La spelonca di Lord H. Amoruso

La dura vita di un investigatore romano

Il tampax della fortuna.

svuotai la bustina d'aulin direttamente in bocca. poi diedi l'ultimo sorso rimasto nella fiaschetta della nardini e gargarizzai. mandai giù con lo sguardo rivolto al soffitto. l'emicrania aveva i minuti contati, ma mentre contavo si scatenò in una serie di jab diretti ai miei lobi frontali. proprio in quel momento il telefono trillò. - amoruso investigazioni, chi parla?
- chiamo dalla residenza della baronessa salina, sono il maggiordomo, le passo la baronessa
- me la passi...
- amoruso? sono la baronessa salina, avrei bisogno di parlarle, potrebbe venire in villa? conosce l'indirizzo?
- sono da lei in un quarto d'ora baronessa.

la baronessa salina era una vecchia cariatide, discendente di un'antica famiglia della nobiltà siciliana, aveva oltre cent'anni e viveva semireclusa nella sontuosissima villa di famiglia, dalla quale attraverso apparecchiature elettroniche sofisticatissime operava in borsa guadagnando spesso in un giorno quello che tutto il condominio in cui abito guadagna nel giro di una ventina di cicli di reincarnazione.

avevo letto di lei dal barbiere, su un rotocalco scandalistico, in occasione del suo centesimo compleanno, quando per festeggiare organizzò un gang bang del quale era protagonista assieme ad un centinaio di scaricatori di porto reclutati a gioia tauro.

scesi in strada mentre scendeva l'emicrania. salii sulla mia 128 truccata, trovai nel posacenere un mezzo join, me l'accesi e lasciandomi dietro una nuvola di smog e fumo giunsi alla villa.

- sono amoruso

dissi al maggiordomo in livrea che, dopo avermi aperto il portone, mi fissava dall'alto in basso. effettivamente il mio look, da quando fiona m'aveva lasciato per quel transessuale pigmeo, era andato davvero alla malora. le tobacco senza calzini anche a gennaio, sotto gli sformatissimi calzoni di tessuto diagonale con pences, accoppiati alla maglietta dei clash sotto una giacca di tweed completamente infeltrita, non dovevano in effetti donarmi molto. per non parlare dei miei occhi, dove il castano dell'iride galleggiava in un lago di capillari.

- prego s'accomodi, vedo che non indossa la camicia, posso fornirgliene una per l'incontro con la signora?
- ficcatela in culo, stronzo.
- mi segua.
- no, preferisco che te la ficchi in culo da solo, io me ne vado.
- la prego mi segua, per la camicia faremo un eccezione

lo seguii fino allo studio della baronessa. le superficie dello studio aveva le dimensioni dell'olimpico, e credo che avesse un codice di avviamento postale dedicato. attraversai lo spazio che mi separava dalla scrivania dietro la quale la vecchia sembrava assorta in quelche complicata operazione. quando vidi che trafficava con cucchiaio e accendino capii che si stava preparando un perone coi controcazzi.

- favorisce?

mi disse da dietro le lenti degli occhiali di tiffany.

- no, grazie, ho smesso alla fine degli ottanta. come tutti del resto...

rimasi in silenzio mentre la vecchia operava con la mano ferma di un infermiere professionale, quand'ebbe fatto reclinò il capo all'indietro e riprese a parlare con la voce strasciacata degli oppiomani.

- l'ho chiamata per recuperare un oggetto che ho molto caro...
- te pareva...
- come?
- no, nulla, continui...
- deve sapere che le mie finanze alla fine degli anni sessanta stavano andando in malora. i comunisti mi sobillavano le maestranze agricole ed avevo bisogno di riconvertirmi a qualche altro genere d'affari, mi buttai in borsa...
- in borsa...
- in borsa, sì, quando feci la mia prima transazione finanziaria avevo il ciclo. guadagnai in un giorno 30 miliardi. indossavo un tampax quel giorno e fu quel tampax a portarmi fortuna...
- dice?
- ne sono sicura. da allora lo tenevo sempre con me, in una piccola teca. l'altro giorno è scomparso.
- e lei vorrebbe che io...
- che lei lo ritrovi. e presto. le darò 10 milioni di euro.
- baronessa, con 10 milioni di euro non so che farci. facciamo cinquecento mila lire a giorno che quelle so bene come spenderle.
- contento lei...

uscii da quell'ufficio. dovevo trovare un tampax portafortuna usato di almento quarant'anni. bella la vita.

raggiunsi le cucine della villa. il maggiordomo stava mangiando con il resto della servitù.

- mi preparo qualcosa

dissi

- farò i miei famosi fagioli all'uccelletto, ne gradite?

accettarono tutti, abituati alla sofisticata cucina francese sembrò loro un miracolo poter mangiare un robusto piatto popolare.

preparai un pentolone di fagioli, scegliendo con cura quelli neri, piccolini. avevo maturato una certa cultura in materia di fagioli quando lavoravo come mozzo sulle bananiere costaricane.

cominciarono tutti ad ingozzarsi, i fagioli erano squisiti.

