amoruso ed il calzolaio.
amoruso aprì gli occhi ed urlò. un dolore mai provato prima saliva dalle sue gambe come se fossero immerse in olio bollente. nell'istintivo alzare gli occhi al cielo urlando s'accorse di avere i polsi legati ad un gancio, sopra la sua testa. riabbassando gli occhi per cercare l'origine dell'insopportabile sofferenza tornò a svenire: dalle sue gambe pendevano lembi di pelle a larghi rettangoli lasciando scoperto il derma in alcuni punti fino ai muscoli. un cagnolino dal pelo incrostrato di sangue rappreso si accaniva su un brandello di pelle tentando di strapparlo scrollando la testa.
due giorni prima amoruso aveva ricevuto una telefonata da parte del cav. bechelli, un ex dipendente sip che aveva fatto poi fortuna commercializzando carne di lama dal perù: "tenera, mai grassa: carni bechelli, ad uno sputo da casa tua!", seguiva la scena di un lama verde che sputava. bechelli lo aveva invitato nel suo studio, dove amoruso aveva prima appreso che la di lui cognata era stata una delle vittime del calzolaio e poi ricevuto una lettera di incarico per una indagine privata e diecimila euro. per qualche istante amoruso pensò si trattasse di soldi del monopoli: non aveva, a due anni dall'entrata in vigore dell'euro, mai visto un biglietto da cento o addirittura cinquecento.
riaprì gli occhi. urlò di nuovo. un uomo vestito di nero gli stava facendo una iniezione nel cavo del gomito. "questo ti calmerà il dolore. comunque la superfice scuoiata è molto vasta e si sta infettando. non dovresti averne per molto. e tu porta via quel cane...". amoruso sentì sapore d'amaro salirgli alla bocca, ed effettivamente il dolore cessò. era in una stanza buia, con dei faretti che puntavano sul suo corpo nudo appeso al soffitto con un gancio da macellaio al quale erano legati i polsi. l'uomo di fronte a lui indossava una dolcevita nera, pantaloni neri ed aveva mangiato, a giudicare dall'alito, bagna cauda. "uno che mangia bagna cauda non può essere una brava persona.", pensò amoruso. cercò di riepilogare, in quella sosspensione del dolore, gli ultimi accadimenti.
amoruso aveva pagato adelina marturano, mignotta barese trasferitasi nella capitale con una trousse piena di speranze ed una convocazione per le selezioni per il grande fratello e poi, più prosaicamente, passata a far pompini nelle piazzole del raccordo, l'aveva pagata per fare da esca al maniaco. per una settimana di fila adelina aveva passeggiato sotto i cavalcavia del raccordo, zona di caccia del folle omicida, mentre amoruso sorvegliava da lontano, in macchina, con un binocolo ad amplificazione di luce stellare comprato a via sannio da un sedicente ex generale dell'armata rossa.
"allora? va meglio?", disse alitandogli pestilenzialmente in faccia l'uomo in nero, che stando di spalle rispetto ai faretti aveva il viso in ombra. "bbocchinaro!", rispose amoruso in modo del tutto proditorio, dato che non riteneva di averlo mai conosciuto, almeno dal tono della voce, sebbene qualcosa... "amoruso, amoruso, sempre così poco urbano...". "falla finita. ammazzami e amen.", amoruso mentre rispondeva stava disperatamente cercando di ricordare quella voce da quale passato arrivasse, lottando contro il torpore dell'anestetico. "ammazzarti? hahaha con calma, amoruso, con calma. tu, ti ho detto di levarmi dalle palle quel cane!".
una sera, finalmente ma non troppo col senno del poi, amoruso vide una figura tra i cespugli che bordeggiavano il marciapiede sotto al cavalcavia. una figura vestita di nero. amoruso sentì di esserci, abbassò il vetro e gettò una miccetta seminuova fumata solo per nove decimi. "porcaputtana se non mi sbrigo l'ammazza...", pensò amosuso mentre vide l'uomo in nero [l'uomo nero?] sollevare sulla testa di adelina un tubo di piombo di una quarantina di centimetri. amoruso mise la mano alla chiave d'accensione dell'auto: in quel momento sentì un fruscio alla sua sinistra e subito, in un lampeggiare azzurrino, rimase immobilizzato dalla scarica di un pungolo elettrico per poi svenire.
amoruso lo aveva riconosciuto, non occorreva che, come stava facendo, si girasse a lasciarsi illuminare meglio il volto. era lui, bellamorte, sua nemesi, suo tormento. e, più volte, suo assassino. "bellamorte, li mortacci tuoi, una volta che avevo messo su' un lavoretto per un bel po' di grana...". la diabolica risata di bellamorte venne seguita da un urletto: "ha! i soldi, il denaro. come mi fate schifo voi, il vostro denaro, le vostre vite borghesi ed inutili... immagina come mi sono sentito io quando mi chiama un maniachello del sindacato di maggioranza dell'anonima criminale che, modestamente, presiedo, per dirmi che aveva alle calcagna niente meno che amoruso! quale migliore occasione per farti la pelle di nuovo...", disse "la pelle di nuovo" sottolineando il calambour con ammiccamenti degli occhi.
qualche giorno dopo il calzolaio aveva un set di mocassini nuovi, uno di essi, vezzosamente, sfoggiava un paio di baffi la' dove le college sfoggiano il loro famoso cent.