La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

amoruso e il chiodo assassino - incredibilmente un episodio completo.

il giapponese in tv continuava a maneggiare coltelli dalle improbabili forme, attirandosi le maledizioni dei suoi antenati samurai. amoruso, coi piedi sulla scrivania, ne osservava le evoluzioni senza capirci molto, sia perchè era tutto preso dall'ascolto delle mutazioni di pressione nella sua testa, sia perchè l'audio era bassissimo, non essendo stato diversamente regolato da quando, ore prima, al posto del nippo c'era una vaccona bionda che ansimava con troppo entusiasmo. il lucernario indicava che era l'alba, più o meno. gli occhi di amoruso erano rossi e stretti a fessura. pensieri veloci gli sfrecciavano davanti agli occhi e non di tutti era possibile cogliere qualcosa di più che l'ombra. erano pensieri di spietata lucidità, che lo mettevano di fronte a se stesso ed ai suoi giorni come un condannato di fronte al plotone di esecuzione. considerò di aver bisogno di una cagacazzi.

tolse lo specchietto dalla scrivania, avendo bene cura di non farvi riflettere la sua immagine. da anni ormai evitava gli specchi. qualcun'altro si era impossessato della sua immagine ed evitarlo era cosa alla quale prestava la massima attenzione.

i raggi di sole, poco alla volta, si fecero spazio nella stanza. i soldi delle foto erano finiti. iniziava un nuovo giorno. sarebbe mai sorta, radiosa, l'alba di una nuova era? "...ma 'sticazzi...", pensò, e s'accomodò meglio sulla sedia.

la vetrata sulla porta sembrò scurirsi. bussarono. gli uscì "avanti". ma gli uscì graculo, stridente. non si può certo andare a san remo dopo una notte così. sentì armeggiare sulla maniglia, quindi la porta s'aprì. la luce delle scale definì il contorno di un tipo alto e allampanato, con una strana cresta in testa. si guardò bene dal riparlare, sebbene l'impulso gli fosse venuto. "ciao", disse il tipo. "ciao, kiodo", rispose lui, contento che la seconda volta il fiato avesse scelto un miglior percorso attraverso le sue corde vocali.

kiodo c'aveva poco più della sua età, s'era fatto prendere dal punk nei primi anni ottanta e se ne era andato in inghilterra, a londra. ogni tanto gli aveva scritto, era l'unico cui scrivesse, erano stati molto amici. se l'era passata maluccio, il kiodo, a londra; era vissuto scaricando frutta dai camion, facendo il buttafuori nei locali, allestendo il palco per alcuni concerti tra i quali uno dei clash di cui gli aveva scritto fino alla nausea. poi era tornato, un po' più vecchio, un po' più matto, sempre più punk.

aveva anche fatto qualche rapina, a giudicare dalla pistola che s'era tatuato sull'avambraccio. aveva spacciato, diceva l'asso di bastoni all'interno del polso. "chi hai ammazzato?" chiese amoruso dopo che, alzando lo sguardo per guardarlo negli occhi, gli aveva visto sullo zigomo destro una lacrima blu. "sono venuto per questo", rispose kiodo sedendosi sulla poltroncina davanti alla scrivania.

"sette anni fa, nel novantasei, mi misi a lavorare con un gruppo, i road rage, conosci?".
"no, vai avanti." disse amoruso, al quale domande del genere facevano venire il nervoso.
"i road rage erano il gruppo di anne beverley, conosci?"
"no, e se mi chiedi un'altra volta se conosco qualcuno ti allungo una suola in faccia".
"anne beverley è... era la madre di sid vicious, una vecchia pazza, aveva formato questo gruppo e suonava nel derbyshire, conosc...".

s'era fermato in tempo, la gamba di amoruso era ferma a mezz'aria a tre centimetri dal suo naso. "non conosco kiò, non so un cazzo di una merda di un cazzo di niente. va avanti". kiodo riprese a parlare. "insomma una sera resto solo co' 'sta vecchia, e cominciamo a bere e farci pasticche. cazzo, io una che reggesse così non l'avevo mai conosciuta, poi a quell'età, cazzo... bevevamo absolut e ci calavamo roipnol, dopo un'ora c'avevo la schiuma alla bocca, dopo due vedevo topi verdi mordermi le caviglie...". amoruso sentì salirgli la nausa. sentì vapori caldi e nauseabondi abbracciargli il cervello. sentì un conato farsi strada verso la sua bocca. ma tossì e basta. tosse secca. inspirò, espirò.

"continuammo a bere per ore e io la incitavo pure, stavo fuori de' testa, fratè, la feci bere fino alla mattina, sbiascicava del fatto che fosse stata lei a fornire al figlio l'ultima dose e piangeva, poi rideva, e poi m'addormentai. quando mi svegliai la vecchia stava tutta accartocciata che sembrava un gatto morto, puzzava pure come un gatto morto. mi scoppiava la testa, sudavo freddo, sentii se respirava e... l'avevo ammazzata, non respirava più... l'avevo ammazzata... capisci? io non ho mai fatto male a nessuno e...".

"senti..", disse amoruso, "senti, ma quanrto tempo fa hai detto che è successo?". "sette anni fa, più o meno". "e quanti anni aveva la tipa?". "mah, una settantina...". amoruso sgranò gli occhi e mezzo ridendo e mezzo parlando gli chiese "e tu ti fai le seratine con le settantenni, kiò?". il kiodo lo guardò male e amoruso non si sentì d'approfondire.

amoruso accese il pc, richiese lo spelling di certi nomi che il kiodo gli aveva detto, cercò un po' su google, scollò il capo. "è storia vecchia kiodo, non ti cerca né ti ha mai cercato nessuno, pensavano fosse un over di eroina, è un incidente". il kiodo girò dall'altra parte della scrivania, era forse la prima volta che si soffermava a guardare un pc, lesse tutto e alla fine guardò amoruso negli occhi dicendo "ma dai...". "eh.." rispose amoruso."vabbè, allora vado," replicò kiodo, "e... dai... non lo raccontare 'sto fatto al bar, eh..." sussurrò kiodo uscendo. "tranquillo, non c'è problema", rispose amoruso ghignando. il kiodo uscì dalla stanza chiudendosi dietro la porta.

i raggi del sole ormai davano all'ufficio tutta una serie di riflessi dorati, i piedi di amoruso tornarono sulla scrivania, le pressioni interne della sua testa riassorbirono completamente ogni sua attenzione. chiuse gli occhi e addormentò e sognò sua madre che gli diceva di allacciarsi le scarpe strette. nel sonno rispose "si, mamma. certo, mamma. come no, mamma.".