- una birretta, sopra, ce la buttiamo?

dissi agli ossessi che s'ingozzavano a quattro palmenti.

- come no. stappa, stappa...

se ne andarono così, in cinque ch'eravamo, una dozzina di canadesi e otto chili di fagioli. era solo questione di tempo pensai. infatti venti minuti dopo la fine del pasto, mentre sorseggiavamo il caffè, il maggiordomo proruppe in un peto di dimensioni epiche. il fondo dei calzoni venne interamente asportato dal esplosione intestinale e dallo strappo fuoriusci a mach 3 un proiettile che s'andò a conficcare nel muro.

era il tampax.

- brutto stronzo, chi pensavo di fregare?

dissi mentre schiantavo una sedia sulla schiena del maggiordomo.

recuperai dopo un lungo lavoro di scalpello il tampax e con quello avvolto in un kleenex e la collottola del maggiornomo in pugno bussai allo studio della baronessa.

- il caso è risolto. il colpevole è il maggiordomo. questo è il tampax.

la baronessa non fece una mossa. m'avvicinai. era stecchita. la roba è una brutta bestia, pensai, sfilandole gli occhiali che avrei poi rivenduto a pasquale, il ricettatore, come pagamento per il lavoro.

uscii da quella casa con la sensazione d'aver fatto un buon lavoro. mi trovai in tasca un mezzo joint, me lo accesi, tornai in macchina e me ne tornai al mio studio.
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amoruso vi rimanda alla prossima (ma lontana) puntata: La tetta della strega.

lo strano caso delle mutandine rosa.

avevo appena rilassato le chiappe sul cuoio consumato della presidenziale. le tobacco si dondolavano tra telefono e schedario da tavolo.

il joint, preparato con le caccolette fossili raggranellate una ad una negli interstizi della scrivania, cominciava a fare effetto: la scritta in controluce sul vetro della porta dell'ufficio si sfocava dando il via ad uno spettacolo d'ombre cinesi a mio esclusivo uso e consumo.

"Amoruso investigazioni - pedinamenti&controspionagg­io industriale" si trasformava in gnu e zebre all'abbeverata serale. potenza della caccoletta fossile. il tardo pomeriggio d'una qualunque giornata lavorativa: aprii il cassetto e ne trassi la fiaschetta di nardini, della quale dimezzai il contenuto.

ruttai, con la mano di fronte alla bocca: bisogna saper vivere.

avevo contato gli gnu due volte e mi appressavo alla conta delle zebre quando qualcuno bussò alla porta.

- chi è?
- Amoruso?
- chi lo cerca?
- Amoruso?
- ma chi...

mi avvicinai alla porta e la spalancai. di fronte a me un gorilla di due metri affetto da alopecia congenita.

- Amoruso?

ripeté per la terza volta.

- dipende. lei chi è?
- il signor Victor Goran desidera conferire col detective Amoruso.

Goran lo conoscevo bene. aveva un paio di locali in centro ed era a capo di una delle più pericolose cosche della città: non avevo nessuna voglia di mischiarmici.

- Amoruso è partito per la tanzania. tornerà per le prossime olimpiadi. arrivederci.

feci per chiudere la porta, ma tra essa e lo stipite si andò ad infilare il quarantotto in vero cuoio del gorilla.

- ho una sua foto, amoruso è lei!

ora io sopporto tutto, meno che d'essere preso per me stesso. detesto me stesso e chi me lo ricorda. il gorilla sembrava massiccio, ma le palle ce le hanno tutti fragili uguale e nello stesso posto: riaprii la porta e caricai un traversone della madonna diretto all'inguine del bestione.

il bestione era agile. il traversone andò a vuoto. le torri gemelle crollarono di nuovo e questa volta sulla mia testa. buio.

ripresi coscienza sul divano dello studio di Goran. Goran era di fronte a me e affianco a lui il gorilla se ne stava mogio mogio a testa bassa.

- non sopporto la violenza, ma questo bestione non la vuole proprio capire...

mi disse un Goran tutto untume e sorrisini viscidi.

- quel che è fatto è fatto. non si preoccupi...
- la ringrazio, mi toglie un bel peso...
- cosa vuole da me?
- ah, si. veniamo al dunque... ho bisogno del suo aiuto per recuperare un oggetto. è una cosa molto riservata...
- mi dica...
- delle mutandine. rosa.
- mutandine cosa?
- mutandine rosa. guardi le spiego, è venuta ieri a casa mia la mia amante, Delicia Dufur la spogliarellista, ecco, alla fine non siamo più riusciti a trovare le sue mutandine, e sa, domani torna mia moglie...

ecco. ecco. un incarico sui generis. mai un pedinamento d'una moglie infedele. sempre 'ste robe...

