Amoruso: una notte di mezzo giugno.
accade, nelle notti d'estate, di vedere con la coda dell'occhio fuggevoli ombre muoversi veloci sulla luna riflessa da interni notturni. parimenti accade, e non di rado, che un ululato rompa il silenzio della notte: il respiro s'arresta e il corpo s'irrigidisce nell'attesa di una conferma all'ancestrale, affiorante paura; fino a che non sopraggiunge, immancabile, una smentita nella ripresa dei più consueti rumori della notte. accade anche che una porta sbatta o che un foglio, preda di un refolo d'aria, si proietti nel dormiveglia come la marcia di un enorme millepiedi.
ma è nella prigionia d'un orrore senza forma né rumore, un orrore che non si avverte coi sensi ma solo come un gelarsi dell'anima, che si conosce la paura. non c'è alba che la interrompa, o imbrunire ad annunciarla: ella è. ella t'accompagna. il cambiamento la catalizza e l'abitudine sembra placarla, il cambio di stagione la confonde e per questo s'infuria, lei, oscura compagna, luminoso monito.
Amoruso spalancò gli occhi e portò la mano destra sotto al materasso facendola riemergere armata. poi, alla luce della lampada ikea, si scusò moltissimo con la signora adele, sua vicina di casa, che continuava a ripetere d'aver trovato la porta aperta, e d'essersi voluta assicurare che fosse tutto a posto. solo dopo due ore, mentre l'adele ormai tranquillizzata cercava di riprendere sonno a casa sua, Amoruso uscì dal portone dello stabile in un tripudio di cinguettii antelucani, per raggiungere l'argine e gettare un involto in carta da giornale che affondò veloce nelle poche acque del fiume quasi in secca. del resto la pistola non gli era mai servita a granchè. e poi non aveva mai avuto le munizioni.