La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

amoruso: lo strano caso dell'ascensore puzzolente.

il sole lentamente tornava a dimostrare l'esistenza del tempo, mentre le ultime luci della notte andavano spegnendosi man mano, sulla base della taratura delle fotocellule di controllo. rumorosamente si sgranavano in strada le cambiate dei camion della spazzatura e quei pochi uccelli che erano riusciti ad assuefarsi all'inquinamento cittadino intonavano rocamente il loro verso, accompagnandolo con alcuni colpi di tosse. dal terrazzino del bilocale all'ottavo piano del casermone di periferia nel quale abitava, amoruso schiccherò giù in strada quel che rimaneva dell'ultima miccia, quindi accomodò meglio il culo sulla sedia di plastica da giardino che scricchiolò, chiuse gli occhi e si prese la testa tra le mani. "strammèrda", pensò. si sollevò in piedi e cercò di sgranchire le articolazioni, bloccate dal freddo della notte e dalla semi-immobilità alla quale s'era costretto. sciabattò in cucina, svitò la moka e, senza cambiare il caffè nel filtro, rinnovò l'acqua nella caldaia, riavvitò e mise sul fornello. grattandosi il culo andò in bagno e aprì l'acqua della doccia che, mentre raggiungeva la temperatura adatta, gli diede il tempo di osservarsi nello specchio e strapparsi un pelo che faceva capolino da una narice.

amoruso s'infilò sotto la doccia dove la lacrima, che il dolore cane gli aveva fatto spuntare, venne lavata via. l'acqua per due volte divenne gelida e gelida rimase per qualche secondo, dando il la alla lunga serie di imprecazioni che amoruso avrebbe sgranato come un rosario nell'arco della giornata che stava iniziando. uscito dalla doccia realizzò che l'accappatoio era in camera da letto, e lo raggiunse lasciandosi dietro un pantano e rischiando più volte di scivolare.

la moka gorgogliava ed amoruso ne versò il contenuto in un bicchiere di carta, zuccherò e sorseggiò: bere quella broda tutto d'un fiato superava di gran lunga le sue capacità. valutò l'ipotesi di concedersi qualche minuto di solingo piacere ma lasciò perdere piegando all'ingiù gli angoli della bocca. mise un paio di calzoni di velluto blù tagliati a jeans, una maglia, una felpa, le scalcagnatissime adidas. niente mutanZe né calZe: da quando il bucato era diventato un suo problema aveva deciso che il problema poteva, anzi doveva, essere semplificato. il caffè bevuto lo fece scorreggiare mentre indossava il trench. aprì la porta di casa ed uscì sul pianerottolo.

chiamò l'ascensore che, sferragliando come un locomotore peruviano, si arrampicò sino al suo piano. aprì la porta e pigiò "T". un secondo dopo avvertì come un mancamento. gli mancava l'aria. stava soffocando. c'era come un puzzo. un'odore rancido. qualcuno aveva scorreggiato in ascensore. quella puzza stantia in compagnia di se stessa aveva rafforzato la propria personalità, acquisendo una dignità che superava quella di una semplice scorreggia, per divenire una sorta di anello di congiunzione tra il regno vegetale e quello minerale.

quella sorreggia era viva, e stava cercando di ucciderlo.

amoruso stava soffocando. le orecchie gli ronzavano e la vista cominciò ad appannarglisi. strani pensieri, quasi allucinazioni in technicolor, gli si affacciarono alla mente. vide sua madre che gli allacciava le scarpe e vide rispuntargli i primi peli sul pube. rivide il prete salesiano abbassargli la canna di bambù sulle nocche delle mani spavaldamente tese e marina, la sua prima ragazza, dirgli "ti amo". vide il sole sorgere e farsi uomo e scendere sulla terra e dirgli "non fa niente, davvero, non fa niente, anzi, scusami, scusami moltissimo". vide se stesso, vecchio, rifuggirlo. poi l'ascensore si fermò.

con mano che tremava aprì la porta e si lasciò cadere sul pavimento dell'androne. per alcuni minuti respirò affannosamente, quindi capì: bellamorte, la sua nemesi. bellamorte, il responsabile della sua attuale condizione. bellamorte, il rampollo di buona famiglia divenuto, a causa dei suoi eccessi lisergici, il braccio non violento della mafia russa in italia, non violento nel senso che, da buon cattolico quale era, rifiutava di versare il sangue dei propri fratelli, che eliminava col fuoco, con l'acqua, ed adesso, sembrava, anche col gas. bellamorte che gli aveva soffiato la ragazza per poi lasciarla nel gorgo della prostituzione moscovita. bellamorte che l'aveva sputtanato con le polizie di tutto il mondo.

