La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

amoruso date.

nel momento stesso in cui amoruso s'accorse di guardare qualcosa nella tazzina quel qualcosa, che non era un fondo di caffè ma piuttosto un idea, un sogno, un incubo, sparì. la ragazza lo fissava, dall'altro lato del tavolino, con gli occhi sgranati. quanto tempo era che s'era fissato? da quanto stava in silenzio? che faccia aveva fatto per indurla a guardarlo così? bisognava senz'altro superare quel momento di empasse. parlando, ad esempio. "mia madre mi portava a vedere i film di bruce lee. però veniva anche mia nonna e nei momenti di combattimento mi metteva una mano davanti agli occhi. una sorta di censura. ho capito di cosa parlassero 'sti film solo dopo i diciotto anni. fino ad allora alla gente che mi parlava di quanto fosse noioso il cinema sovietico ribadivo dicendo che quello cinese era ben peggiore: nei film di bruce lee non succedeva mai un cazzo, una noia mortale. mi guardavano in modo strano, come te adesso.". la ragazza non cambiò minimamente la sua espressione facciale, solo alcuni capelli le si rizzarono in capo in modo lento e buffo.

"sai cosa? sono convinto che molta gente viva una realtà dimezzata. vedono quello che vivono, lo ascoltano, assaporano, toccano, odono. ma non lo pensano. non masticano la realtà, la mandano giù intera. è come vivere a metà, no? come si fa a non masticare?". la ragazza si alzò, ficcò il cellulare nella borsetta luis vuitton con i loghi colorati in varie tinte, lo fissò per un secondo e uscì per sempre da quel cafè e dalla sua vita.

amoruso rimase ancora un po'. ordinò un pernod che si fece allungare col prosecco, pagò il conto, si alzò e si fece a piedi tutto il lungo tevere. "il tevere non sta mai fermo un secondo, cazzo.", pensò. chiamò un taxi libero di passaggio e si fece riportare davanti al cafè di prima. rimanendo nel taxi guardò il locale da fuori, per dieci minuti scadenzati dal ticchettare del tassametro. "lei è di roma?", chiese ad un certo punto il tassista. "io?", rispose amoruso, "no, io no, e lei?".

S.D.

sei biglietti del bus.

avevo appena finito di spremere mezzo limone nel four roses e stavo spolverandolo con un cucchiaino di zucchero di canna quando il telefono in bachelite nera cominciò a trillare: "sì, sono io."; "omicidi?"; "rasta?"; "naziskin?"; riattaccai la cornetta e rimasi per qualche secondo a godermi il momento: la polizia che non si risparmiava mai di cacciarmi dalla scena d'ogni crimine mi chiamava per avere aiuto.

scrollai il capo, infilai i ginz cercando di non zipparmi la cappella, annusai tre magliette prima di scegliere la meno puzzolente, infilai a ciabatta le tobacco dal tallone appiattito a mo' di espadrillas e scesi in strada a prendere il 38 barrato per il commissariato di zona. poi risalii: avevo dimenticato portafoglio, occhiali da sole e telefonino.

il commissario mi accolse nel suo ufficio dove già sedevano il questore ed un tizio che non avevo mai visto prima. "amoruso, senta, io non avrei mai voluto chiamarla, ma le sue adiacenze con gli ambienti dell'estr...", non lo feci finire, girai i tacchi, anzi, i calcagni, ed allungai la mano verso la maniglia della porta. "si fermi, amoruso, la prego...". mi pregava. il questore. tornai a girarmi. il commissario sbuffò e riprese: "senta, c'è qualcuno che spacca crani ai rasta di roma, a chiunque abbia in testa le treccine...". "dreadlocks...", lo corressi. "dread... cosa?". "no, nulla, vada avanti.". "ecco, vada avanti da lei: chi è che spacca crani ai negri?". "i fascisti?", dissi senza muovere un muscolo del viso. "ecco, esatto. perchè non prova a vedere se riesce a sapere qualcosa?". "ci proverei anche, ma attraverso un... momento no, finanziariamente parlando e...". il questore da dietro mi infilò i mignoli delle mani nelle narici, mano destra narice destra, mano sinistra narice sinistra. e cominciò ad allontanare le mani. "...e farei lietissimo ti foter follapporare.".

