amoruso ed il jet lag.
era la quarta volta che attraversavo l'atlantico in meno di una settimana. vivevo una dimensione confusa. sarà stato il jet lag, sarà stata la mancanza di sonno: mi capitava di avere difficoltà nel riordinare cronologicamente gli ultimi fatti accaduti; vedevo macchie colorate attraversarmi il campo visivo; avevo a volte l'impressione di una presenza, un'ombra, alle mie spalle, e sobbalzavo.
mi accomodai di nuovo nella poltrona in magnifica, riproponendomi di dormire. mentre allacciavo la cintura con la prolunga che la hostess mi aveva procurato, sono di corporatura robusta, si accomodò nella poltrona di fianco alla mia un tizio. era una persona corpulenta e di grande statura. le sue mani mal riuscivano nel maneggiare la fibbia della cintura di sicurezza, tanto erano grandi. era la persona più grossa che avessi mai visto. chiusi gli occhi e m'addormentai.
doveva da poco essere terminato il decollo, quando, riaprendo gli occhi nel risvegliarmi, lo vidi che mi fissava. "lei è mai stato sposato?", mi chiese. risposi di no. "io si, lo ero.", fu la risposta. "lo era? mi spiace." fu la mia risposta di circostanza. "sa", disse ancora l'omone, "scomparve durante un volo, una traversata atlantica, come questa". "non sapevo di un incidente aereo...", mi interruppe che non ero riuscito a concludere la frase: "no, non fu un incidente: scomparve. eravamo seduti accanto, m'addormentai e all'arrivo non c'era più.". "ma, mi scusi, questa storia l'ho già sentita, è una leggenda metropolitana.", fu la mia risposta. "lei crede? eppure fu così che andò, ufficialmente.". rimase in silenzio fissandomi, io non avevo interesse a continuare il discorso per cui in pochi istanti mi riaddormentai.
mi svegliai al rumore del carrello col pasto. l'uomo mi fissava di nuovo. disse: "a lei lo voglio dire, lei merita di sapere.". "cosa?", risposi togliendo gli occhiali per stropicciarmi gli occhi. "la verità... come andò, ma prima, la prego, lei di cosa si occupa?", lo squadrai, entrava a malapena nella poltrona. un uomo davvero enorme. "sono un consulente informatico, ma non so se è il caso che lei..." mentre parlavo presi il piatto con le lasagne al pesto dalla hostess. "è il caso, mi creda. io sono un norcino. torno dallo utah, ero lì per insegnare agli americani come si lavora il maiale dalle nostre parti.", mi resi conto che non avrei poturo risparmiarmi il racconto. quel tipo mi impressionava, aveva un'aria lucida in stridente contrasto con quel corpo enorme.
"quella volta tornavamo da un viaggio di piacere. eravamo stati nel colorado. mia moglie era una donnina piccola, esile, la gente si voltava a guardarci per strada: eravamo davvero una coppia malassortita. e infatti in quel viaggio, come altre volte, ella mi tradì. io lo sapevo, e lei sapeva che sapevo, ma era una donna tanto piccola, tanto apparentemente fragile, quanto crudele, sadica. ci godeva a mortificarmi. appena sull'aereo cominciammo a litigare. a bassa voce. scambiandoci velenose accuse a vicenda. le luci si abbassarono, dopo la cena, e lei ne approfittò per continuare spudoratamente a sibilarmi in faccia le sua accuse. mi dava del mostro, dell'ebete, mi chiamava impotente solo perchè, temendo di farle male, entravo in uno stato di stress che mi impediva...". lo interruppi: "è sicuro di voler...". "sono sicuro. fatto sta che le presi il collo tra le dita della destra. un secondo dopo era morta. in un aereo. come avrei potuto risparmiarmi anni e anni di galera che non sentivo di meritare? forse l'ergastolo. come? come? ero terrorizzato, e la paura aguzza l'ingegno". lo interruppi di nuovo: "lei uccise sua moglie in una trraversata atlantica?". "si, gliel'ho detto mi pare. ero lì, terrorizzato, con il suo cadavere accanto. nella penombra della cabina, circondato da gente che dormiva. pensai d'avere una sola soluzione: smembrarla e buttarla nel cesso.". feci per alzarmi ma la cintura mi trattenne al sedile: "ma cosa dice? lei è pazzo.". "non sono pazzo", rispose, "io sono la pazzia impazzita." asserì citando melville. mi riaccomodai. la curiosità era più forte della paura. "bene, la voleva smembrare e buttare al cesso, ma non mi sembra semplice a mani nude...", la frase mi morì in gola mentre con gli occhi tornai alle sue mani, che effettivamente, morse enormi qual'erano, avrebbero potuto, e semplicemente anche.
"usai il cellophan che proteggeva ogni capo d'abbigliamento del mio, del nostro, bagaglio a mano. lavoravo con le mani nel sacchetto. le cinsi con i lacci delle scarpe gli arti, in modo di evitare troppe fuoriuscite di sangue. le avvitai la mano su se stessa fino a che non si staccò, e poi le dita. i piedi, le smontai il ginocchio, le strappai via la coscia dall'anca. tutto nei sacchetti. prima di strapparle via a pezzi il busto la svuotai delle interiora praticano piccoli fori nell'addome con le dita. le srotolai vi l'intestino. spruzzavo profumo per coprire l'odore che comunque, nel sonno, nessunò avvertì. ogni volta che avevo riempito un sacchetto m'alzavo, andavo in bagno, finivo di triturarlo al massimo con le mani e lo scaricavo via dal cesso. la testa la gettai per ultima. coprivo con colpi di tosse o con finte cadute di oggetti le volte in cui spezzavo rumorosamente le ossa più grandi.". ero a bocca aperta.
"alla fine mi misi a dormire, ed al risveglio chiesi alla hostess dove fosse mia moglie. la cercarono senza ovviamente trovarla. all'arrivo salì a bordo la polizia. nei giorni successivi analizzarono e ispezionarono l'intero aereo: avevo fatto tutto senza versare una sola goccia di sangue. mia moglie era semplicemente sparita. la polizia la archiviò tra gli scomparsi dopo un anno in cui si era rotta il capo sul caso. fu il delitto perfetto. avevo lasciato mia moglie. tra new york e l'irlanda." richiusi la bocca. sorrideva e mi fissava e la fronte gli si era imperlata di goccioline di sudore. "ma perchè mi racconta questa storia?", chiesi piuttosto turbato e con una voce innaturale. "non lo so", fu la risposta.
visto che da quel momento non parlò più continuai a chiedermi mentalmente se quanto avesse detto fosse verosimile. poi mi riaddormentai. al mio risveglio eravamo già atterrati, ed i portelli, aperti, erano già affollati di gente in attesa di scendere. il mio interlocutore della nottata non era più al mio fianco, doveva essere già sceso. scesi anch'io e me ne tornai a casa. prima però sono voluto passare da te a raccontarti 'sta storia.
amoruso si schiarì la voce e disse: "mi pare 'na cazzata. secondo me hai sognato.". "vero? immaginavo, vado a dormire adesso, non ne posso più.", disse paolo con gli occhi assonnati. "ok, ciao. sogni d'oro." amoruso lo anticipò all'uscita per aprirgli la porta. quando paolo fu uscito amoruso mise su s. lorenzo di de gregori e s'accese un miccino. era l'alba, ma fosse anche stato il tramonto sarebbe stato lo stesso.
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1) io mai stato in prima su un aereo
2) non so se certe ossa sia possibile davvero spezzarle a mani nude.
3) sì, comincio ad essere patologico.