- accetta l'incarico?
- sono 100000 al giorno più le spese...
- gliene do 500000, ma deve assolutamente trovarle per stasera...
- non si preoccupi, adesso mi lasci lavorare. c'è servitù in casa?
- soltanto Ciun Lai, il mio cuoco cinese. le pulizie le fa, ma ancora non glielo ho presentato... Oreste, il mio valletto...

il gorilla si chiamava Oreste. vabbè.

- ho bisogno di parlare col cuoco, dove lo trovo?
- è in cucina...

mi recai in cucina dove vidi il cuoco. lui vide me. il lo scrutai. lui mi scrutò. io mi tirai con le dita le palpebre obliquandomi lo sguardo. lui pure. io feci "blblbl" con la lingua. lui pure. mi scaccolai. si scaccolò. non era la cucina, ma lo spogliatoio. quello davanti a me era uno specchio.

- mi scusi Goran, dov'è la cucina?
- l'ultima in fondo a sinistra, di fronte al cesso.
- grazie...

in cucina vidi il cinese. mi grattai la testa. lui no. questo mi rassicurò e mi diede la forza di continuare.

- caccia le mutandine, muso giallo, o ti ficco il mandolino su per il culo!
- mandolino?

disse il cinese facendo il vago.

- mandolino, muso di scimmia, i cinesi sono tutti spaghetti e mandolino no? allora? parla!
- spaghetti si, mandolino no!
- ah, spaghetti si e mandolino no eh? e invece se vuoi gli spaghetti ti becchi pure il mandolino! hai capito il signorino...

ma tornai subito al punto.

- allora le mutandine?
- quali mutandine, io non sapele...
- non sapele eh!

mentre con una mano l'appiccicavo al muro con l'altra iniziai a lavorargli il plesso solare e con l'altra gli strizzavo le palle e con l'altra gli agitavo minacciosamente il pugno di fronte agli occhi. la cosa dovette impressionarlo moltissimo.

ma non mollava. vidi un termosifone e ce lo misi contro di schiena. con la velocità d'un fulmine lo legai strettissimo alla fonte dell'invernale calore domestico e gli calai calzoni e mutande. i glutei giallognoli aderivano perfettamente alla ghisa. girai il termostato portandolo su max. poi ci ripensai e lo misi su "ma che sei scemo? ma lo sai quanto costa er gasse?". cacciai in gola al cinese una tovaglia a quadri da pic nic e uscii.

andai al muretto, alla vecchia comitiva. contrattai col Ventresca e col patata l'acquisto di qualche grammo di marocco riuscendo a spuntare un prezzo di favore. battei i pezzi a deborah la sciampista fino a che non riuscii ad appartarmici all'interno di un cantiere deserto. trascorsi così amenamene il restante pomeriggio e parte della serata.

guardare gli occhi di Ciun Lai mi fece male. sono un tenero, ma ho scelto un mestiere da duri. un sospirone e mi feci avanti. quando tolsi la tovaglia non urlò. sussurrava sommessamente.

- almadio bianco, qualto cassetto dal basso...
- almadio?
- almadio bianco... almadio bianco, qualto cassetto dal basso...
- ah, armadio, cazzo d'un cinese..
- spegne telmosifone....pel piacele onolevole signole...

onorevole signore. con le buone maniere s'ottengono buone maniere. colpirne uno per educarne cento, diceva la buonanima del timoniere...

aprii l'armadio ed il cassetto: tra falli in lattice, mascherine di pelle e un costume da batman si stagliavano le mutandine rosa con le cifre D.D., Delicia Dufur. Tornai dal cinese e lo slegai, quindi mi recai in studio tenendo il muso giallo per un braccio.

- sedetevi...

disse Goran.

- grazie

dissi io.

- meglio di no.

disse il cinese.

- allora, ha risolto il caso?
- si, ecco le mutande rosa. il colpevole è lui!
- Ciun Lai?
- Ciun Lai.
- Ma come ha fatto?
- Il colpevole è sempre il cuoco.
- Ma non era il cameriere?
- si, ma lei non ce l'ha, quindi tocca al cuoco.
- non fa una grinza, eccole i cinquecento.
- grazie Goram, ci vediamo.

usci alle ombre della notte sciabattando sulle scalcagnate tobacco. il caso era chiuso. m'accessi un mezzo joint che m'era rimasto in tasca dopo le performances con la sciampista. continuai a sciabattare fino all'uffico.

avevo appena rilassato le chiappe sul cuoio consumato della presidenziale. le tobacco si dondolavano tra telefono e schedario da tavolo, quando...

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il detective Amoruso vi rimanda alla sua prossima avventura: il tampax della fortuna.