso, tu vivo!", disse il cinese con la faccia di quello che non si fa coglionare. "no, io morto ciun lai. io morto. se dici a qualcuno che m'hai visto ti taglio l'uccello, lo affetto fino fino come la mortadella e te lo faccio mangiare.", amoruso queste ultime parole le disse a pochi millimetri dalla faccia del cinese, badando bene a sputazzare. "ah, celto! tu molto! molto molto! tlanquillo!", disse il cinese che finalmente sembrava avere capito.

amoruso si fece restituire il portafogli lasciato per prudenza al cinese, ne trasse cinquecento dollari, ne diede cinquanta al suo ospite e si raccomandò: "allora io mi vado a fare un altra settimana di chiusa. te fatti i cazzi tuoi. quando torno bisognerà che tu vada in italia che c'ho una assicurazione sulla vita che ci sistema a tutti e due. però mo' mi vado a riposare alla fumeria. nun fa' cazzate.". "no cazzate.", disse il cinese con gli occhi chiusi e le dita a mo' di scout. amoruso si grattò il culo, scaracchiò e mormorò tra sé e sé: "fosse la vorta bbona...", girò il culo e uscì, sperava che finalmente fosse a riveder le stelle.