la sede era come me la ricordavo. le pareti del bunker coperte di bandiere della rsi, qualche gagliardetto, vecchi poster. un ragazzetto stava usando il retro di quelli con "europa nazione: rivoluzione!": avrei voluto dirgli che erano quantomai attuali anche nel fronte, ma poi in fondo quell'ambiente m'aveva schifato e fatto giurare che mai più: mi feci i cazzi miei. "uh! amoruso! cazzo fai? ti sei redento? t'hanno disereticizzato?". omar era come me lo ricordavo: una specie di vichingo basso. forse un po' ingrassato s'era tagliato i capelli che, biondi, portava lunghi sulle spalle. l'età.

"vichingo! niente di tutto questo, guarda, sono per lavoro. la storia dei rasta.". "ma sei diventato uno sbirro? guarda che noi non...". "lo so, figurati, siete diventati tutti democratici...". il ragazzetto alzò gli occhi e fece la faccia feroce: manco gli avessi insultato la madre. "non è che c'hai una dritta? quelli sono teste di cazzo, omar, se ne zincano ancora uno mi sa che ti ritrovi quì fuori pure il settimo cavalleria...". "senti amoruso, le cose sono cambiate, c'è gente strana, inutilmente violenta. io non so un cazzo, ma ho sentito che al tiburtino terzo hanno aperto una loggia del klan...". "il klan? in italia?". "eh, l'hanno portato gli americani, con la coca cola, i mac donald e l'obesità...". rido. ci diamo l'avambraccio. piglio il primo bus per la tiburtina.

sull'autobus, di fronte a me un rasta. sorrido pensando che sarebbe una buona idea seguirlo, ma il tricotico nero se ne accorge ed a questo punto ci manca solo che mi metta a seguirlo per ritrovarmi col suo black bamboo tra le chiappe. scendo alla fermata successiva, il rasta mi segue. che l'imbecille abbia confuso il mio baffo con quello di freddy mercury? allungo il passo. lo semino. o meglio sparisce, perchè in quel secondo è impossibile che... torno indietro. giunto all'angolo lo vedo. è per terra con una faccia terrorizzata, su di lui si erge un colosso con un tubo di piombo da un metro stretto tra le mani. pronto a calarlo sulla testa di 'sto jimi cliff dei poveri.

"fermo! ahò...", gli dico mettendo mano alla pistola che però, essendomi stata rubata anni prima, non riesce a consolarmi. il tipo si gira. il tatuaggio sull'avambraccio me lo conferma come aquila bianca del klan. cazzo, ma allora è vero. il klan a roma. puttana eva. "senti bello, grancalma, posa quel tubo e la facciamo finita, ti mettono una bella camicina bianca e...". il primo colpo mi sfiora la tempia, il secondo mi piega il tubo sulle costole. sto per stirare le zampe, cado in ginocchio e gli vedo le palle all'altezza della mia faccia. gliele azzanno. il tipo ulula. ulula forte, gli cade il tubo dalle mani. prova a darmi dei cazzotti in testa ma io serro ancora più forte e chiede pietà.

"è colpa loro, cazzo, credimi. 'sti cazzo di rasta a forza di cantare "brucia babilonia" ed auspicare la fine di babilonia stanno proiettando energia negativa nel cosmo metafisico, con le conseguenze che vedi da te. cazzo dai, possibile che non capisci?". il tipo s'è ridimensionato. s'è seduto e si massaggia il pacco. il rasta dev'essere scappato mentre lottavamo. "non capisco? senti bbello, te sei fuori come... come. io chiamo le guardie.". "no, non dai. baghdad, la guerra in iraq, deriva tutto da questa negatività, per dio. possibile che tu non capisca? questi predicano la fine di babilonia e babilonia sta finendo davvero. fermare la guerra significa fermare 'sti cazzo di rasta.". ero interdetto. basito. capivo cosa dicesse, ma cazzo era una storia assurda. assurda. tanto da poter sembrare plausibile.

