La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

il seme del palmarancio.

non amava la stazione termini. troppi barboni con gli occhi acquosi. un malodore fatto di tante puzze sottili, distinguibili nel bouquet: fleurs du mal [de vivre]? amoruso, le mani sprofondate nelle tasche dell'impermeabile, guardava col naso all'insù l'interno del dinosauro di montuori, calini, castellazzi, fadigati, vitellozzi e pintonetto: una squadra di calcetto c'era voluta per progettare quella gobba. la più bella stazione d'europa, l'aveva definita smith nel "the new architecture of europe". amoruso considerò quanta pubblicità al cemento armato ci fosse, in quella definizione: "st'erba mena!", concluse in modo solo apparentemente incongruo.

un uomo con un piglio militare, forse un russo a giudicare dall'aspetto, s'avvicinò ad una donna vestita elegantemente. amoruso notò un tizio che li fotografava, dal marciapiede opposto al loro. non sembrarono accorgersene e si baciarono. in quel momento arrivò, a distrarlo, il trafelato il ragionier grillini dei vivai grillini. "amoruso! finalmente! ma che ci fa quì? è il binario sei, mi segua, presto!". grillini con il suo passo corto, era un ometto di un metro e cinquanta, ma veloce, aveva un metabolismo più accelerato di quello di un girino, gli fece strada dandogli le spalle. amoruso, dietro di lui, gli faceva le facce con grande divertimento di un bambino di passaggio per guardare il quale a momenti venne beccato dal grillini che voltandosi chiese: "non è che ha dimenticato il biglietto?". "eh? uh! naaa.".

amoruso prese in consegna il pacchetto dalle mani sudaticce del ragioniere: "allora amoruso, il seme del palmarancio è rarissimo. mi raccomando, non se lo faccia fregare, sa, ci sono collezionisti disposti a tutto pur di...". "non si preoccupi.", tagliò corto amoruso. salì sul treno, s'accomodò sulla poltrona e s'addormentò. sognò di fondare una fabbrica socialista in italia, la fabbrica di trattori ottobre rosso. sognò che il lavoro vi fosse organizzato come in una comune anni settanta, con i ricavi utilizzati per attività dopolavoristiche interne alla fabbrica: piscine; discoteche; serre tropicali. sognò che gli affari andavano benissimo e tutti erano felici e producevano trattori in numero elevatissimo a costi irrisori e con una qualità superiore a quella media della concorrenza, mentre l'internazionale capitalista si mangiava le mani. a quel punto il sogno divenne un incubo e bombardieri usa giunsero a bombardare dall'alto infilando rosari di aerobombe nelle ciminiere, mentre i martelli di the wall ne calpestavano le rovine. a quel punto qualcosa lo svegliò.

era arrivato alla stazione di firenze, dove doveva scendere. s'affrettò a raggiungere l'uscita ma mentre attraversava un crocchio di persone in mezzo al passaggio tra i sedili un agente della polfer lo fermò: "ma è scemo? non s'è accorto che...". amoruso vide riversi nei sedili quelli che doveveno essere i cadaveri del militare russo e della donna elegante visti a roma. i loro bagagli erano stati messi sottosopra. cercavano qualcosa. "ma...", disse amoruso, subito interrotto dall'agente: "non posso crederci, ammazzano due persone mentre il treno percorre un tunnel e nessuno se ne accorge. e vada a sciacquarsi gli occhi, morto di sonno!". amoruso incassò non tanto per remissività o per evitare grane: era semplicemente fisso con lo sguardo alle due salme. sul pavimento, davanti ai loro piedi, una bottiglia di porto. un porto color champagne. si girò ed uscì dall'altra parte del vagone.

la stazione di firenze per quanto non fosse victoria station era sicuramente un posto migliore che non termini. amoruso aprì il pacchetto che aveva in tasca, tirò fuori un seme grande come una castagna d'ippocastano, se lo mise davanti agli occhi tenendolo tra il pollice e l'indice della destra e disse: "palmarancio: porti sfiga.". poi lo gettò in un cestino ed andò a guardare sul tabellone a che ora fosse previsto il prossimo treno per roma.

più che altro l'incipit, ovvero: amoruso e le tasche naturali.

