La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

amorusophone.

"è l'umidità.", concluse amoruso al termine di una serie di ragionamenti circa la malinconicità di certe variazioni su mahler che stava eseguendo al didgeridoo. era uscito dall'abbaino e s'era messo ad accompagnare certi gatti che dimostravano innegabili capacità di improvvisazione. tanto non sarebbe riuscito a dormire e l'alba era prossima. alle prime luci i gatti gli avevano dato il cinque e se n'erano andati a dormire. lui era rimasto. con mahler. la notte lo aveva lasciato acceso, invece di spegnerlo e davvero ora si trovava a guardare l'alba per la prima volta dopo tanto, tantissimo tempo. di solito arrivava a casa, si faceva una doccia e sveniva sul letto. stavolta no. s'era fatto un miccione e mentre fumava aveva sentito i gatti partire con uno struggente "nobody knows [the troubles i have]". rientrò in casa stando attento a non rompersi l'osso del collo cadendo giù dal tetto.

"c'è più umidità del solito. e questo odore, come di panbrioche.". s'infilò sotto la doccia e si godette il passaggio dall'acqua fredda a quella a temperatura più sopportabile. aprì la bocca alzando la faccia al getto per sciacquarsi via quel residuo di sapor d'elettrico che la notte ancora non aveva portato via. in quel momento pensò che il didgeridoo andrebbe suonato sotto la doccia, al posto del canticchiare. pensò a didgeridoo subacquei. ai pesci palla. ai pesci scatola. alle olive all'ascolana come le fanno al gallo d'oro di ascoli piceno.

si svegliò al suono lontano del cellulare. si alzò dal piatto doccia smadonnando contro la sua gamba destra, che s'era addormentata, chiuse la doccia e ne uscì. intraprese un violento corpo a corpo con l'accappatoio che alla fine cedette ed acconsentì a farsi indossare. "pronto?". non aveva fatto in tempo: dall'altra parte avevano evidentemente attaccato. se ne tornò in camera, era ormai mattino inoltrato. accese la tv. la spense. la riaccese perchè aveva visto qualcosa.

la tipa stava pubblicizzando il suo ultimo film: "puttana è la speranza sopra ogni cosa.", da un racconto di un certo vudù cialdaro, un oriundo italoamericano. aveva un cappuccio nero in testa; un cappellino anche nero; la voce: la voce stupenda, strascicata come orecchiette pugliesi fatte a mano; la faccia: la faccia di chi se ne frega di sembrare perchè troppo sembra e quindi è. quest'ultimo pensiero gli fece scoppiare un fortissimo mal di testa. le disse: "io te amo", mentre spengeva la televisione.

proprio in quel momento risuonò il telefono. "pronto?", la voce al telefono era... era lei... "oi?": disse amoruso con una certa esitazione... "scherzetto!": la risata di Bellamorte, suo nemico giurato e nemesi, echeggiò tra le centraline telecom fino al suo orecchio e di lì al cervello dove una vena esplose. non crepò subito: prima pensò che forse l'umidità col didgeridoo non interferisse più di tanto.

tanto resuscita, il minchia, non crediate sia finita.

amoruso e i caccaculo. [omaggio a supermaz]

stavo male del solito dolorelento, guardavo tv senza vederla. ero preso dallo sniffing dei miei flussi di coscienza con lo scopo di trovare una serie, una sequenza: il bug. "(...) o te tu c'hai l'amore; o te tu ti droghi; o te tu vai alla neuro. cazzo, penso in toscano. strano.". all'improvviso una frase del mezzobusto incravattato mi scosse: "...allarme al quartiere tuscolano: i caccaculo ne hanno preso il controllo, la polizia è in tilt. migliaia le telefonate ai centralini degli ospedali. centinaia gli intossicati. il ministro...". saltai in piedi: i fratelli caccaculo! li avevo fatti arrestare sei anni prima, come potevano essere di nuovo in libertà? mi tuffai con un carpiato nel cesto dei panni sporchi, agitai braccia e gambe e ne uscii vestito. in modo improbabile, ma vestito. l'auto non s'accese che al terzo tentativo, con uno scoppio e una fumata lillà che soffocò un gattino di passaggio. ripensai a quei tre bastardi: peto, merdolo e tarzanello caccaculo: i tre più pericolosi criminali che roma abbia mai conosciuto, peggio del canaro della magliana, peggio del gobbo e della sua banda. accelerai. accesi lo stereo e cominciai a cantare "hari khrishna" con nina hagen.

ripresero i flussi, incontrollabili ed incontrollati: "...'ste donne con cui s'è parlato per intere notti: ma che cazzo gli ho detto? cos'avranno pensato di un ragno coi baffi che parla in modo strano di cose strane sembrandone convintamente dubbioso? s'affascina? sicuro è che non si tromba. non che sia importante, ma magari sotto c'è qualcosa di importante. lei non c'è. lei non verrà. a parlare agli angeli si perde tempo. parlare: il bug? zitto. devi stare zitto. poni, o signore, un cancello alle mie labbra ed un guardiano alla mia bocca...".

arrivai in piazza del quadraro sotto un cielo arrossato da tramonto emorragico. la piazza era deserta. era un merdaio come solo i caccaculo sanno fare: merda ovunque; le facciate dei palazzi coperte di liquami puteolenti; per terra una fanghiglia di scorie azotate nella quale mi toccò sprofondare le clark con una serie di "sciack" e di "squack". sceso dall'auto gridai: "fratelli caccaculo! venite fuori con le mani alzate! nUn fate cazzate!".

nella piazza la frase echeggiò per alcuni istanti galleggiando nel silenzio. poi, come calandosi da una nuvoletta di passaggio, appesi a funi da alpinista apparvero i caccaculo. indossavano mute stagne da sub e sulle spalle portavano degli spargiconcime di ultima generazione. toccando terra in velocità sollevarono un'ondata di merda che mi travolse. mi risollevai in piedi. mi tolsi un po' di merda dagli occhi e misi mano alla pistola. la pistola non c'era più, al suo posto, portato dall'ondata, uno stronzo mi si squagliò in mano. mi sentii perduto. e realizzai. realizzai che di lei non me ne frega un cazzo. che morisse. schiattasse. andasse a 'fanculo. realizzai che ci sono cose più importanti. quali fossero non me lo seppi dire, ma non era importante.

tarzanello caccaculo, il minore, si sganasciò dalle risate, aveva le convulsioni nel vedermi guardare stupito la mia stessa mano caccosa dalla quale pendeva, ancora appiccicato ma per poco, lo stronzo trovato in fondina. "non fate gli stronzi!", dissi. fu la fine: la frase ebbe su di loro un effetto potentemente esilarante: peto e merdolo si guardarono e cominciarono a ridere di brutto. tarzanello aveva le convulsioni. caddero in terra comprimendosi il ventre. dopo pochi istanti erano affogati tutti e tre nella loro stessa merda. avevo vinto. per quel che conta vincere per uno che ha già perso quella cosa che era poi così importante.

rimasi per qualche istante a guardare i corpi galleggiare mentre un elicottero della polizia ci sorvolava. cominciarono a sentirsi, di lontano, arrivare le sirene delle pantere della polizia. il tramonto era al suo clou e il sole stava sparendo dietro gli archi dell'acquedotto romano del parco dell'appio claudio. cominciai a camminare verso il sole sciacquettando nella merda. credo fosse il momento in cui nella mia vita quello che facevo e quello che pensavo s'assomigliassrero di più.

una giornata in meno; una giornata in più; e ti amo, marilù.