"allora te te ne resti quì e se fai lo stronzo", "ahem!", m'interruppe padre celestino, "scusi padre, se fai il *biricchino* io torno e vai al gabbio, chiaro?". "chiaro.". l'aquila bianca non sembrava affatto male, col saio i sandali e la chirica. l'avevo portato al convento dei francescani, a monte quadrato. se i rasta proiettavano negatività meglio che zincarli era pregare per annullarla con la positività. e dove meglio che non in un convento francescano? salutai padre celestino e me ne tornai a roma.

qualche giorno dopo il caso dei rasta zincati sparì dalle prime pagine dei giornali, il commissario non si fece sentire ed il uischi sour m'andò a noia.

amoruso p&d.

le ombre della sera cominciano ad allungarsi sul parco dell'appio claudio, mentre pisciatori di cani ammirano con coprofilo compiacimento i risultati degli sforzi dei loro adorati pet. il solito, sotto al cielo di roma.

la mano di amoruso sul lenzuolo sgualcito ed umido per la sudata notturna comincia a muoversi come un ragno in perfetta autonomia. ispeziona la superficie del letto, si sofferma nei crateri provocati da sigarette lasciate cadere dalle labbra ancora accese e finite di bruciare tra il lenzuolo ed il materasso, a volte giungendo al pavimento: sindrome cinese. fruga nei crateri. in uno, più profondo degli altri, si ferisce su una molla lasciata scoperta dalla combustione. il corpo di amoruso rimane immobile ed indifferente. la mente di amoruso è assente giustificata. il ragno riprende la sua passeggiata lasciandosi dietro una strisciata porporumida. altra buca, altra ispezione. all'ultima buca un mozzicone attiva il ragno che rapidissimo porta alla bocca il fumabile residuo: amoruso apre gli occhi; accende; dice: "merda.". la stanza non è molto dissimile da un bunker tedesco sul canale della manica colpito da un 385 da marina durante lo sbarco in normandia. su una parete campeggia un "P&D". amoruso vorrebbe spegnersi di nuovo mentre sbuffa un fumo puzzolente dal mozzicone macchiato di sangue. in quel momento suonano alla porta. amoruso si alza per ricadere a causa di un giramento di testa. si rialza, ricade. risuonano. amoruso caccia un "porcamadonna arrivo!", ed incredibilmente arriva. apre la porta. il viso di un vampiro nell'iconografia che nosferatu c'ha lasciato fa esclamare un "ah!" ad amoruso. il vampiro invece urla proprio. i due rimangono a fissarsi attraverso la fessura della porta per un lungo minuto. "desidera?", riesce a sbiascicare amoruso. "no, niente, guardi magari ripasso.".

amoruso richiude la porta, arriva in bagno, guarda allo specchio e non vede assolutamente niente. non lui, non la parete dietro di lui. niente. un niente bianco. poi sente umido sotto ai piedi e s'accorge che lo specchio è in frantumi sul pavimento e che lo sta calpestando da un po'. è in occasioni come queste che una persona assennata capisce che ci sono limiti a tutto e che un cavallo azzoppato è sempre meglio abbatterlo. la finestra aperta è un'invito che è difficile non raccogliere. amoruso balza fuori a piè pari. si apre ad angelo e, davvero, in quel momento è bellissimo. precipita per otto piani ripetendosi: "nulla è vero e non è vero niente.". quindi si schianta sulla crapa pelata e bianchiccia del nosferatu di cui sopra, appena uscito dal portone borbottando: "...ma tu guarda che razza di matto...".

ora il vampiro è, si sa, immortale, amoruso miracolosamente non s'è fatto un cazzo: si rialzano. si fissano negli occhi. quindi amoruso dice: "sicuro non voglia parlarne ora? no, perchè...". le ombre continuano ad allungarsi, a diluirsi nella notte, a sciogliersi in essa. i pisciatori di cani hanno la moglie in vacanza e fissano con occhi sgranati merceds ambrus che invita a chiamarla ora. nulla di nuovo, in fondo: il solito, sotto al cielo di roma.