La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

uno e due di due.

astarte :: amoruso e qui quo qua astarte.

quando pasquale imboccò il vialetto di casa con il suo ultimo acquisto nel portabagagli carmela, la moglie, realizzò subito che ci sarebbero state novità. non andavano più d'accordo da tempo e lui, certe sere, rientrando come al solito a notte fonda da chissà quali postacci, era arrivato a metterle le mani addosso. ma questa davvero era grossa: pasquale aprì il baule dell'auto e ne trasse un sacco dal quale, legato come un salame, venne fuori un cane.

non un cane normale, spiegò pasquale, ma un "cano di combattimendo". carmela ascoltò il marito raccontarle che quel cane l'avrebbe arricchito. pasquale liberò il cane, ma gli tenne il giro di fil di ferro attorno al muso che, stretto com'era, aveva tagliato la carne tenera che cominciava ad infettarsi. dopo averlo legato ad una catena fissata al muro, gli tolse anche il filo. il cane era addestrato, gli avevano detto. bastava tenerlo a stecchetto, a digiuno, e poi che gli desse da mangiare sempre e solo lui. riconosceva come padrone, e quindi non attaccava, chi lo alimentava. solo in quel momento, la ciotola in mano e il cane affamato, pasquale avrebbe potuto avvicinarlo altrimenti, e qui il venditore aveva fatto la faccia seria, il cane l'avrebbe sbranato, era o no un "cano da combattimendo?".

così fece pasquale. ogni giorno a ora di pranzo s'avvicinava al cane, quindi chiamava la moglie che gli portava la ciotola, porgeva la ciotola al cane e, o s'allontanava, o lo infilava nel sacco e lo portava all'"arena". il cane passava direttamente dal sacco alla terra battuta alla gola dell'avversario; fosse un mastino, fosse un orso come una volta avvenne, fosse un leone come pasquale una volta aveva visto e come sperava accadesse. il cane era un tizzone d'inferno: vinceva sempre.

passò il tempo e pasquale aveva fatto un po' di grana, rientrava sempre più tardi, picchiava la moglie con affettuosa regolarità. un bel giorno s'avvicinò al cane alla solita ora di pranzo, chiamò la moglie che gli passò la ciotola, face un passo avanti e si ritrovò i canini del cane piantati nella giugulare. morire per soffocamento non è una cosa breve, dura un po'. tra la testa che gli scoppiava, gli occhi feroci del cane a pochi centimetri dai suoi e la paura di morire, pasquale sentì la moglie che sorridendo dolcemente lo informava del fatto che il cane, da mezz'ora, aveva già mangiato.

amoruso e qui quo qua

uscirono dalla banca con la sirena d'allarme che col suo tritonale sembrava infilarglisi nel cervello a tutti e tre. avevano il passamontagna in testa e la pistola in pugno. dentro alla banca il direttore si chinò sull'impiegato che, per non essere stato abbastanza veloce nel riempire i sacchi neri di plastica coi soldi delle casse, s'era beccato il calcio della pistola in piena nuca, aveva perso conoscenza e pisciava sangue come un capretto scannato. il direttore cercò di tamponare il sangue mentre fuori, il complice in auto, sgommò via una volta recuperati i tre assalitori.

"è fatta.", disse giovanni a mario e filippo, i compari. "va più svelto.", disse filippo a giuseppe, l'autista. entrarono nel garage che, secondo il piano che s'erano studiati a lungo, gli avrebbe fatto da rifugio nelle prime ore dopo il colpo, le ore in cui era meglio non si fossero fatti beccare in giro. come furono scesi rovesciarono le buste coi soldi su un tavolaccio da lavoro.

fu in quel momento che giuseppe estresse pistola e tesserino urlando: "carabinieri, mani in alto, siete in arresto!". lo fece simultaneamente a filippo, che, però, gridò: "polizia, mani in alto, siete in arresto!". mario rimase interdetto, ma si riprese subito urlando: "siete voi in arresto, finanza!". giovanni fece una faccia sconsolata alle tre paia d'occhi ed ai tre vivi di volata che lo fissavano e mormorò: "digos, sono della digos.". inconvenienti del mestiere. del resto l'impiegato si fece solo un mese di coma ma ne uscì bene, con un aumento di stipendio e un elogio della direzione centrale.

"ma è vera 'sta storia?", chiese amoruso. "se non è vera è verosimile, e quello che è verosimile...", disse, senza completare la frase, il barista porgendogli l'ennesimo suntory. "... e quello che è verosimile è vero." concluse ridendo amoruso.