bellamorte, quella merda.

amoruso si rialzò. strinse i pugni e li sollevò al cielo e disse: "bellamorte, sucamelo!!!". quindi svenne.

la faccia della signora delle pulizie, mentre rinveniva, fu la prima immagine che attraversò la nebbia della sua incoscienza. "drogato de mmerda!" fu la prima frase che bafferizzò. scusandosi e incespicando s'avvicinò al parcheggio, e da lì all'auto. la vecchia bmw, che dagli anni ottanta lo scarrozzava tra alti e bassi, s'accese al primo colpo. mentre le sue chiappe e la sua schiena si godevano il comfort dei sedili in pelle avvolgenti, amoruso cominciò a ragionare. bellamorte era tornato, il fatto che avesse cercato di ucciderlo non era, probabilmente, legato al motivo del suo ritorno. l'avrebbe ammazzato anche gratis, considerò, visto che ormai più della vita non avrebbe potuto togliergli. bellamorte era in città. e lui l'avrebbe trovato. e ammazzato. cercò il serramanico sotto il tappetino e lo strinse in pugno fino a imbiancarsi le nocche. l'avrebbe trovato. e ammazzato.

prima però aveva un po' di cose da sistemare. per ammazzare e farsi ammazzare c'è sempre tempo, del resto. tirò fuori il kleenex sul quale teneva al lista delle questioni appese, solo per accorgersi d'averlo distrattamente usato per soffiarcisi il naso. la parte centrale era illegibile, ma ai margini si coglievano ancora alcune parole, che, forse, gli avrebbero consentito di ricostruire la lista. neanche ci si incazzava più per queste cose. quando si è fatti in un certo modo, e si passa il tempo a fare un azione e venti per metterne a posto le conseguenze, a certe faccende ci si fa il callo.

s'accese una sigaretta, accostò l'auto e decifrò: fotografo, cavalier maritozzi, qualcosa (?). ok, c'era, doveva passare dal fotografo a ritirare i rollini sviluppati che attestavano la cornificazione del --> cavalier maritozzi, dal quale doveva passare per consegnargli le foto e farsi pagare il lavoretto. poi c'era qualcosa che non si leggeva, e continuare a guardare il fazzoletto usato cominciava a dargli la nausea.

proprio in quel momento, girandosi dal lato strada, vide la faccia perplessa di una vecchietta che, glielo leggeva in faccia, si stava chiedendo quale mai fosse il mistero scaturitogli dalle narici, visto l'interesse con cui se lo guardava. mise la prima e s'avviò da fanamazza, il fotografo.

fanamazza faceva il lavoro del padre, e del nonno, e del bisnonno. i fanamazza furono tra i primi nella capitale a capire che la fotografia avrebbe potuto essere un buon modo per mettere due fette di prosciutto in mezzo al panino. lo studio, nel quale chiedendola si sarebbe potuta avere una lastra fotografica o un paio d'etti di polvere di magnesio, era buio e odorava di chiuso e portacenere. fanamazza smicciava come un maroon delle blue mountains e la luce gli dava fastidio agli occhietti da lemure, avvezzi più alla camera oscura che alle giornate di sole. amoruso entrò e, come al solito, prima di cominciare a vedere qualcosa aspettò un paio di minuti. fanamazza gradualmente venne a materializzarsi dietro al bancone in tutte le sue tonalità di grigio.

"giggè, so' pronte le foto?", chiese amoruso. "so' pronte le foto?" rispose luigino fanamazza, che aveva l'abitudine di prendere tempo per rispondere ripetendo la domanda che gli si rivolgeva con un tono in cui sembrava spiegarsela con cupa drammaticità. "eh, so' pronte?", incalzò amoruso. "mh. si. senti, un paio me le sono stampate per tenermele, sai, 'na cavallona così capita di rado..." disse il fanamazza mentre gli occhietti baluginarono nella semi oscurità. "sei un porco, giggè, facciamo metà prezzo allora: ti dovrei otto zecchini, facciamo che te ne devo quattro". s'accordarono e amoruso uscì con le foto. le scorse rapidamente per poi mormorare tra sé: "ma quant'è che non scopo?".

risalì in macchina e puntò verso i parioli, dove abitava il cavalier maritozzi. cercò nella tasca laterale e ci trovò, come s'aspettava, una mezza miccia, che riaccese. era di buon umore, il cielo s'era aperto ed il sole cominciava a colorare le strade, gli venne voglia di fischiettare e dopo un po' intonò: "s'è spento il sole e chi l'ha spento sei tu...", passò due semcafori .39.34so e a momenti mise sotto un ciclista. dopo mezz'ora era a piazza ungheria.

(continua, forse)