La tetta della strega.
sorgeva uno splendente sole nell'atmosfera rarefatta d'una radiosa alba che ancora non lasciava tramontare, pallida, la luna. Proscenio di un inizio che in sé aveva già il presagio del suo compimento.
Amoruso svegliò con una poderosa tromba di culo la sveglia, che, visibilmente sconvolta, inizio a bippare. "merda", pensò, e strinse le chiappe a sincerarsi dell'assenza di un'umida evidenza che potesse confermare quel suo primo timore mattutino. niente umido, tutto a posto.
Aprì un occhio a scandagliare la stanza, mentre il resto del corpo conservava un'immobilità analoga a quella di un armadillo sotto attacco: fino a prova contraria sono morto. la sveglia insisteva nel segnalare acusticamente quanto già otticamente evidente, le undici meno dieci.
in realtà un orologio digitale non segna mai "meno qualcosa", ma sempre "e qualcosa"; purtroppo queste sottigliezze, appena giunte sulla soglia del pensiero cosciente, vennero disintegrate dagli anticorpi del sonno e se ne tornarono nell'iperuranio, in attesa di rinascere in un contesto meno ostile, non un lamento uscì dalle loro metafisicamente stoiche bocche.
Una fitta allo stomaco, segnale d'allarme della sua disorganizzatissima agenda interna, gli ricordò l'appuntamento al quale avrebbe dovuto essere presente già da un'ora e cinquanta minuti. scattò in piedi con un sonoro sciaff degli stessi, nudi sul pavimento, che, gelato, ne respinse le piante, mentre il viso si contraeva in una smorfia di doloroso disappunto.
vincendosi, Amoruso, raggiunse la doccia, inspirò profondamente e si sottopose ad un gelido getto che lo aiutasse ad espiare gli eccessi, smemorati ma evidenti, della sera precedente. si sottopose al trattamento per una lunghissima frazione di secondo, quindi, tornato a più miti consigli, espiò sotto l'acqua calda. l'espiazione è questione personalissima e contingente. Amoruso sedette sul pianale della doccia in una posizione fetale propria delle più tristi prossemie di "birdy".
gli occhi, che sino ad allora s'erano mantenuti serrati in un orgoglioso rifiuto alle lusinghe della realtà visibile, tornarono a schiudersi. era sveglio, vivo e scalciante. più o meno. uscì dalla doccia per realizzare che la mano che tendeva all'accappatoio non poteva trovare nulla, esso infatti si trovava appeso sulla porta della camera da letto, dove lo appendeva ogni mattina dopo essersi asciugato, seduto sulla piazza e mezzo.
vivo e sgocciolante zompettò verso la camera, derapando vistosamente in curva. indossò l'accappatoio che, caduto la mattina precedente e rimasto accartocciato in terra, ed era conseguentemente umido e freddo. una di quelle cose che lo mettevano in un cattivo rapporto col mondo e contribuivano ad accrescere l'aura di negatività che, quello sì un caldo abbraccio, lo circondava.
si distribuì uniformemente l'umido addosso. aprì un cassetto per cercare di pescarne un cambio d'intimo che in realtà non c'era, e chissà da quanto. riciclò, previa annusata, gli slip che, tolti alla sera di dentro alle lenzuola, vi erano rimasti a godersi il calduccio sino a quel momento. stesso accorgimento per le calze, che, ragionevolmente simili, vennero appaiate tra diverse sparse nel pavimento.
a quel punto s'accese, o meglio riaccese, il miccino, che incurante d'ogni legge gravitazionale, sporgeva sbilanciato dal bordo del comodino. una raffica di colpi di tosse asinina fu il suo primo inintellegibile saluto verbale all'umanità. paonazzo in volto, amoruso alzò lo stesso al cielo, e con un tono piatto, di rassegnata accettazione che in sè è già invincibile rifiuto e decisa negazione, soffiò "chrishto, picchè?".
terminò di vestirsi sfilando dal cesto dei panni sporchi, ormai da tempo assurto alla nuova dignità di sede distaccata del guardaroba, un paio di jeans, che, mentre completava la scelta dei capi da indossare, andarono in cucina a preparare il caffè. il caffè a casa amoruso lo si faceva, in quei giorni, come durante la guerra: riempiendo d'acqua la caldaia e riciclando il caffè, ormai esausto, del filtro. questo fino a quando non si sarebbe ricordato di ricomprarlo, il che sarebbe accaduto dopo un mese e cinque giorni, ma questo, al momento, non era un dato conosciuto, forse, al limite, eventualmente conoscibile.
indossati jeans e maglietta e maglioncino girocollo nero infeltrito da fare invidia ad un borsalino, amoruso uscì sul pianerotto per entrare nell'ascensore. nella discesa al piano terra, sottile e stimolato da caffè e thc, un ulteriore flato compiva la sua propria discesa venendo alla luce nell'angusto spazio per la gioia del prossimo avventore. Amoruso sorrise con malizia nel prefigurarsi l'intimo incontro.
l'ascensore toccò terra.
s'era dimenticato gli occhiali da sole, ma il ritardo c'era ed era grosso, lasciò stare e uscì alla luce abbagliante della strada.
In quegli istanti tra la luce e la fretta e quello che gli passava in testa e che dirvi non sò, mise un piede giù dal marciapiede. l'autista non lo vide neanche, ma l'avesse visto avrebbe detto che il viso era atteggiato ad un sorpreso e rassegnato sorriso, mentre la gamba catturata dal pneumatico si avvolgeva allo stesso trascinandolo sotto il bus in una sorta di grafitaggio biologico.
in tasca l'oggetto di quello che avrebbe dovuto essere questo racconto: la tetta della strega.