seguimi: un uovo sodo, sbucciato a metà e con un morso che ne lascia vedere quello che una volta era stato il rosso ma che ormai e un neroverde; cenere di sigaretta; una cicca spenta; un incarto di un cheese burger del mac donald's con dentro due fettine di cetriolo riconoscibili come tali solo dal ris di parma; un coltellino dalla punta annerita; smoking de luxe; un foglietto con scritti dei versi poi cancellati e una ulteriore scritta che dice "stronza", circondata da freccine; un pezzo di specchio rotto; un elenco telefonico del 1986; residui alimentari; una bottiglia di fernet vuota a metà e piena per niente; un telefono di bachelite bianca che squilla; amoruso che risponde. "amoruso.". la voce dall'altro capo del doppino telefonico suona metallica, monotona: "amoruso?". "che fa? ripete? amoruso l'ho già detto io.". "...senta, è il convento delle suore della buona carità, sono la madre superiora, suor clotilde, volevo chiederle se può passare da noi più tardi.". "...della buona? dov'è che siete?". amoruso s'era istintivamente raddrizzato sulla poltroncina. residui di timor panico nei confronti delle monache, iniziati nelle mense dell'asilo e protrattisi fino in quinta elementare tornarono a galla: non si supera nulla, nella vita, lo si seppellisce e poi, ogni tanto, con le piogge, affiorano parti anatomiche ancora perfettamente riconoscibili. la monaca diede l'indirizzo ad amoruso.

i cipressi, sotto il cielo grigio di settembre solcato dal volo lento dei corvi, misero di buon umore amoruso. amava l'autunno. l'unica stagione in cui il tempo metereologico ed il tempo della sua intima desolazione battevano in perfetta sincronia. in cima alla collina, sulla nomentana, il convento si stagliava, con le sue mura di mattoni scuri, sulle nuvole che scorrevano verso est con una velocità insolita. "insolitamente veloci.", pensò infatti amoruso. poi pensò che aveva sete ed aprì il cassettino del cruscotto. dentro ci trovò delle boccettine di amaro per camionisti, che tracannò d'un fiato. era un periodo che c'andava pesante e sinceramente l'alcool era il meno: la sera prima aveva cenato con un'arancia alla messicana e l'ultima cosa che ricordava era d'aver detto "caaaaazzo.", e dopo fu le deluge.

accostò al cancello e sgranò gli occhi pensando di avere l'alito pesantissimo, 5 g, e puzzolente d'alcool. si mise a cercare delle gomme che aveva comprato tanto di quel tempo prima che ormai erano fuori produzione. le cercò ovunque, sotto i tappetini, nelle giunture tra i cuscini dei sedili, nelle bocchette dell'aria. niente. in compenso trovo dieci euro, cinquantamila lire col caravaggio, una boccetta di EN, ed una foto porno con mercedes amber che si infilava due bottigliette di coca cola nelle sue tasche naturali. la foto lo colpì: ce l'aveva nell'armadietto del militare, come era possibile che si trovasse lì? smise a metà il pensiero: niente gomme, cazzo. decise di parlare poco. mai, se possibile.

"amoruso, ho sentito parlare di lei da padre celestino...". la suora rimase in attesa di una risposta. amoruso tenne duro. dopo quattro minuti la suora ripetè la domanda. amoruso rispose: "mh!". un "mh!" convinto, ottimista, direi quasi solare. un "mh!" che avrebbe ridato vita ad un cieco e la vista ad un morto. "senta amoruso, veniamo al sodo. c'è una nostra novizia. non ci ha mai parlato del suo passato, ma noi abbiamo il dovere di conoscerne i trascorsi. vorrei chiederle se vorrebbe... come dite? indagare?". "mh!". "mh? accetta?". "mh-mh!". "ah, grazie, questa è una fotocopia della sua carta d'identità, tenga, quanto tempo ci vorrà? e quanto denaro?". disse denaro così come uno che non scopa da tre anni dice fica. amoruso guardò la foto. il viso sembrava... era... ma... certo è che la coca cola alla lunga stanca, evidentemente.

"ci vuole poco madre, e niente soldi, la sua novizia la conosco già, è, coincidenza, una mia lontana cugina e viene da una famiglia onestissima, le garantisco che anche indagando per un anno non troverei una sola pecca nella sua vita.". la suora fece degli strani occhi. tentò due volte di sboccare. sussurrò "va bene, va bene... non le rubo altro tempo...". credo che l'alito di amoruso cominciasse a rispecchiare lo stato del suo fegato. due mosche che erano fuori dalla finestra cominciarono a picchiare sul vetro nel tentativo di entrare. amoruso salutò, ma con un gesto, la vecchia suora e ripercorse all'indietro il tragitto nel convento verso l'auto.

uscendo estrasse l'agendina nera con l'elastico e con un mozzicone di matita segnò: "memo 281022: comprare gomme".