La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

blu sangue.

alle tre e quaranta del mattino amoruso si solleva a sedere sul letto, gli occhi chiusi. si alza, si mette in mezzo alla stanza, le spalle curve, allunga una mano verso un onirico visitatore, la stringe a vuoto scrollandola vigorosamente, quindi si mette a sedere al tavolo. si rialza, scosta la sedia di fronte a lui invitando l'immaginario interlocutore a sedere e si risiede. resta seduto, con la testa appoggiata al braccio per una mezz'oretta, quindi si rialza, ristringe la mano a vuoto e si rimette a letto mormorando: "...'shto shtronso.".

una giornata di sole non in grado di riscaldare l'aria, data l'ora presta, faceva da cornice alla villa dei baroni di sassorado. il volo imprevedibile di uccelli iperattivi sorradeva i vigneti che rivestivano le colline circostanti con una compattezza che neanche il muschio ambisce raggiungere. amoruso scese dall'auto e suonò il campanello. se c'è una cosa imbarazzante sono i campanelli che, al suonarli, non danno al sonatore alcun riscontro: amoruso tornò a pigiare dopo neanche dieci secondi. e ancora dieci secondi dopo.

lungo il vialetto che portava dalla villa alla cancellata, circondata da bloodhound fulvi in vena di festeggiamenti, scendeva a passi lunghi quella che l'abbigliamento sembrava indicare come la governante:

"si?".
"amoruso, sono atteso.".
"ah, è lei, si accomodi, scusi ma oggi ci trasferiamo e...".
"nema problema.".
"cosa?".
"no, niente, fa niente.".

la domestica fece accomodare amoruso nel salone dove venne raggiunto dalla baronessa e dalla figlia di questa. la baronessa era quanto di più simile ad un insetto stecco amoruso avesse mai avuto modo di vedere: magrissima e rugosissima, nonostante non dovesse avere più di cinquant'anni, nel suo tailleurino rosa di chanel. la figlia della baronessa, una dodicenne all'apparenza, teneva in mano il coniglio più grosso che amoruso avesse mai visto.

"mi scusi", disse la baronessa ad amoruso per poi rivolgersi alla figlia: "allora: tieni questo scatolone, serve per trasportare pippo, non vorrei che scappasse in giro per la bentley scagazzando". nel parlare aveva porto alla bamboccia uno scatolo dentro il quale il coniglio sarebbe entrato con i margini di tolleranza di un cadavere nella cassa da morto; mentre diceva "scagazzando", la baronessa fece una faccia schifata ammiccando ad amoruso, che nel frattempo fingeva un interesse morboso per la punta delle mecap che portava ai piedi.

la baronessa ed amoruso lasciarono la pupona nella sala per spostarsi nello studio. "...allora, amoruso, l'ho fatta chiamare per...", il telefono cominciò a squillare, "mi scusi ancora", disse strabuzzando gli occhi l'avvizzita dama, "pronto? si? un attimo...". con gli occhi atteggiati a preghiera la baronessa chiese: "amoruso, mi scusi davvero, è un urgenza potrebbe attendere di la per qualche istante?".

amoruso rientrò nella sala. giocherellò con i soprammobili radunati per essere imballati. lesse le targhe ancora appese al muro: cavalierati, priorati: roba da feudalesimo. gli occhi gli caddero sullo scatolo poggiato sul tavolo: "lì dentro soffoca,eh...", pensò. si avvicinò. prese un paio di forbici poggiate su un mucchio di carta da imballaggio. sollevò le forbici per fare dei buchi per l'aria allo scatolo e le abbassò repentinamente sul coperchio per forarlo. lo scatolo ebbe un sussulto che fece sgranare gli occhi ad amoruso e gli spinse all'ingiù gli angoli della bocca. "vaccatroia...", disse amoruso risollevando le forbici e pulendone la lama con l'interno della giacca di tweed guardandosi intorno circospettosamente. in quel momento la porta dello studio si riaprì e la baronessa riapparve, quasi come in un "evoca necrospettro" a magic.

"mi scusi eh...", disse la zombie ad un amoruso al quale tremavano le labbra. "...ehm... se-senta baronessa, m-mi scusi m-ma...", zagagliò amoruso rinculando verso la porta, "...m-ma devo proprio...". amoruso, appena sulla soglia, fece dietro front e cominciò una corsa a lunga falcata verso il cancello. dietro di lui si alzò dopo un istante la canizza dei bloodhound. amoruso tenne duro e li mantenne a distanza per tutto il viale, sollevando nella furiosa corsa un polverone come quello che si vide solo, un giorno, dalla fortezza bastiani. saltò il cancello come neanche il bubka dei tempi migliori. sputò un pezzo di polmone. si reinfilò in macchina e da quelle parti mai nessuno lo vide più.